4 Ottobre Ott 2011 1100 04 ottobre 2011

Oltre la crisi, l’acciaio italiano teme la Cina e i prezzi

Oltre la crisi, l’acciaio italiano teme la Cina e i prezzi

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La quarta tappa del viaggio che Linkiesta ha deciso di compiere nella manifattura italiana, raccogliendo la provocazione lanciata da Romano Prodi sul blog Technology Review di Alessandro Ovi è dedicata all’industria siderurgica. Un comparto, quello del siderurgico, perno della ricostruzione post-bellica, attore fondamentale nei progressi infrastrutturali ed economici degli anni successivi, e grande protagonista – sotto il controllo pubblico dell’IRI – del boom degli anni Sessanta. Un settore attraversato, negli ultimi decenni, da profonde crisi e conseguenti trasformazioni: dalla grande crisi della prima metà degli anni Settanta (che anticipando quella dell’industria siderurgica europea determinò una prima emorragia di posti di lavoro e, nello stesso tempo, portò alla nascita di numerose piccole-medie aziende ad alto tasso di specializzazione produttiva), alla seconda crisi, degli anni Ottanta, che accelerò il fallimento della siderurgia pubblica, la privatizzazione del colosso statale Finsider e l’emersione di rilevanti gruppi industriali come Riva, Marcegaglia, Lucchini e Arvedi. Fino ad arrivare alla crisi del 2009, che ha causato una contrazione eccezionale della produzione, passata dai 30,6 milioni di tonnellate del 2008 a 19,8 milioni, un ulteriore ridimensionamento in termini occupazionali, ma anche un’accelerazione dei processi di specializzazione: meno prodotti cosiddetti lunghi per l’edilizia, più acciai speciali legati alla meccanica, in particolare quella legata all’esportazione (trattoristica, automotive).

Nel nostro Paese la fase più acuta della crisi è stata gestita con un grande utilizzo degli ammortizzatori sociali: Cigo, spesso arrivando all’esaurimento, Cigs, Cassa in deroga, Contratti di solidarietà. «La sommatoria di questi interventi – ci informa Vittorio Bardi, coordinatore nazionale di Fiom-Cgil per la siderurgia – ha comunque, generalmente, garantito una certa tutela del reddito ed evitato grandi perdite occupazionali dirette (pur considerando uscite incentivate), mentre la perdita più accentuata la si è avuta per i lavoratori con le varie tipologie di contratti precari (a termine, interinali) e ancor di più per i lavoratori coinvolti nel perimetro degli appalti e dell’indotto siderurgico. Dall’ultima rilevazione effettuata a luglio emerge, almeno in alcune realtà, una ripresa suppur contenuta di alcune assunzioni».

Oggi il settore dell’acciaio italiano, che sta proseguendo il recupero di volumi realizzato nel 2010 (25,7 milioni di tonnellate), conta su circa 200 imprese, che fatturano complessivamente circa 40 miliardi di euro, di cui il 36% circa all’estero (14.3 milioni di euro nel 2010) e che danno lavoro a poco più di 37.000 addetti (60.000 compresa l’occupazione indiretta), 2.200 in meno rispetto al 2008. Bisogna certo considerare che la produzione attuale è ancora lontana dai valori del 2008 e da quelli record del 2007 (32,5 milioni). Tuttavia l’industria siderurgica italiana, che destina il 60% della produzione a tre settori – costruzioni, automotive, infrastrutture  – conserva un peso rilevante in Europa, tanto da fare del nostro Paese il secondo produttore e consumatore di acciaio, alle spalle della sola Germania.

Nei primi otto mesi del 2011 l’Italia ha prodotto 18,7 milioni tonnellate di acciaio (+10% sullo stesso periodo del 2010) crescendo più della media europea, anche se va sottolineato che siamo ancora distanti (-14%) dai risultati raggiunti nel periodo pre-crisi, da gennaio ad agosto del 2008. In particolare, i prodotti piani (automotive, elettrodomestici, cantieristica navale, ecc.) sono cresciuti nei primi 7 mesi del 2011 del 13,1% rispetto allo stesso periodo del 2010 mentre quelli lunghi (infrastrutture, edilizia civile e industriale, ecc.) dell’8,6%. Venendo alla bilancia commerciale, nei primi sei mesi l’Italia ha importato quasi 10,2 milioni di tonnellate di acciaio (+17,3% sullo stesso periodo del 2010) e ne ha esportate quasi 9 milioni (+13,7%).

Emerge dunque un quadro in cui le imprese del settore, nonostante casi eclatanti di crisi aziendali per le quali non si intravede ancora lo sbocco, sembra abbiamo ricominciato a marciare. Come ci conferma Flavio Bregant, direttore generale di Federacciai, «il settore nel suo complesso nei primi mesi dell’anno ha fatto registrare un buon andamento, seppure un po’ a macchia di leopardo: se la meccanica e l’esportazione hanno costituito un buon traino, il comparto delle costruzioni ha sofferto maggiormente per la stasi dell’edilizia e delle grandi opere. Le nostre previsioni inducono realisticamente a pensare che il 2011 si chiuderà con un +10% nonostante la crisi, i deficit competitivi del nostro Paese, i costi alti delle materie prime, per il cui approvvigionamento dipendiamo pressoché completamente dall’estero». Rispetto alle materie prime siderurgiche va in effetti detto che, nonostante una diminuzione dell’1% rilevata ad agosto sul mese di luglio, rispetto all’agosto del 2010 i prezzi sono cresciuti del 13,4% in dollari e del 4,4% in euro. Ciò, unito a una crescente volatilità delle quotazioni, incide fortemente sui costi produttivi. Un mercato, quello delle materie prime, dove di fatto vige un oligopolio di tre società minerarie (una australiana, una brasiliana e una indiana), che gestiscono circa l’80% delle esportazioni globali e che è sempre più condizionato dal crescente potere contrattuale della Cina. Qui nel 2010 si sono prodotti 626,6 milioni di tonnellate di acciaio, pari al 44,3% della produzione mondiale. In Europa la produzione siderurgica del 2010 è stata invece di 172,6 milioni di tonnellate (+24,5% sul 2009). Il 2011 è in crescita a due cifre anche se difficilmente i valori torneranno ai livelli del 2008 (198 milioni di tonnellate), soprattutto a causa di una concorrenza sempre più agguerrita dei Paesi asiatici, così come di Turchia e Russia.

Ma è soprattutto la Cina a far paura all’Europa: là i costi della manodopera sono notevolmente inferiori a quelli europei, le barriere all’importazione sono muri protezionistici invalicabili e i vincoli ambientali presenti non sono minimamente comparabili a quelli in vigore nel mercato europeo. «Su tale aspetto – precisa Bregant – rimarchiamo da tempo come, per esempio, gli obiettivi ambientali unilaterali che la Comunità europea si è posta di raggiungere entro il 2020 creino di fatto una condizione di disparità tra i vari Paesi produttori. Per questo chiediamo che tali misure debbano essere rispettate da tutti, anche dai Paesi extraeuropei che ospitano industrie siderurgiche, come ad esempio Cina, India, Stati Uniti. Già oggi, infatti, le condizioni del mercato mostrano forti distorsioni, con quasi tutte le aree del mondo che hanno dei sistemi di incentivi alle esportazioni dei loro prodotti, come pure limiti alle importazioni, a fronte di una Unione Europea senza barriere, con vincoli e costi unilaterali e con strumenti di difesa commerciale limitati e di scarsa efficacia».

Di diverso avviso Bardi della Fiom-Cgil, secondo cui «c’è prima di tutto da considerare che sulle importazioni, dalla Cina e da altri Paesi emergenti (da cui anche importanti imprese, come ad esempio il Gruppo Marcegaglia si approvvigionano, ndr) sarebbe necessario andare oltre i luoghi comuni, visto che gran parte delle importazioni riguardano prodotti di notevole qualità (es. laminati a freddo, prodotti rivestiti) e non solo prodotti di bassa qualità competitivi sulla base del prezzo. Ciò detto, credo che per eliminare le oggettive disparità presenti, l’adozione di misure protezionistiche dovrebbe costituire l’extrema ratio. Sarebbe più proficuo, come sosteniamo da tempo, che l’Unione europea ponesse con gradualità dei vincoli ambientali su talune produzioni, tra cui anche i manufatti siderurgici, prevedendo, per quei prodotti provenienti da Paesi extra Ue che non sono conformi alle prescrizioni comunitarie, alternativamente l’impossibilità di essere posti in commercio in ambito Ue o un costo aggiuntivo sul modello della Carbon Tax».

Ma quello della concorrenza “sleale” è solo uno dei tanti capitoli che condizionano negativamente la produzione siderurgica italiana. Basti pensare all’energia: il siderurgico assorbe ben il 14% dell’energia elettrica e l’8% del consumo di gas dell’intero comparto manifatturiero ed è dunque evidente come dover affrontare costi superiori anche del 30% rispetto a quelli sostenuti dalle imprese concorrenti anche a livello Ue rappresenti un gap competitivo di non poco conto. Sul tema, Giuseppe Pasini, Presidente di Federacciai, all’ultima assemblea nazionale è stato molto chiaro: «Nonostante i massicci investimenti realizzati in tecnologie votate all’efficientamento energetico non possiamo fronteggiare una bolletta energetica superiore a quella dei competitor esteri, compresi quelli comunitari, e restare competitivi se non potremo contare in futuro su una forte e precisa politica energetica di differenziazione delle fonti che riequilibri il mercato; questo ritardo rischia di penalizzarci in modo irreversibile». Altro elemento del cahiers de doléances che da diversi anni le aziende del settore presentano al governo di turno è quello delle grandi opere, “valvola di sfogo” importante per il siderurgico: «L’assenza di progetti infrastrutturali o il mancato avvio di progetti approvati sulla carta – sottolinea Bregant – incidono pesantemente sulla riduzione della domanda di acciaio, penalizzando e bloccando un fattore capace di innescare un volano a vantaggio della manifattura in generale».

In un quadro a tinte fosche, complicato dalla crisi, come per ogni settore, ci sono aziende che crescono ancora più velocemente ed altre invece che acuiscono le proprie difficoltà. In quest’ultimo caso, sono certamente emblematiche le crisi aziendali dei due colossi Lucchini e ThyssenKrupp, il cui esito potrebbe cambiare la fisionomia della siderurgia del nostro Paese. Per Lucchini – grande realtà produttiva che vanta in Italia cinque stabilimenti (Piombino, Bari, Lecco, Trieste e Candove), di proprietà per il 50,2% del magnate russo Aleksei Mordašov e per il 49,8% della multinazionale Severstal – a seguito della decisione di Severstal di abbandonare la produzione in Europa e mettere in vendita gli stabilimenti e dopo l’accordo raggiunto con le banche per l’avvio di un processo di ristrutturazione del debito da 770 milioni di euro, sono in corso dei sondaggi tesi a verificare la possibilità di allargare la compagine societaria a nuovi potenziali acquirenti; dunque al momento dei 2.800 operai impiegati nel gruppo ce ne sono 500 a forte rischio mentre per altri 1600, dello stabilimento di Piombino, è partita ad agosto la cassa integrazione ordinaria. «E se non dovessero essere trovati nel breve termine investitori – precisa preoccupato Bardi della Fiom – rischia di scomparire un sito produttivo di eccellenza, uno dei due “cicli integrali” di lavorazione – l’altro è quello di Taranto – da cui escono manufatti di notevole qualità».

Nel caso di ThyssenKrupp, che tutti ancora ricordano per l’incendio alla acciaieria di Torino costato la vita a 7 operai, il colosso tedesco dell’acciaio ha confermato invece l’intendimento di procedere allo scorporo dell’area inox anche se non sono ancora chiari tempi e modalità. Decisione, quest’ultima, che avrebbe effetti diretti sullo stabilimento di Terni e sulle prospettive occupazionali dei suoi circa 3.000 lavoratori. Per aziende in crisi o che decidono di procedere a poderose ristrutturazioni con conseguenti “dimagrimenti” in termini produttivi e occupazionali, ce ne sono altre che consolidano il proprio posizionamento sul mercato. È il caso, ad esempio, del gruppo Arvedi – 1,8 miliardi di fatturato realizzati nel 2010, 5 stabilimenti produttivi, 2400 dipendenti – che pure durante la crisi non ha mai smesso di investire in qualità e innovazione. Le cifre parlano da sé: 345 milioni di investimenti nel 2008, 261 nel 2009, annus horribilis per la siderurgia, e 135 nel 2010. Gran parte di queste somme sono servite a realizzare un nuovo e modernissimo complesso produttivo a Cremona, che consentirà al gruppo di triplicare la produzione di acciai speciali e di aumentare il fatturato addirittura del 140% rispetto al 2009. «Già tempo fa – sottolinea Bardi – ancora prima dell’inizio della crisi, sostenevamo che in prospettiva la siderurgia italiana avrebbe dovuto concentrarsi più sulla qualità delle produzioni, verso tipologie di prodotti a più alto valore aggiunto, piuttosto che sull’aumento delle quantità. In effetti se la siderurgia italiana, pur perdendo pezzi importanti, rimane in piedi, è perchè in buona misura le aziende hanno investito sulla qualità del prodotto o del ciclo o si sono specializzate in nicchie di qualità». Su analoga lunghezza d’onda è il direttore generale di Federacciai, per il quale «la ricetta vera per stare sul mercato è la qualificazione, la specializzazione, l’innovazione. Alla manifattura servono però anche politiche industriali mirate, che contemplino azioni tese a rimettere in moto le grandi opere, a sburocratizzare, a incentivare gli investimenti, a realizzare i piani casa rimasti sulla carta. Questi anni, in fondo, ci hanno insegnato che nei Paesi dove si è continuato a sostenere la manifattura e non si è rincorsa l’illusione di poter puntare su un’economia dei servizi, la crisi è stata affrontata e superata con maggiore incisività».

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