20 Settembre Set 2011 1200 20 settembre 2011

Erdogan e Abu Mazen, nel Mediterraneo c'è una bomba

Erdogan e Abu Mazen, nel Mediterraneo c'è una bomba

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C'è una bomba nel Meditteraneo e non è quella esplosa stamane ad Ankara ma quella rappresentata dal leader turco Erdogan e da quello palestinese Abu Mazen. I due si presentano alla 66esima Assemblea delle Nazioni Unite con intenti che potrebbero far saltare il fragile equilibrio su cui si regge il Mare Nostrum, già scosso dalle primavere arabe, dalla guerra in Libia e dalla devastante crisi dell'Unione europea. 

Il primo è arrivato infatti a New York dopo aver rotto i rapporti con Israele e minacciato l'Unione Europea su Cipro dicendosi pronto a rompere le relazioni se entro fine 2011 non verrà trovata una soluzione condivisa sulla situazione nell'isola, che l’intervento armato turco spaccò in due nel 1974. Gli occhi della leadership ottomana sono puntati sui giacimenti di gas e petrolio che sono nel fondale di Cipro e il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu ha aperto all’ipotesi di inviare navi da guerra per proteggere le operazioni. Non occorre dire che Israele è schierato con la controparte greca. 

Il secondo si dice a parole pronto ad andare avanti con la sua richiesta unilaterale di riconoscimento di uno Stato palestinese, in aperta violazione degli accordi di Oslo. La sua mossa può apparire disperata, forse l'unica per riportare in vita il dialogo con la leadership israeliana troppo inadeguata per capire cosa fare in una situazione che diventa ogni giorno più complessa. Ma la si può anche leggere al contrario: i palestinesi vedono Israele isolato, senza più l'appoggio turco né quello egiziano e con una Casa Bianca che, davanti alle elezioni presidenziali dell'anno prossimo, alle prospettive di ritorno in recessione, a dei conti pubblici disastrati e a una disoccupazione alle stelle, non può certo muoversi con agilità. Obama cammina su un crinale strettissimo: se appoggia gli arabi, al Congresso la sua vita diventa ancora più difficile, se resta schiacciato su Israele, rischia di alienarsi la primavera araba.  

Ma il costo è altissimo. I palestinesi rischiano, di perdere i fondi americani e che gli israeliani gli trattengano i proventi delle tasse. In questo modo rischiano anche di mandare a Patrasso un'economia che nel 2010, secondo il Fondo monetario, è cresciuta del 9% nonostante a Gaza la disoccupazione sia del 37,4%. Certo per la World Bank i palestinesi potrebbero crescere ancora se nascesse davvero uno Stato palestinese perché questo rafforzerebbe il settore privato e ridurrebbe la dipendenza dagli aiuti. Ma il quadro politico rischia di essere devastante e le stesse divisioni fra Anp e Hamas rendono complicato credere a questa eventualità. Oltretutto la tensione con Israele andrebbe alle stelle e il rischio di un'escalation sarebbe inevitabile. Al Cairo la nuova leadership ha fatto sapere che gli accordi di Camp David non sono più sacri, la Siria potrebbe usare la scusa delle tensioni esterne per scaricare quelle interne e la Turchia potrebbe vedere in tutto questo l'occasione giusta per stabilire la propria leadership approfittando del fatto che i nuovi regnanti nel Maghreb saranno più in linea con la strada che con Washington.

Dominique Moïsi diceva qualche anno fa che la geografia emotiva del mondo era divisa in tre: la speranza in Asia, la paura in Occidente e la disperazione in Medio Oriente. Da allora l'Occidente ha visto la speranza tornare negli Usa, con l'elezione di Obama, per poi sparire di nuovo e risprofondare nella paura dove invece noi europei viviamo ormai da anni. Anche il Medio Oriente ha visto la disperazione far posto alla speranza incalzata dalla caduta dei dittatori e dalla forza dei siriani che, nonostante i massacri di Assad, continuano a sfidare il regime. Ma il pericolo che si torni alla disperazione pura è dietro l'angolo, soprattutto se le speranze sollevate da Abu Mazen dovessero deludere e far così ripartire una nuova Intifada come accadde dopo il fallimento di Clinton. Gli americani sperano che la diplomazia del corridoio in corso in queste ore all'Assemblea generale faccia ripartire il dialogo, spinga Abu Mazen a toni più morbidi e ed eventualmente porti anche la Palestina al rango di Stato che ha attualmente il Vaticano ma senza la facoltà per questo di far intervenire nel conflitto la Corte dell'Aja, come invece vorrebbero i palestinesi. Il problema è evidente: la bomba è innescata ma mai come ora non sembra esserci nessuno in Occidente nella posizione di forza per intervenire.  

jacopo.barigazzi@linkiesta.it

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