6 Ottobre Ott 2011 2200 06 ottobre 2011

Quel che resta del Pdl: fazioni, correnti e minigruppi

Quel che resta del Pdl: fazioni, correnti e minigruppi

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Fronde, correnti, think tank. Nel Popolo della libertà degli ultimi tempi è diventata quasi una moda. Ogni giorno spunta un nuovo gruppo di parlamentari. Una minoranza interna pronta a reclamare più spazio e avanzare richieste. Compagini tanto piccole quanto decisive per la tenuta della maggioranza.

L’ultima creatura del dissolvendo Pdl si chiama “Controcorrente”. È il movimento dei neoliberisti a oltranza, raccolti attorno al sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto. Sono gli anti-tremontiani per eccellenza. Quelli che già quest’estate avevano fatto fronte comune per contestare le ipotesi di patrimoniale nella manovra del ministro di via XX Settembre. «Se il provvedimento non cambia - il loro ultimatum agostano - noi non lo votiamo». A metterci la firma erano stati una decina, non di più. Anche se i protagonisti hanno sempre giurato di aver ricevuto l’anonimo sostegno di numerosi colleghi. Insieme a Crosetto si schierarono Giorgio Stracquadanio (uno degli animatori di Controcorrente), Isabella Bertolini, Antonio Martino, Giuseppe Moles. Inizialmente anche il senatore Lucio Malan. Stavolta c’è da scommettere che la formazione - la prossima settimana a Montecitorio ci sarà la presentazione ufficiale - aumenti sensibilmente di numero.

La fronda protagonista del momento, però, è quella degli scajoliani. Gli uomini vicini all’ex ministro dello Sviluppo economico sono quelli che in questi giorni danno più pensieri al premier. Ieri si sono incontrati a cena in un ristorante romano alla Galleria Colonna, a due passi da Palazzo Chigi. I venti parlamentari avrebbero preparato un misterioso documento - ancora oggi Scajola non conferma né smentisce - in cui sarebbe stata messa nero su bianco la proposta di allargare la maggioranza al Terzo Polo. Il progetto di un nuovo esecutivo, con la partecipazione di altre forze moderate, ribadito questo pomeriggio da Claudio Scajola durante un colloquio con alcuni giornalisti alla Camera: «In questo momento c’è bisogno di mettere insieme le forze migliori».

Piccole fronde crescono. Gli ultimi arrivati sono gli ex finiani di Fare Italia. La formazione dei parlamentari fuoriusciti da Futuro e Libertà guidata da Adolfo Urso e Andrea Ronchi. Insieme a loro ci sono Pippo Scalia e i senatori Maurizio Saia e Giuseppe Menardi. Una realtà piccola ma, assicurano molti berlusconiani, in crescita. Sempre pronta ad accogliere altri futuristi insoddisfatti. Anche gli ex finiani hanno iniziato a porre alcune condizioni per continuare a sostenere la maggioranza. In un incontro con il segretario Pdl Angelino Alfano, ieri Ronchi ha chiarito: «Il decreto sviluppo non si può fare a costo zero. Altrimenti dov’è lo sviluppo? Non scherziamo. Se non è fatto bene non lo votiamo». Dello stesso avviso i parlamentari di Grande Sud, gli uomini di Gianfranco Micciché. Ennesima sigla della frammentata maggioranza. Due giorni fa il sottosegretario ha presentato ad Alfano il suo piano per il Meridione. Una serie di misure da inserire nel provvedimento del governo. «Il segretario ci ha assicurato che ne terrà conto - spiega oggi il deputato Pippo Fallica -. Ma è chiaro che non ci saranno misure per il Sud noi non voteremo il decreto». 

Tra le piccole realtà del Pdl un ruolo tutt’altro che marginale spetta ai Cristiano Popolari di Mario Baccini. Una mini formazione - nei prossimi giorni dovrebbe arrivare a contare cinque parlamentari - che presto potrebbe creare qualche problema alla maggioranza. Secondo alcune indiscrezioni, gli uomini di Baccini avrebbero suggerito ai vertici del partito di non porre la questione di fiducia sul provvedimento intercettazioni. Se la prossima settimana la richiesta non venisse accolta, il gruppo potrebbe anche decidere di votare in dissenso.

E poi ci sono gli alemanniani. Tra le schiere del Pdl, il sindaco di Roma può contare su una ventina di parlamentari. Ma il sogno dell’ex ministro delle Politiche agricole è più ambizioso. Qualche giorno fa l’annuale incontro della sua fondazione “Nuova Italia” è servito per gettare le basi di un nuovo correntone. Un partito nel partito in grado di attrarre l’interesse di gran parte degli ex An rimasti fedeli a Silvio Berlusconi. Numeri alla mano, sarebbe la fronda più consistente. Un discorso a parte merita Beppe Pisanu. Il presidente della commissione Antimafia - convinto della necessità di un passo indietro del premier e della nascita di un governo di larghe intese - avrebbe riunito una piccola pattuglia di senatori. Una dozzina in tutto. Abbastanza da far circolare nel partito una voce preoccupata: da qui in avanti la maggioranza rischia di cadere proprio a Palazzo Madama. 

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