20 Settembre Set 2011 1602 20 settembre 2011

Per Standard & Poor’s il peggio deve ancora arrivare

Per Standard & Poor’s il peggio deve ancora arrivare

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Il peggio deve ancora arrivare. Il giorno dopo il downgrade del rating sul debito sovrano italiano da parte di Standard & Poor’s si è aperto con un’ombra minacciosa su Roma. Dalla teleconferenza che l’agenzia di rating ha fatto dopo la scelta di declassare il giudizio sull’Italia da A+ ad A, con outlook negativo, è emerso uno scenario a tinte fosche per il futuro del Paese. «I problemi del debito italiano non si risolvono tramite la privatizzazione degli asset pubblici», ha spiegato S&P. Il rischio di un ulteriore downgrade, hanno spiegato gli analisti Moritz Kraemer ed Eileen Zhang, «aumenta sempre di più a causa del probabile aumento dei rendimenti dei titoli di Stato italiani». E non si escludono altri tagli: «Se l’outlook sarà confermato, è possibile un ulteriore declassamento in meno di nove mesi».

Il downgrade non è stato una sorpresa. Il 20 maggio scorso la società americana, regina insieme a Moody’s e Fitch, dei rating, aveva deciso di porre il suo occhio sull’Italia. E lo ha fatto aprendo un fascicolo per un possibile declassamento. Dopo quattro mesi, puntuale è arrivato. E immediatamente il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ribadito che si è trattata di un «giudizio politico, frutto delle colpe dei giornalisti». La risposta di S&P non si è fatta attendere: «Le nostre non sono decisioni politiche, ma basate sui fondamentali economici». Proprio su questi, secondo l’agenzia newyorkese, è giunta la scelta di abbassare il voto italiano.

Lo spazio d’azione della manovra economica italiana, del valore di 55 miliardi di euro, è limitato. I dubbi maggiori sono sul raggiungimento del pareggio di bilancio, previsto per il 2013. «Molto difficile che avvenga», avvertono gli analisti di S&P. Ma sono diversi i punti focali della questione. Da un lato l’Italia si ritrova con una crescita anemica, stimata nello 0,7% nel 2014. In un’Europa con sempre maggiori difficoltà il rischio concreto è che l’austerity italiana possa avere effetti depressivi. È per questo che a gran voce, anche durante la teleconferenza, S&P ha rimarcato l’esigenza di misure capaci di riportare la crescita economica dell’Italia a livelli vicini alla media europea. Dall’altro lato troviamo il debito pubblico, sempre più in aumento. L’ultimo dato della Banca d’Italia ha certificato che lo stock d’indebitamento italiano ha superato quota 1.910 miliardi di euro. Un possibile driver negativo per il futuro giudizio su Roma potrebbe proprio arrivare dal debito. Nel corso dei prossimi due anni devono essere rinnovati circa 500 miliardi di euro e i tassi richiesti dal mercato stanno diventando proibitivi. Il capo economista del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard, ha sottolineato oggi che «un rendimento fra l’8 e il 9% per l’Italia è insostenibile». Per questo motivo S&P ha spiegato che «non è possibile escludere un insuccesso in un’asta di titoli di Stato». Nonostante ciò Kraemer e Zhang non ritengono che si possa arrivare anche per l’Italia a uno scenario greco, cioè a una estromissione forzosa dai mercati. «È improbabile, come è anche estremamente remota la possibilità di un default italiano», hanno rimarcato gli economisti di S&P.

Il punto ora è su come reagire. Implicitamente, gli analisti di S&P danno una risposta. «A differenza della Spagna, in Italia non c'è stata una repentina ed efficace reazione politica, è mancato un consenso trasversale sulle misure di austerità», hanno sottolineato Kraemer e Zhang. Del resto, è apparso evidente fin da subito che «il Governo ha fatto poco per aumentare il potenziale di crescita economica italiana». Eppure, le previsioni del Tesoro non sono ottimistiche: il Pil aumenterà dello 0,7%, e non dell’1,1% indicato in aprile. Analoga la situazione per il prossimo anno, quando la crescita sarà intorno all’1%, meno dell’1,3% stimato sei mesi fa. Il dicastero di Via XX settembre si allinea quindi con i calcoli della Commissione europea, che aveva già ridotto il margine di aumento del Pil italiano la scorsa settimana.

Dopo il taglio di S&P, ora si attende una mossa analoga da parte di Moody’s e Fitch. Ma nel frattempo, c’è una voce fuori dal coro. Secondo la banca elvetica Credit Suisse «l’Italia non è così male come sembra». A far pensare positivo ci sono i dati sul rapporto deficit/Pil, fissato al 4,1% e in costante miglioramento. L’analisi del colosso svizzero rimarca infatti che per l’anno in corso Roma sta registrando un avanzo di bilancio dello 0,6%, sottolineando che gli unici due Paesi europei che stanno avendo una performance analoga sono Norvegia e Svizzera. Inoltre, anche l’indebitamento non è un grande problema per via della sua elevata detenzione da parte del settore privato italiano. Tuttavia, il punto di svolta, anche per Credit Suisse, rimane la crescita del Pil, troppo bassa per pensare di ottenere gli obiettivi di bilancio prefissati. Gira e rigira, il nodo è sempre il solito.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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