21 Settembre Set 2011 1147 21 settembre 2011

Viaggio nella chimica che resiste, pochi soldi e troppa burocrazia

Viaggio nella chimica che resiste, pochi soldi e troppa burocrazia

Montedison Ferrara

La manifattura italiana ha perso negli ultimi 6 anni ben 11,5 punti. Lo certifica l’ultima elaborazione di Eurostat, condotta sui Paesi dell’Unione Europea, da cui emerge che l’Italia, in termini di arretramento della produzione industriale, ha la quarta peggior performance, alle spalle di Portogallo (-12,8 punti), Spagna (-16,7), Grecia (-20,9). Nella manifattura italiana Linkiesta ha deciso di compiere un “viaggio”, anche raccogliendo la provocazione lanciata da Romano Prodi sul blog Technology Review, di Sandro Ovi, arricchendosi di una nuova puntata, dedicata alla chimica.

Un comparto, quello della chimica, fortemente specializzato ed internazionalizzato, vocato all’export, caratterizzato da cospicui investimenti in ricerca ed innovazione e che conta ca. 2.800 imprese che occupano ca. 110.000 addetti, in calo di 20 mila unità rispetto al 2005.La chimica italiana si regge ormai da diversi anni su imprese di piccole medie dimensioni, visto che ca. l’85% di queste hanno meno di 50 addetti. Scelta obbligata, verrebbe da dire, dopo che con lo sgretolamento dell’impero Montedison prima e di Enichem poi – ossia di chi ne raccolse l’eredità – il nostro Paese ha abbandonato ogni velleità di poter disporre, analogamente ad altri Paesi europei, di almeno un grande player.

Ciò nonostante, la chimica italiana è il terzo produttore chimico europeo dopo Germania e Francia, che peraltro costituiscono i principali partner dell’Italia. Divenuto negli ultimi 10 anni per certi aspetti terra di conquista da parte di industrie chimiche estere, il comparto della chimica vede oggi una significativa presenza di imprese a capitale estero, che costituiscono poco meno del 40% del valore della produzione e generano una ragguardevole quota di esportazioni (41%).

Va detto che la chimica ha risentito meno di altri settori industriali della crisi mondiale: dopo il crollo della produzione nel 2009 (-12%), il balzo a 65,2 milioni delle ore di cassa integrazione (erano state 16 milioni del 2008), la chimica ha chiuso il 2010 con un recupero significativo e superiore alle aspettative, che ha portato il valore della produzione a 52,6 miliardi di euro, il 6% del manifatturiero italiano: una crescita del valore della produzione che è risultata attorno al 13% sul 2009, grazie sia al miglioramento della domanda interna (+14% in valore) ma soprattutto alla forte ripresa dell’export (+26%).

Il 2011 si sta invece rivelando meno dinamico, a causa delle forti tensioni sui costi delle materie prime, ed a trainare le buone performance dei primi 8 mesi dell’anno (+3% ca.) sono solo le esportazioni, in particolare verso Germania, Francia e Paesi Bassi, il cui valore raggiunto ha ormai permesso di recuperare quasi completamente il terreno perso a causa della crisi. Crisi che da un lato, come è accaduto in altri comparti, ha accelerato i processi di ristrutturazione della chimica, alimentato le tensioni innovative, la specializzazione produttiva, l’internazionalizzazione e favorito qualche aggregazione industriale, ma dall’altro ha messo in una situazione ancora più complicata il petrolchimico, determinando probabilmente per sempre, la perdita di posizioni di rilievo che erano andate profilandosi negli anni Sessanta e Settanta. Come ci conferma Alberto Morselli, segretario generale della Filctem-Cgil, per il quale «la petrolchimica, che rappresenta la madre delle innovazioni negli anni ’50 e ’60, purtroppo oggi non ha futuro e rischiamo di vederla nei musei...paghiamo il fatto che le imprese e più complessivamente il Paese hanno smesso di investire negli anni ’80 e ’90, come invece hanno fatto ad esempio la Francia e la Germania, cosicchè un patrimonio molto importante in termini di conoscenza e di ricerca lo stiamo irrimediabilmente perdendo».

Stabilimento ex-Siris (Flickr - loryraffa15 aka... Lo.Ra.)

In effetti se pensiamo agli storici poli di Marghera, Tor Viscosa, Porto Torres, Gela, Priolo, in realtà la crisi è cominciata ben prima del 2008 e gli ultimi due anni non hanno fatto che rendere più intenso un processo di destrutturazione del petrolchimico italiano, con conseguenti innumerevoli casi di crisi aziendali. Emblematico quella della Vinyls, la più rilevante impresa in Italia attiva nel petrolchimico, con siti produttivi a Marghera, Porto Torres, Ravenna. Nel 2008 il colosso inglese della chimica Ineos, azionista unico della Vinyls dal 2005, dichiara di voler abbandonare la produzione petrolchimica in Italia; comincia il calvario per centinaia di lavoratori della Vinyls, per la quale, nel 2009, dopo una serie di interessamenti (tra cui spiccano Ramco e il fondo svizzero Gita) non andati a buon fine, si aprono le porte del commissariamento. Poche settimane fa sembrerebbe essersi aperto qualche spiraglio, visto che ai commissari sono arrivate quattro manifestazioni di interesse all’acquisto dei siti industriali in Veneto e in Sardegna. A Marghera, dove il petrolchimico ha perso negli ultimi 2-3 anni almeno 800 posti di lavoro, potrebbe vedere la luce un’attività di green economy (il trattamento degli oli vegetali) ma il condizionale è d’obbligo perché, come precisa Morselli «nonostante i reiterati annunci dell’arrivo di “cavalieri bianchi”, sulla riconversione di Marghera, seconda area industriale d’Europa, non vi è alcuna certezza». A Porto Torres, invece, il sito produttivo dovrebbe essere convertito alla produzione “green”: «Una buona notizia – commenta Morselli – poiché segnala come per pezzi di petrolchimico si possano aprire nuove ed interessanti prospettive; ciò in virtù del proficuo incontro tra Eni e Novamont e degli investimenti cospicui che verranno messi in campo nei prossimi anni». Polimeri Europa, società della chimica controllata dal gruppo Eni e Novamont hanno infatti dato vita nel mese di giugno alla newco “Matrica”; questa, attraverso un investimento di 500 milioni di euro, realizzerà un vero e proprio polo della chimica verde, costituito da sette nuovi impianti per la produzione di monomeri e polimeri "bio", nonchè da un centro di ricerca. Tutto ciò porterà, a regime, nel 2015-2016, ad un incremento occupazionale di circa 100 addetti, che passeranno così dagli attuali 582 a 685.

Per una crisi che si risolve, ce ne sono tante altre in attesa di uno sbocco. Come quella della multinazionale americana Lyondell Basell, che, nell’ambito di una profonda ristrutturazione, ha deciso di chiudere lo storico impianto ternano di produzione di polipropilene, mettendo in mobilità 140 occupati e conseguentemente a rischio 1000 lavoratori dell’indotto. In questo caso la chiusura del polo petrolchimico di Terni sembra sempre più vicina: l’interessamento verso l’acquisizione dello stabilimento produttivo, manifestato nei mesi scorsi da Meraklon - uno dei principali produttori di fibre poliefiniche a livello europeo - non ha prodotto alcun risultato concreto e la trattativa tra la Lyondell Basell e la Novamont, proprio poche settimane fa, è definitivamente tramontata in ragione della ferrea volontà della multinazionale di non cedere a concorrenti il sito di Terni.

Ma la chimica, nelle sue variegate articolazioni, è tutt’altro che in crisi e ciò emerge con chiarezza se ci si libera definitivamente dello stereotipo per cui l’industria chimica si identificherebbe con i grandi comparti di base, quindi essenzialmente con il petrolchimico. Stando agli ultimi dati elaborati da Federchimica, in realtà, sono in crescita settori come quello dei fertilizzanti e degli agrofarmaci (rappresentano il 6% del fatturato dell’industria chimica), quello dei detergenti e cosmetici (oltre il 20%), delle pitture e delle vernici (ca. il 15%), e delle altre specialità chimiche, dentro cui spiccano le performance di colle ed adesivi, delle fibre artificiali e sintetiche, dei nuovi materiali biodegradabili.

Nel segmento delle colle e degli adesivi, degna di nota l’esperienza di Kerakoll, che ha fatto della svolta “green” un fattore di successo crescente, visto che dall’azienda di Sassuolo escono ben 1.700 prodotti eco-compatibili e 950.000 tonnellate annue di produzione sono realizzati utilizzando 200.000 ton di materiali riciclati: i ricavi, saliti a più di 350 milioni di euro nel 2010, erano 240 nel 2005, i dipendenti sono 1200, con una crescita a due cifre rispetto al 2008, l’Ebitda è schizzato da 64,3 milioni di euro del 2005 agli 81 del 2009.

Sul fronte dei materiali biodegradabili, altro segmento in espansione, spicca il caso della Novamont, una realtà industriale attiva dal 1989 e oggi leader mondiale nel settore delle bioplastiche. Nata come centro di ricerca Montedison con l’ambizioso obiettivo della “Chimica Vivente per la Qualità della Vita”, Novamont, che destina più del 20% del fatturato in attività di ricerca e sviluppo, ha brevettato il famoso Mater-Bi, nome commerciale di un tipo di bioplastica, il cui processo di biodegradazione, svolto da microorganismi produce acqua, anidiride carbonica e metano. Nel 2010 il fatturato di Novamont S.p.A. ha superato i 89 milioni di euro e l’organico è salito a poco meno di 200 addetti ed ora l’azienda è in prima linea nel piano di eco-riconversione dei Porto Torres.

Impianto chimico (Flickr - Le foto di Mario)
Non riesce invece a decollare l’industria delle fonti rinnovabili, quella della trasformazione delle biomasse di varia origine in energia. In tale ambito l’Italia sconta un netto ritardo rispetto ad altre nazioni europee, come Austria e Germania, dove da tempo, ad esempio, le stalle sono dotate di impianti a biogas per recuperare, da un lato, i sottoprodotti derivati dall’allevamento, e, dall’altro, per risparmiare sia sui costi di smaltimento che di gestione. Fa eccezione la vicenda della Provincia Autonoma di Bolzano, che copre già oggi il 56% del suo fabbisogno di energia elettrica e termica con risorse locali e rinnovabili e nel cui territorio sono attivi 63 impianti di teleriscaldamento a biomassa e ben 7000 mini-impianti a biomassa che soddisfano poco meno del 15% del fabbisogno energetico del territorio.

Nel nostro Paese il quantitativo annuo di biomasse residuali disponibili si attesta oltre i 25 milioni di tonnellate di sostanza secca, considerando realisticamente i soli scarti organici derivanti dai cinque comparti più idonei: agricoltura, foreste, agroindustria, industria del legno e rifiuti urbani. Questa disponibilità, al netto degli usi competitivi e alternativi, potrebbe essere tradotta con buona approssimazione in un valore compreso fra 24 e 30 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio all’anno ma una legislazione farraginosa ed un gap in termini di ricerca scientifica sul tema di fatto impediscono che questo potenziale possa essere sfruttato in modo soddisfacente.

In netto sviluppo è invece il settore degli additivi. Significativo è il caso della Esseco Group di Trecate in provincia Novara, che nel 2010 ha migliorato ulteriormente le proprie performance: un giro d’affari di poco superiore a 200 milioni di euro (di cui la metà realizzato all’estero), che nel 2011 potrebbero diventare 250, un patrimonio netto consolidato cresciuto negli ultimi 10 anni ad una media del 12% all’anno. Esseco, come si legge nella presentazione dell’azienda novarese, è presente sulla tavola di quasi un miliardo di persone nel mondo con i suoi additivi alimentari, fissa le fotografie di centinaia di migliaia di famiglie, è sulla strada con milioni di automobilisti e, visti i recenti e consistenti investimenti in ricerca condotti nel comparto enologico nonché una serie di acquisizioni fatte tra Stati Uniti, Francia e Regno Unito, contribuisce con i propri lieviti ed enzimi alla produzione dei vini di maggior qualità nel mondo.

L’industria chimica dei piccoli-medi produttori offre insomma un quadro che presenta ombre ma anche luci. Gli effetti della crisi economica sul settore sembrano ormai un lontano ricordo. Nel 2009, annus horribilis, la produzione passò da 54,6 a 45,5 milioni di euro (-16,7%), la domanda interna crollò del 17,6%, gli addetti, solo grazie al massiccio ricorso alla cassa integrazione, diminuirono solo di 2 mila unità, le importazioni ebbero una calo addirittura del 20,8% (da 32,2 a 25,5 milioni di euro) e le esportazioni subirono un taglio di 19,8 punti arrivando a 17,8 milioni di euro contro i 22,2 del 2008. Dal 2010, anno della riscossa per il settore, sono proprio le esportazioni che hanno permesso di far tonare a correre la chimica italiana: 3,5 miliardi verso la Germania, 2,3 verso la Francia, 1,5 verso la Spagna, 1,1 verso gli Stati Uniti e poco meno di 1 miliardo verso la Gran Bretagna. Ciò nonostante, l’import continua ad essere decisamente maggiori dell’export: nel 2010 abbiamo importato 7,3 miliardi dalla Germania, 4 dalla Francia, 3,4 dal Belgio, 2,6 dai Paesi Bassi, 1,8 dalla Spagna. Dopo il calo del 2009, legato al crollo della domanda interna, il deficit commerciale è certo migliorato portandosi a quota 9,5 miliardi di euro, livello inferiore rispetto al periodo 2006-2008 (quando superava i 10 miliardi) ma il pareggio nella bilancia commerciale rimane un miraggio. Va detto che il deficit si concentra nella chimica di base e nelle fibre, mentre la chimica fine e specialistica risulta in avanzo dal 2005. Sempre rispetto alla crisi del 2008-2009, è pur vero che questa, più che avere generato vere e proprie discontinuità, ha accelerato tendenze precedenti e di conseguenza, le imprese che con più decisione avevano intrapreso un percorso di cambiamento e ripensamento delle strategie aziendali prima della crisi, sono quelle che ne hanno sofferto meno e hanno colto più rapidamente le opportunità della ripresa.

Vista di una fabbrica chimica
Ma è altrettanto vero che la crisi ha definitivamente messo in discussione l’assioma, comune ad altri settori, per cui “piccolo è bello”: sono soprattutto le imprese medio-grandi ad aver ripristinato i livelli di attività pre-crisi anche in Italia. «La crisi – ci dice Morselli – ha dimostrato, ancora di più, che la crescita dimensionale è il percorso necessario per stare sul mercato, conquistarne ulteriori fette ed assumere posizione di leadership mondiale, come insegnano i casi della Mossi & Ghisolfi (propduzione di PET per il packaging), della Mapei (colle ed adesivi per edilizia), della Radici Group (fibre hi-tech)».

Per molte delle imprese maggiormente strutturate però la ripresa dei volumi non si è purtroppo accompagnata al ritorno della redditività su livelli soddisfacenti: ciò sta destando qualche preoccupazione alla luce dell’ulteriore ondata di rincari, anche nel primo semestre del 2011, delle materie prime, per le quali la nostra dipendenza è attorno al 60% del valore della produzione di settore.

Come confermano le analisi condotte da Federchimica, per tante aziende chimiche, oltre all’export, sono stati gli investimenti in ricerca e innovazione, la chiave di volta nella vittoria sulla crisi. In effetti negli anni Duemila le imprese di chimica fine e specialità hanno intensificato il loro impegno nella ricerca e innovazione. Lo testimonia l’aumento, tra il 2000 e il 2008, non solo della quota di imprese innovative (+17%) ma anche di imprese con attività di R&S (+9%); ma soprattutto il fatto che le spese di innovazione sfiorano i 950 milioni di euro (11.5% del valore aggiunto) e gli addetti dedicati alla ricerca sono quasi 5.000: un’incidenza sull’occupazione chimica, pari al 4.1%, più che doppia rispetto all’industria manifatturiera (1.7%). Questa vivacità emerge nel confronto europeo dove l’Italia è seconda solo alla Germania per numerosità di imprese chimiche attive nella ricerca (oltre 800). Quella ricerca che da anni è il cavallo di battaglia di un altro segmento in notevole crescita: quello dell’industria delle fibre sintetiche ed artificiali.

Le fibre man-made sono impiegate non solo nei settori più tradizionali del tessile per abbigliamento e arredamento, ma sempre più trovano applicazioni tecniche al di fuori di queste filiere (prodotti per uso medicale, abbigliamento sportivo e di sicurezza, geotessile, prodotti per l’edilizia e per l’industria automobilistica e aerospaziale). A livello europeo l’Italia è seconda solo alla Germania per valore delle vendite (13%) e per quantità esportate (17%) e in ambito europeo detiene la leadership nella produzione di fibra poliammidica. I recenti dati elaborati da Assofibre Cirfs Italia - l’Associazione industriale italiana che raggruppa le aziende produttrici di fibre artificiali e sintetiche – evidenziano come l’industria delle fibre man-made, dopo il rimbalzo del 2010 (+18% in volume sul 2009), è cresciuta ancora del 4,3% nei primi cinque mesi del 2011 e continuerà a crescere anche nella seconda parte dell’anno, benché a tassi più moderati, chiudendo l’anno con almeno un +2-2,5% rispetto al 2010.

Anche in questo caso, la crescita è principalmente trainata dall’export: esso da anni rappresenta il principale sbocco per la produzione delle imprese italiane di fibre man-made ed è strutturalmente rivolto per circa il 73% ai Paesi Ue27 e per il 5% alla Turchia, ma non permetterà al settore di tornare a breve ai livelli del 2007. perché ciò possa avvenire per il comparto della chimica nel suo complesso, il cammino è ancora lungo e storici gap competitivi saranno difficilmente superabili nel breve periodo: «in primis i costi energetici – sottolinea Morselli – visto che la privatizzazione dell’Enel non si è accompagnata ad una vera apertura del mercato energetico e le aziende del comparto, fortemente energivore, subiscono costi superiori del 30% rispetto alla media europea».

A ciò si aggiunge una burocrazia pesantissima e lentissima, che costituisce spesso un ostacolo invalicabile per chi vuole investire nel settore: «Nel 1995 – ha affermato Cesare Puccioni all’ultima assise di Federchimica che lo ha eletto presidente – Federchimica pubblicò uno studio sulle procedure amministrative nel nostro Paese: ad oltre quindici anni di distanza le cose non sono cambiate molto. Da un lato perché le poche semplificazioni introdotte sono state più che compensate da un aumento vertiginoso delle diverse normative, dall’altro perché ci si è concentrati, in modo eccessivo, sulle grandi questioni, dimenticando che la vita delle imprese si scontra ogni giorno con una serie di procedure troppo spesso inutili che, messe insieme, formano una vera e propria barriera alla competitività e all’innovazione».

La produzione chimica in Italia, settore per settore (dati 2008)

Volumi totali di produzione, import ed export della chimica in Italia

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