30 Settembre Set 2011 1517 30 settembre 2011

Non dimentico lo sguardo dei greci fisso nel vuoto

Non dimentico lo sguardo dei greci fisso nel vuoto

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Il mare di Astir, a pochi chilometri da Atene, è ancora bellissimo, come spesso capita da queste parti anche a settembre inoltrato. È l’ultimo fine settimana del mese, e per fuggire la calura opprimente della città non c’è di meglio che rifugiarsi per qualche ora tra il verde e l’azzurro abbaglianti di questa tranquilla località, dove ogni abitazione è bianca e le vetture scorrono silenziose lungo i viali.

Lo stabilimento sul lato nord della piccola penisola – attrezzato come un centro benessere, controllato da un discreto ma efficace servizio d’ordine, attraversato da eleganti passerelle in legno – è affollato di coppie e famiglie sin dalle prime ore del mattino. Si parla a bassa voce, si sfogliano i giornali senza apprensione, si ordina da bere e ci si bagna il busto per smorzare l’afa.

Tra gli spaziosi ombrelloni, dal tessuto candido e ordinati con rigore geometrico lungo cinque file, non c’è l’ombra d’un turista forestiero, salvo chi scrive, improvvisatosi cronista. Dalle facce rilassate dei bagnanti, dal vociare educato dei bambini sulla spiaggia e soprattutto dalle auto parcheggiate all’esterno si capisce che si tratta di ateniesi facoltosi e, all’apparenza, senza troppi pensieri. La Grecia rischia il default, ma i loro problemi, a vederli stesi sui lettini, sembrano altri: come riprendersi dalle fatiche d’una settimana di lavoro e come mantenere l’abbronzatura in vista dell’inverno. Non vogliono dimenticare la crisi che incombe sul loro Paese, semplicemente non ci pensano.

Ma basta risalire da Astir verso la capitale, attraverso un traffico meno caotico di quel che ci si aspetterebbe, per imbattersi in tutt’altro scenario. La prima cosa che colpisce arrivati ad Atene, non appena ci si sposta dai luoghi deputati al turismo, affollati come sempre ma senza allegria, è il senso di cupezza che vi domina. La gente cammina con passo svelto e apparentemente senza meta. Molti negozi sono chiusi e quelli aperti sembrano deserti. Ai bar siedono pochi avventori, quasi tutti in età matura. I taxi gialli sono fermi in lunghe code ai lati delle strade, senza clienti. Si incrociano spesso mezzi della polizia e uomini in divisa. Chiunque incroci ti appare sfuggente e nervoso.

È il primo pomeriggio, fa ancora molto caldo. La zona intorno al Parlamento sembra tranquilla, ma è presidiata da un gran numero di agenti in tenuta antisommossa, pronti a intervenire: si temono raduni e scontri al calar del sole. In lontananza si percepisce il suono disordinato di fischietti e clacson: è un minuscolo corteo di autisti di mezzi pubblici che si materializza all’improvviso brandendo striscioni e cartelli. Protestano – ovviamente – contro il rischio di venire licenziati da un momento all’altro, ma nell’indifferenza generale.

Mezz’ora dopo, cinquecento metri più in basso, lungo la strada pedonale che conduce all’Acropoli partendo proprio dalla zona del Parlamento, tocca a un altro gruppo, in gran parte donne che indossano un cappellino rosso e che sembrano sbucate dal nulla, inscenare una piccola manifestazione a ridosso di un ufficio governativo. Si urlano slogan, si agitano le mani, ma si ha l’impressione, avvicinandosi, di una compostezza che sconfina nella rassegnazione. Non sembra nemmeno uno sciopero, ma una disperata e vana richiesta d’aiuto collettiva. 

Ad Atene (come in tutta la Grecia) va avanti così – tra grandi cortei di massa organizzati dai sindacati e proteste di piccoli gruppi che si aggregano spontaneamente – ormai da settimane. Spesso si è arrivati allo scontro fisico, ma più il tempo passa più, a quanto pare, ci si prepara all’inevitabile. La stanchezza – tranne che per i più giovani – sembra aver avuto la meglio sulla rabbia.

I greci di una certa età, infatti, sanno, anche senza ammetterlo, che dovranno pagare un prezzo salatissimo non a causa dei guasti indotti dalla globalizzazione o della voracità dei mercati finanziari, ma per le follie che hanno accettato nel corso degli anni dai loro governanti.

Tra coloro che oggi protestano sono in tanti ad aver guadagnato, poco o molto, da un sistema di finanza pubblica finalizzato a conquistare il consenso politico e a mantenere la pax sociale attraverso la distribuzione a pioggia delle risorse dello Stato e l’inosservanza tollerata d’ogni regola di civile convivenza. Per un Paese che non produce ricchezza, salvo gli introiti del turismo e un minimo d’apparato industriale, che politicamente è retto da decenni da clan e dinastie famigliari voraci e irresponsabili, era fatale che giungesse la resa dei conti. Nessuno, probabilmente, se l’aspettava tanto drammatica.

Naturalmente, più la crisi si annuncia grande più sono destinate ad aumentare le fratture interne tra chi ha molto (capitali all’estero, rendite finanziarie, patrimoni immobiliari, ricchezze accumulate nel tempo) e chi, avendo poco o soltanto il proprio lavoro, rischia di perdere ogni fonte di sostentamento. Un’economia che crolla, quali ne siano le cause, non è vero che uccide un’intera nazione: si abbatte con effetti devastanti soprattutto su chi è già debole (giovani, donne e anziane), sulla piccola borghesia costretta a regredire sulla scala sociale, sulle classi lavoratrici, sui marginali o precari d’ogni tipo.

È sempre accaduto nella storia. Sta nuovamente accadendo ai greci, che sembrano aspettare le decisioni dell’Europa sul proprio futuro con sentimenti opposti: la minoranza degli abbienti, coloro che probabilmente hanno già messo al riparo i loro beni e le loro ricchezze monetarie, con moderato timore; la maggioranza della popolazione, lavoratori a stipendio fisso o artigiani o piccoli commercianti o laureati in cerca di occupazione, con angoscia e un senso crescente di disperazione.

I primi – così purtroppo va il mondo – potranno sempre sollevarsi dalle preoccupazioni concedendosi una vacanza al mare, come i bagnanti che in questo finale d’estate continuano ad affollare le spiagge di Astir. Ai secondi, quando la scure del risanamento obbligatorio si abbatterà definitivamente sulla loro testa, non resterà che continuare camminare per le strade con lo sguardo fisso nel vuoto, sperando in una salvezza che non arriverà.

Tremano i polsi al solo pensiero che l’Italia – dove sono tornato dopo la mia breve visita portandomi dietro un misto di sollievo e senso di colpa – possa ridursi in una simile condizione. “Rischiamo di fare la fine della Grecia” è una frase che non pronuncerò più.

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