10 Ottobre Ott 2011 1325 10 ottobre 2011

Torna il decreto sviluppo, ma per ora è un sacco vuoto

Torna il decreto sviluppo, ma per ora è un sacco vuoto

Paoloromani

Dopo l’austerity, la crescita. Il monito della Banca centrale europea (Bce) nei confronti dell’Italia, formalizzato tramite la lettera del 5 agosto scorso, non è passato inosservato. Tuttavia, il processo di formazione del decreto sviluppo, focalizzato sulla crescita economica, continua a incontrare ostacoli. Troppe le voci, troppi gli interessi contrastanti all’interno del Pdl, troppo poche invece le carte da giocare per il rilancio del Paese. E, quasi a sorpresa, torna a circolare la possibilità di un nuovo piano d’incentivi, anche se sono ancora da definire le modalità d’azione.

«I soldi non ci sono e non sembra esserci una soluzione. L’Europa chiede rigore e crescita, ma i soldi da dove arrivano?». Così parla uno dei colonnelli del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lontano dai microfoni, nel caos della buvette nell’ora di pranzo. È visibilmente scosso, anche perché il tempo sta andando avanti inesorabile e la fine di ottobre si sta avvicinando. Stamattina il sottosegretario all’Economia, Luigi Casero, ha ribadito che «entro fine ottobre» il Governo pensa di poter presentare il decreto sviluppo. Il vero punto è cosa fare, cosa presentare.

Domani il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, sarà il gran cerimoniere della riunione di coordinamento per la nascita del decreto sviluppo. E la riunione si aprirà con le diverse fronde del Pdl che tenteranno «un’assalto alla diligenza». Questo infatti è il termine che più si ripete nel Transatlantico di Montecitorio. Dato che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti dovrà necessariamente mettere mano al portafoglio, è questa l’occasione giusta per poter inserire articoli e articoletti che non sono stati inseriti nelle due manovre finanziarie d’estate, puntate sull’austerity.

Ma il vero punto è cosa presentare. Sul tavolo del capo di gabinetto del ministro dell’Economia, Vincenzo Fortunato, ci sarebbe un programma biennale articolato su tre punti. In realtà erano quattro, ma l’idea di una patrimoniale su larga scala non è andata a genio a Berlusconi, che prima di partire per la Russia avrebbe seccamente commentato questa opportunità. Rimangono tre punti: incentivi, liberalizzazioni, semplificazione normativa per le imprese. Secondo fonti del ministero di Via Veneto, anche il ministro Romani sarebbe d’accordo coi tecnici del Tesoro, che puntano a ottenere almeno 8 miliardi di euro dal pacchetto sviluppo. Ma se nei corridoi di Via XX settembre si parla di una pesante operazione di liberalizzazione delle professioni, a Palazzo Chigi smorzano gli entusiasmi. L’operazione non sarebbe gradita a Berlusconi, che dalla Russia si è reso irraggiungibile per via del compleanno di Vladimir Putin. Nell’idea di diversi capitani del Pdl, liberalizzare significherebbe potenzialmente perdere una parte di elettorato e, data l’emorragia di consensi di Berlusconi, si vuole evitare ogni azione contraria. Ecco quindi perché prende sempre più piede l’idea di una nuova girandola di incentivi al consumo e stimoli fiscali.

A mancare sono i dettagli di un piano che è considerato «cruciale» dalla Bce per il futuro dell’Italia. Le stime di crescita italiana, secondo la Commissione europea, sono poco lusinghiere. Per l’anno in corso il Pil crescerà dello 0,7% (stima precedente 1,1%), mentre nel 2012 dello 0,6% (stima precedente 1,3%), nel 2013 dello 0,9% (stima precedente 1,5%) e nel 2014 dell’1,2% (stima precedente 1,6%). Troppo poco per pensare di essere immuni alla crisi europea dei debiti sovrani, anche alla luce dei recenti downgrade del rating italiano da parte delle tre principali società di rating, Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch. «Serve una scossa», dicono in tanti. Ma l’ultima scossa arrivata con un decreto legge è già finita nel dimenticatoio. Era inizio maggio quando il Governo varò un decreto dedicato allo sviluppo economico, rilanciando il Piano casa, la semplificazione normativa e la Banca del Mezzogiorno. Nemmeno 20 giorni dopo arrivò il primo warning di Standard & Poor’s. A cinque mesi di distanza, ci stiamo ancora chiedendo che fine abbia fatto quel decreto.

Che siano le liberalizzazioni tanto attese dai berlusconiani della prima ora o che sia un nuovo pacchetto di incentivi, la certezza è una sola. Lo spazio di manovra del Governo, nonostante i numeri in Parlamento parlino a suo favore, è sempre più limitato. Sono infatti troppe le anime interne al Pdl che stanno impedendo il corretto svolgimento della vita amministrativa. Ma soprattutto, sono sempre più precarie le idee per riallineare il percorso dell’Italia. Nella lettera della Bce, tutt’altro che aleatoria, ci sono punti ben precisi. Perché non iniziare da quelli? 

fabrizio.goria@linkiesta.it

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