11 Ottobre Ott 2011 2254 11 ottobre 2011

Gilad Shalit, un’autobiografia del Medioriente

Gilad Shalit, un’autobiografia del Medioriente

Gilad Shalit On The Campidoglio

Il dramma popolare potrebbe vedere, vicina, la sua fine. Dopo 1935 giorni di timori e speranze, minacce e accordi, veti incrociati e negoziati segreti la vicenda di Gilad Shalit sembra vicina alla fine. Nei prossimi giorni, secondo i più ottimisti. Agli inizi di novembre, secondo quelli che hanno avuto modo di leggere la bozza di accordo. Il tutto in cambio del rilascio di mille palestinesi detenuti nelle galere israeliane.
Questa vicenda, senza precedenti per l’eco mediatica in tutto il mondo, inizia all’alba del 25 giugno 2006. Gilad Shalit, soldato israeliano di nemmeno vent’anni, si trova nei pressi di Kerem Shalom, il valico che collega Israele e la Striscia di Gaza. Insieme ad alcuni commilitoni sta perlustrando la zona, in pieno territorio dello Stato ebraico quando viene sorpreso dall’assalto di alcuni miliziani di Hamas.

Secondo la commissione d’inchiesta questi sarebbero entrati in Israele grazie a un tunnel lungo circa tre chilometri. Negli scontri restano uccisi due soldati israeliani. Altri quattro vengono feriti. Shalit, invece, viene prelevato e portato via nella Striscia. Pare sia ferito a un braccio e alla spalla, ma la notizia non è stata mai confermata. In tutto il Paese scatta l’allarme. Il governo, ai tempi guidato da Ehud Olmert, viene colto di sorpresa. I vertici militari pure. A sud, al confine con Gaza, e a nord, in Libano, sono giorni di fuoco. Ed è in quelle ore che arriva il comunicato, il primo, uno dei tanti, di Hamas: in cambio di semplici informazioni sulle condizioni di Shalit lo Stato ebraico avrebbe dovuto liberare tutti i minori e le donne palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Nei giorni successivi, mentre la questione di Gilad Shalit cominciava a diventare un serio problema d’immagine, arrivano altre richieste dei miliziani palestinesi, a partire dalla liberazione di mille prigionieri. Israele tace. Hamas si arrabbia e dà 24 ore di tempo per accettare le condizioni «o sarà il peggio». È a quel punto che Gerusalemme si impunta e dichiara ufficialmente: «Nessun negoziato per il rilascio dei prigionieri». Nel frattempo, Noam e Aviva, papà e mamma del soldato rapito, iniziano a farsi sentire in giro per il Paese. Anche perché l’esercito israeliano aveva iniziato a bombardare nella Striscia.

Da luglio 2006 in poi è tutto un susseguirsi di annunci, indiscrezioni, tentativi di dialogo, interventi esterni, mediatori egiziani. A proposito degli egiziani: verso metà settembre fanno recapitare una lettera scritta dallo stesso soldato israeliano. La perizia calligrafica conferma che la scrittura era quella di Shalit. L’altalena di emozioni e diplomazia prosegue. Gli israeliani non si fidano di Hamas e delle assicurazioni sullo stato di salute soddisfacente di Shalit. Ma nemmeno Hamas si fida di Gerusalemme. Così, ogni informazione che parte da Gaza viene filtrata dai mediatori egiziani per non lasciare tracce utili ai servizi segreti israeliani.
Il tempo passa. Israele pretende da Hamas di provare con un video che il soldato è vivo. Il filmato, girato presumibilmente il 14 settembre 2009, arriva – sempre via Egitto – a Gerusalemme. Il 2 ottobre la tv di Stato trasmette le immagini di Shalit, magro e vestito da militare, mentre dà la sue generalità e tiene in mano un giornale palestinese. È la prova che è vivo. E che si può continuare a trattare.

A dare una mano, il 29 novembre 2009, ci pensa pure l’Alta corte di giustizia d’Israele: i giudici danno l’ok a liberare 980 detenuti palestinesi (450 nella prima tranche, 530 nella seconda) per favorire il rilascio. Ma non se ne fa niente. Il governo, guidato dal premier Benjamin Netanyahu, e la maggioranza di destra oppongono resistenze. Nel frattempo, compaiono sondaggi interessanti: in uno di questi, pubblicato sul quotidiano Haaretz il 23 dicembre dello stesso anno, più di metà degl’israeliani si dice disposto a pagare qualsiasi prezzo – monetario, militare e politico – pur di riportare a casa Shalit.
I mesi però passano. I genitori protestano. E anche buona parte d’Israele. A un certo punto qualcuno fa sapere che l’accordo sarebbe saltato per colpa di George Mitchell. È il giugno 2010. L’inviato Usa per il Medio Oriente – secondo queste voci – si sarebbe detto contrario al rilascio di tutti questi detenuti palestinesi: «Sono terroristi liberi e rappresentano una situazione decisamente pericolosa per l’area», pare abbia detto Mitchell. La notizia non è stata mai confermata. Ma nemmeno smentita con convinzione. A rendere ancora più complicata la situazione c’è la decisione dell’Unione europea di pagare i dipendenti dell’Autorità nazionale palestinese impiegati a Gaza, ma a patto che questi non vadano a lavorare per Hamas.

E lui, Shalit, che fa? «Si gode le partite del mondiale di calcio in Sudafrica», fa sapere il quotidiano palestinese al-Resallah. Non solo. Secondo l’articolo il soldato avrebbe «sofferto molto nel vedere la Francia, sua seconda patria, uscire a testa bassa dalla competizione». Papà e mamma, invece, continuano ad alloggiare per giorni interi all’ingresso della residenza del premier Netanyahu. Continuano a chiedere la liberazione. O almeno che i colloqui vadano avanti. In occasione del quarto anno di rapimento, s’inventano un foglio speciale, di quelli che la polizia pubblica per trovare una persona scomparsa. Al posto della parola «missing» ci mettono «captive», recluso. Subito sotto l’immagine di Gilad. E un promemoria: «Bibi (Netanyahu) ricordati che Gilad è anche il tuo di prigioniero». Noam e Aviva inondano il Paese di questi fogli. Qualcosa si muove. Arrivano cantanti e artisti a ricordare il soldato rapito. Qualcuno gli dedica una canzone. Poi ci si mette il ministero dei Trasporti israeliano: in una lettera ufficiale comunica a Gilad che la sua patente è scaduta e che deve essere rinnovata il prima possibile. I vertici poi si scuseranno.

Mentre la diplomazia alterna successi a disastri, e mentre tra Israele e Hamas proseguono con ordinaria quotidianità sulle strade di razzi e raid aerei, è il momento dei video. Fasulli, però. In uno si vede il papà di Gilad invecchiato mentre attende ancora il ritorno del figlio. In un altro, molto più duro, la simulazione della presunta esecuzione del soldato.
In storie come queste, in Medioriente, da subito è in campo il Mossad. Nella notte tra il 18 e il 19 febbraio di quest’anno a bordo di un treno in Ucraina sparisce Abu Sisi, un ingegnere di Gaza. Un mese dopo, ricompare in Israele davanti al giudice. Secondo il servizio segreto israeliano, l’uomo ha le informazioni chiave che possono portare alla liberazione di Gilad Shalit.
La politica nazionale, attorno alla scena, costruisce un preepe preciso: il presidente d’Israele Shimon Peres, superati gli 80 anni, “è in contatto costante” con Noam e Aviva. Sempre lì, a far presente che lo Stato d’Israele non dimentica i suoi figli. Pochi chilometri lontano, nel cuore dell’esecutivo del premier Netanyahu, l’ultranazionalista Avigdor Lieberman e alcuni ultrartodossi del partito Shas - partito degli ebrei israeliani che provengono dal mondo arabo - bloccavano qualsiasi tentativo di accordo con Hamas.

Poi arriva la svolta di queste ore. Un po’ inattesa, a dire il vero. Perché nel frattempo i negoziati segreti si erano arenati dopo la caduta di Mubarak. Così era stato sostanzialmente dichiarato. Perché l’amministrazione Obama non nasconde di aver un po’ mollato la presa su Gerusalemme, del resto la disoccupazione in America consiglia di rimanere circondati sul “core business”. Perché il governo Netanyahu è stato costretto a fronteggiare una protesta di massa senza precedenti. E perché, alla fine, la crisi economica della Striscia ha fatto perdere ad Hamas consensi importanti.
Il silenzio viene rotto dalle indiscrezioni della tv satellitare araba Al Arabiya che annuncia: accordo raggiunto, Shalit libero ai primi di novembre. C’è chi dice che avverrà nei prossimi giorni. Le brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio militare di Hamas, confermano: «C’è un’intesa che verrà perfezionata entro pochi giorni». Il governo Netanyahu si riunisce all’istante e dà l’ok ai termini dell’accordo. Lentamente emergono pure i dettagli: ci sarebbe stato un tavolo segreto al Cairo tra esponenti di Hamas e inviati israeliani, che saranno rilasciati mille prigionieri palestinesi per riportare il soldato israeliano a casa sua (450 subito al momento della liberazione; 550 in un secondo momento).

Tra questi ci sarebbe anche Marwan Barghouti, ex leader del Fatah, esponente di spicco della prima e della seconda Intifada. C’è chi parla anche di una transazione milionaria, ma la conferma non c’è. Netanyahu, in tarda serata, dice davanti a un intero Paese rimasto incollato alla tv: «Il rilascio di Shalit è stata la mia preoccupazione quotidiana». Khaled Meshal, capo di Hamas, da Damasco afferma trionfante: «È un successo per la nazione palestinese». «È decisamente un gran colpo elettorale per il premier israeliano», sostengono i maligni. Anche se, conoscendo i troppi alti e bassi di questi cinque anni, la sua famiglia crederà di aver ritorvato Gilad Shalit solo quando, davvero, Gilad sarà a casa. E 450 famiglie - coincidenza rara - festeggeranno anche nei territori palestinesi.

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