22 Novembre Nov 2011 1202 22 novembre 2011

Acquaformosa, in Calabria qualcuno sa come si fa integrazione

Acquaformosa, in Calabria qualcuno sa come si fa integrazione

Acquaformosa

ACQUAFORMOSA (COSENZA) - Spesso gli immigrati vengono sfruttati per alimentare tensione sociale, o creare lavoro nero a basso costo. Ad Acquaformosa (Cosenza) invece, vengono accolti a braccia aperte per ripopolare un paese che rischia di scomparire. E al posto dei tanti che emigrano, qui vengono a vivere famiglie dalla Somalia e dalla Nigeria, grazie ai progetti Sprar (Servizio di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) del Ministero dell’Interno, ai quali il comune ha aderito.

I progetti Sprar sono stati ideati nell’aprile del 2001 grazie ad un accordo tra l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), il Ministero dell’Interno e l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (Anci). Con la legge n.189 del 2002 il Ministero ha promosso «la realizzazione di interventi di “accoglienza integrata” che prevedono, oltre alle misure di vitto e alloggio, servizi di assistenza, orientamento, informazione, accompagnamento per i rifugiati».

Come si legge sul sito dell’Unhcr, in Italia dal luglio 2001 al dicembre 2009 sono stati accolti oltre 26 mila tra richiedenti asilo e rifugiati. Se nel 2003 erano 50 i progetti territoriali Sprar con mille 365 posti a disposizione, nel 2010 i beneficiari presenti nei centri della rete Sprar sono stati 6 mila 855 a fronte di circa 10 mila domande presentate. Nonostante ciò l’Italia resta molto indietro agli altri paesi europei. La Germania accoglie quasi 600 mila rifugiati, il Regno Unito circa 240 mila, mentre la Francia 200 mila. Numeri importanti che devono aver fatto gola ad un paese in crisi demografica come Acquaformosa.


Popolazione di Acquaformosa dal 1861 al 2001 (fonte: Wikipedia, dati Istat)

Il piccolo centro ai piedi del monte Pollino soffre di un fenomeno abbastanza diffuso tra i comuni italiani di provincia, ovvero lo spopolamento progressivo. Il lavoro latita, i giovani scappano e l’età media degli abitanti che restano aumenta. Infatti secondo l’Istat, Acquaformosa ha perso in media 150 residenti ogni 10 anni, passando dai 1460 abitanti del 1991 ai 1295 del 2001, per scendere agli attuali 1184.  Così l’amministrazione comunale deve aver intravisto una soluzione proprio in coloro che in Italia spesso vengono respinti ancor prima di toccare le nostre spiagge. E dopo aver fatto domanda di partecipazione ai progetti Sprar, il comune di Acquaformosa ha ricevuto un finanziamento di 3 anni per l’accoglienza e l’integrazione di 15 persone all’interno del proprio tessuto sociale. Per il periodo 2011-2013 le casse comunali saranno rimpinguate per un importo totale di 180 mila euro all’anno così ripartiti: il comune parteciperà al progetto con 44 mila euro, mentre 125 mila euro saranno dati dal Ministero degli Interni e 10mila euro dalla Regione Calabria.

Ed è il sindaco Giovanni Manoccio a raccontare a Linkiesta come funziona il progetto: «Una volta arrivati nei centri d’accoglienza (i Centri di Identificazione ed Espulsione, ndr), gli immigrati possono fare richiesta di asilo politico e successivamente, dopo essere stati valutati da un’apposita commissione internazionale, accedere allo status di rifugiati» spiega il sindaco. «Dopodiché gli aventi diritto vengono portati in paese e il comune, attraverso un’apposita associazione finanziata con i fondi del progetto, si occupa di fornire loro i documenti e di sottoporli alle visite mediche».

A questo punto bisogna pensare all’integrazione degli immigrati con il resto della popolazione. I fondi erogati dal Ministero dell’Interno garantiscono una quota standard di 22 euro al giorno per ogni rifugiato «e con questi finanziamenti – afferma il sindaco – siamo in grado di fornire un alloggio ad ogni famiglia tra quelli a disposizione del comune, di iscrivere i bambini a scuola e all’asilo e di cercare un impiego per i genitori». Infatti in virtù della Legge Regionale 18 del 2009, «la Calabria garantisce misure di protezione sussidiaria e umanitaria e promuove l’integrazione degli stranieri mediante l’inserimento socio-lavorativo». Perciò «grazie a quella splendida legge approvata dalla nostra regione – continua Manoccio – sono previsti dei tirocini formativi riservati ai rifugiati presso aziende della zona».

Il progetto sembra funzionare davvero e finora sono arrivate ad Acquaformosa tre famiglie di rifugiati dall’Armenia, dalla Nigeria e dalla Somalia e presto arriverà una famiglia dal Ciad. «Concluderemo il 2010 – afferma il sindaco – con sei nuove nascite delle quali la metà arrivano dalle famiglie dei rifugiati. Inoltre, quattro bambini di colore frequentano già da qualche anno le nostre scuole».  E la popolazione, fuggendo ogni possibile pregiudizio, ha reagito benissimo all’iniziativa del comune come conferma il primo cittadino: «Gli abitanti del posto offrono aiuto e informazioni ai nuovi arrivati e ad ogni nuova nascita, si verifica una processione di persone che donano tutine, ma anche generi di prima necessità a bambini e famiglie di rifugiati».

Insomma, la riuscita dell’integrazione è merito degli abitanti di Acquaformosa in primis, ma anche del sindaco Manoccio, che in conclusione ci racconta l’episodio da cui tutto ebbe inizio: «Dopo averne parlato col sindaco Lucano di Riace, una mattina sono partito prestissimo e da solo per andare a controllare di persona la riuscita del progetto a cui la cittadina reggina aveva già aderito». «Ed è stato bellissimo quel giorno, vedere le mamme somale che portavano mano nella mano i loro bambini a scuola, tra i sorrisi della gente del posto», confessa il sindaco. «Sarebbe il sogno della mia vita mi sono detto, riuscire a realizzare questa perfetta integrazione tra i miei cittadini e le famiglie di immigrati».  

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook