21 Settembre Set 2011 0806 21 settembre 2011

Lampedusa, un disastro preparato con accanimento

Lampedusa, un disastro preparato con accanimento

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LAMPEDUSA – «La pentola era sul fuoco. E loro hanno alzato la fiamma e messo il coperchio». Laura Verduci ha lavorato nel centro di Contrada Imbriacola per tre mesi, fino a cinque giorni fa. Ieri la struttura è stata distrutta dalle fiamme. Sembra quasi che ci sia stata una perversa volontà di arrivare a questo risultato finale. Da un mese la tensione era evidente, ogni giorno succedeva qualcosa. Da “Save the children” alle Nazioni Unite, fino a un sindacato di polizia, tutti avevano detto la stessa cosa: velocizzate i trasferimenti.

Sono le 10 del 20 settembre. Cento maghrebini su 1300 possono lasciare l’isola. Tutti gli altri devono attendere ancora. La tensione cresce. Cinque disabili sono presi in consegna da Medici Senza Frontiere. C’è qualche donna. Quando le categorie vulnerabili sono separate è segno che sta per succedere qualcosa. Alle 16.30 un’enorme nuvola di fumo invade Lampedusa, tutta l’isola rimane coperta. L’aeroporto è chiuso. Alcuni testimoni raccontano di colluttazioni tra residenti e migranti. C’è tensione anche nei confronti dei poliziotti, ritenuti incapaci di gestire la situazione. Operatori e migranti rimangono intossicati.

«Si sentiva una puzza incredibile, perché bruciava plastica», ci racconta Giacomo Sferlazzo, artista che da anni canta le vicende di pescatori e migranti. Ne ha viste tante, ha subito minacce, ha raccolto storie e non si è mai fatto intimidire. Ma oggi ha paura. «Il centro è completamente distrutto, non come nel 2009 quando si danneggiò solo un padiglione. Ho visto i migranti per le strade, le scene dei recuperi, camionette della polizia, auto dei carabinieri. Un’isola militarizzata in uno stato quasi di guerra». Migranti in fuga, hanno scritto i giornali. Ma dove vuoi fuggire, su uno scoglio? In breve sono stati presi e radunati al campo sportivo. Un volo militare ne ha trasferito un centinaio.

«Non sappiamo cosa potrà succedere nelle prossime ore», dice Sferlazzo. «La mia isola non può essere né un carcere né una base militare. Il suo ruolo naturale è quello di accogliere per massimo 2 o 3 giorni». Il ministero dell’Interno è d’accordo, ma solo in teoria. Sul sito ufficiale si esalta il “modello Lampedusa”, secondo cui il soggiorno sull’isola deve essere il più rapido possibile. Il centro serve solo a smistare i migranti e non per una lunga detenzione. E invece a febbraio i trasferimenti furono lentissimi, i migranti diventarono più numerosi degli abitanti e si trovarono a dormire all’aperto. Ad agosto – nonostante i numeri imponenti – l’evacuazione tornò rapida e gli immigranti divennero invisibili. I turisti non si accorgevano neanche della loro presenza.

A settembre gli arrivi di tunisini (che vengono trattenuti più a lungo degli altri, perché solo per loro esiste la macchina dei rimpatri) sono aumentati, ma si trattava di un fenomeno in esaurimento. Col maltempo è molto più difficile la traversata. «L’altro giorno un barcone è tornato indietro in Tunisia, mentre un altro risulta disperso», ci dice Laura Verduci del Forum Antirazzista. Ancora pochi giorni di trasferimenti e la pentola non sarebbe saltata in aria.

Il 9 settembre è arrivata sull’isola Sonia Viale, sottosegretario agli Interni. Praticamente il braccio destro di Maroni. «Tutte le organizzazioni le hanno chiesto due cose: trasferimenti veloci e la possibilità di entrare nel cosiddetto gabbio, la zona col cancello in cui nelle ultime settimane non poteva entrare nessuna associazione». Una logistica efficace e la possibilità di mediare. Due cose che avrebbero evitato il disastro.

Il 12 settembre Maroni volava a Tunisi per verificare col governo provvisorio gli accordi raggiunti e confermava l’impegno dei due esecutivi a fermare il flusso di migranti. Molto probabilmente con i respingimenti, come denunciato da Linkiesta. Il console tunisino a Palermo aveva bloccato i rimpatri perché era stato raggiunto il tetto massimo. Si gioca una grande partita al centro del Mediterraneo, fatta di accordi, tensioni, propaganda e piccoli ricatti. Una partita a palla tra governi. E i migranti sono la palla. Non si tratta solo di una metafora: il 15 settembre 110 tunisini imbarcati sulla nave “Audacia” della Grimaldi, dopo qualche ora, tornavano indietro in porto in mezzo a un cordone di polizia. Lo stesso giorno 50 immigrati destinati al rimpatrio rimanevano bloccati nell’aeroporto “Falcone e Borsellino” di Palermo e finivano al centro di Pozzallo, estremo sud della Sicilia. Il governo tunisino non aveva autorizzato il trasferimento.

Tre giorni fa il ministro della Difesa La Russa arrivava a Lampedusa. Nel centro appurava condizioni ottimali. «Questi ragazzi sono la dimostrazione di come si possa pretendere il rispetto delle regole, con grande umanità, vicinanza e solidarietà verso chi soffre», ha detto dei militari impegnati a Contrada Imbriacola. Le ultime parole famose.
Il Cpsa (Centro di primo soccorso e accoglienza) non è un Cie, come scrivono molti media. La detenzione superiore alle 48 ore deve essere motivata da un giudice. Invece si parla di trattenimenti che durano settimane. Lo stesso ente gestore dichiara – per il mese di luglio – oltre 10 giorni di permanenza media. La capienza ufficiale del centro è di 804 posti, ce ne erano almeno 500 di più.

Se a questo aggiungiamo il malumore dei tunisini, la pentola è pressione è a un passo dall’esplosione. «È già successo che uscissero fuori dal centro, ma semplicemente a mangiarsi una pizza o a fare un bagno», racconta Sferlazzo. Poi vengono ripresi dalla polizia e riportati dentro. «È reclusione senza reato, ma questo trattamento viene riservato ai tunisini. Sono trattenuti qui per mesi, etiopi o nigeriani sono ritenuti richiedenti asilo e trasferiti. I maghrebini vengono definiti migranti economici». Anche questo è illegale, come ci racconta l’avvocato Giovanni Andaloro. Per legge andrebbe esaminata la storia individuale e non l’appartenenza etnica: «A Caltanissetta seguo alcuni casi di tunisini che hanno chiesto asilo. Uno è il figlio di una spia di Ben Alì. Durante la rivoluzione sono entrati nelle caserme e hanno trovato il suo nome. Non gli è rimasto altro che scappare. Se fosse stato rimpatriato lo avrebbero ucciso».

«È una guerra, i cittadini reagiranno». Il sindaco De Rubeis ha pensato bene di accendere subito gli animi. I lampedusani sono tesissimi perché il 27 settembre è previsto l’inizio di “O scià”, il festival di Baglioni che porta sulla piccola spiaggia della Guitgia un cast degno di Sanremo. E che soprattutto ha il compito di prolungare fino all’inizio di ottobre una stagione turistica che qui è iniziata solo ad agosto, con due mesi di ritardo rispetto agli anni precedenti.

E adesso l’odio nei confronti dei tunisini è palpabile. Sono delinquenti per il sindaco. La responsabilità è solo loro. Nessuno si preoccupa di capire chi sono. I tunisini, sembra un’ovvietà ma non lo è per nulla in queste ore in cui la rabbia confonde la ragione, non sono tutti uguali. A causa di una politica dei visti fortemente restrittiva, sono costretti a partire col barcone persone profondamente diverse tra loro. E così dall’inizio dell’anno sono arrivati abitanti delle zone urbane e gente dalle campagne, lavoratori poverissimi e giovani poliglotti espulsi dalla crisi del sistema turistico. Qualche mese fa erano gli eroi della rivoluzione dei gelsomini, avevano cacciato il dittatore e dato il via alla primavera araba. Oggi sono criminali da rispedire a casa.

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