6 Dicembre Dic 2011 1915 06 dicembre 2011

Il Fondo a garanzia delle Pmi in realtà aiuta le banche

Il Fondo a garanzia delle Pmi in realtà aiuta le banche

Foto Pmi

È uno dei punti fondamentali della nuova manovra, ma rischia di agevolare un destinatario diverso da quello dichiarato. Nel corso della sua presentazione alle Camere, illustrando l’ampliamento del fondo di garanzia per le Pmi, il premier Mario Monti ha spiegato che il nuovo strumento permetterà «un credito di oltre 20 miliardi alle piccole e medie imprese che altrimenti non avrebbero accesso al credito».  

«La dotazione del Fondo di garanzia a favore delle piccole e medie imprese […] è incrementata di 400 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2012, 2013 e 2014». Se il fondo riduce l’assorbimento di patrimonio a copertura del rischio dall’8 al 6%, il moltiplicatore della leva arriva a 20 volte, quindi la sua potenza di fuoco – da una base di 900 milioni – sale a quota 20 miliardi. Una cifra considerevole, guardando i ultimi numeri del salvagente per le Pmi gestito dal Mediocredito centrale: al 31 ottobre 2011 (ultimi dati disponibili) i finanziamenti attivati erano pari a 7,3 miliardi di euro a fronte di garanzie per 3,9 miliardi. Cifre in crescita rispetto a fine 2010, anno in cui il fondo ha garantito operazioni per 5,2 miliardi di euro su 9 totali, di cui il 53% come controgaranzia e il 46% a garanzia diretta. La gran parte delle quali, rispettivamente 54% e 30%, è andato ai comparti dell’industria e del commercio.

Più che aiutare le imprese con un rating medio-basso, «che altrimenti non avrebbero accesso al credito», il rischio è che il fondo del ministero guidato dall’ex banchiere Corrado Passera vada invece a favorire le banche in termini di risparmi sugli accantonamenti a fronte di prestiti erogati tanto con la garanzia diretta del fondo, quanto con la controgaranzia sui Confidi. Per gli istituti di credito la raccolta sull’interbancario è diventata molto difficile, come dimostrano i record quasi giornalieri dei depositi presso la Bce, e i tassi ai quali si eroga credito, quando i rendimenti dei titoli di Stato superano il 6%, sfiorano il 10 per cento. Per gli istituti di credito, quindi, avere una garanzia del 50% su finanziamenti e fidejussioni è una boccata d’ossigeno, soprattutto quando sono le imprese in buona salute a rivolgersi ai Confidi, per spuntare migliori condizioni sui propri investimenti.

È la situazione fotografata dal responsabile crediti di una cassa di risparmio emiliana, area ad alto tasso di “piccoli”, che con la promessa dell’anonimato spiega: «Da agosto in poi è cambiato tutto. Ad esempio per un prestito chirografario a 5 mesi, non avendo visibilità, le banche chiedono una garanzia del 50% ai Confidi. Un vantaggio anche nei confronti delle imprese il cui margine operativo lordo rischia di venire erosi dagli oneri finanziari. Avere la garanzia di un consorzio su un fido a 3 o 4 anni evita di ridurre la cassa e quindi incide meno sul rating dell’impresa presso la centrale rischi». 

Per gli istituti di credito il fondo del ministero di via Veneto è ancora più conveniente: il 99,5% delle imprese (al 31 ottobre scorso) hanno avuto accesso al credito senza prestare garanzie reali sull’importo medio garantito, pari a 82mila euro su un finanziamento medio attivato di 153.800 euro. Secondo un paper di Corrado Baldinelli, capo vicario del Servizio supervisione intermediari specializzati di Bankitalia, pubblicato a inizio 2011: «Nel corso del 2010, l’operatività del Fondo attraverso lo strumento della “garanzia diretta” è considerevolmente aumentata (+113%): in termini di importi garantiti, la sua incidenza si è attestata al 57% del totale delle garanzie rilasciate; il complemento a 100 è rappresentato dalle controgaranzie accordate ai confidi (dati al 30.10.2010)».

La garanzia diretta copre dal 60 all’85% (e può arrivare al 90% sulla copertura della controgaranzia per i Confidi) massimo dell’erogazione a fronte di un accantonamento mediamente al 10 per cento. Per il dirigente di Palazzo Koch, l’incremento del ricorso al fondo è dovuto al riconoscimento della garanzia di Stato in ultima istanza, derivante dai provvedimenti anti-crisi del 2008. Tuttavia, se come scrive Baldinelli «oltre l’88% degli interventi del Fondo ha sovvenuto esigenze di liquidità e non di investimento, intervenendo quindi ampiamente su precedenti situazioni debitorie», l’abbassamento dell’accantonamento a copertura del rischio, per liberare risorse, aumenta i rischi per lo Stato stesso, visto che più del 67% delle domande accolte dal fondo proviene da microimprese, quindi potenzialmente problematiche alla luce dell’innalzamento del capitale di base imposto dalle regole di Basilea III. 

Nel novembre 2009, in seguito all’aggravarsi della crisi economica, il salvagente del ministero ha ricalcolato i propri criteri di accesso, elevando dal 15 a 25% il tetto per garantire il fatturato dell’ultimo bilancio approvato, per le operazioni della durata inferiore ai 36 mesi. Il dato che fa più riflettere è che da gennaio a ottobre la quasi totalità delle richieste (80,7%) di garanzia è avvenuta a fronte di esigenze di liquidità. Un dato che la dice lunga sulle dimensioni del credit crunch. Abbassando l’accantonamento dall’8 al 6%, quindi, la leva passa da 12,5 a 16 volte. Ciò significa che la collettività si prende più rischi, mentre per le banche la garanzia rimane la stessa, in quanto lo Stato, secondo i provvedimenti adottati nel 2008, rimane il garante di ultima istanza. L’effetto collaterale di avere come ministro l’ex uomo forte della principale banca italiana.  

antonio.vanuzzo@linkiesta.it

Twitter: @antoniovanuzzo

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