19 Dicembre Dic 2011 1223 19 dicembre 2011

La discesa in campo di Passera è più etica di quella del Cavaliere?

La discesa in campo di Passera è più etica di quella del Cavaliere?

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Significativo trattatello antropologico concentrato in una ventina di minuti di chiacchiere sparse. Ecco cos’è stato l’incontro faziesco di Che Tempo Che Fa in cui Corrado Passera ha declinato il suo percorso politico. Per il conflitto di interessi, a proposito di quei sette-otto milioni di azioni Intesa in suo possesso, vi rimandiamo a un corsivo che ieri sera, nell’immediato, Linkiesta ha voluto dedicargli. Noi qui preferiamo rivolgere la nostra attenzione all’incanto dell’uomo, l’incanto di se medesimo intendiamo, che è parso luminoso da subito, innanzitutto per una postura disinvolta - il tipo è allungato sin quasi al metro e novanta – che lo ha portato ad accavallare le gambe come nel salotto di casa, e poi per via di un atteggiamento di confidenza con gli italiani che nessuno – meglio lo sappia – ha intenzione di consegnarli, almeno così a scatola chiusa.

Un sospetto, per la verità, si doveva percepire già in quella serata inaugurale della Scala, in cui il nostro si era presentato giustamente accompagnato da signora, la cui disinvolta e affascinante predisposizione a un «sorriso per la stampa, prego!», testimoniata da plurimi scatti apparsi sul web, doveva allertarci su quelle debolezze umane che portano nei pressi di un possibile sbarco in quel mondo “nuovo” che è la politica, e che pare diventerà il prossimo core business di famiglia. Ieri da Fazio abbiamo avuto conforto di tutto ciò, e mica per via di ammiccamenti facciali o fumose interpretazioni di silenzi significativi. No. Il ministro, con la sfacciataggine che lo stile e il ruolo gli consentivano, ha ingigantito persino la sua timidezza, pur di dare alla sua discesa in campo dei contorni minimamente sopportabili: «Non so se ne sono capace, non so se imparerò in tempi rapidi. Occuparsi del bene comune, però, è il più bello dei lavori: vedremo».

Una minima esegesi del pensiero “passeriano” porterebbe a concludere che il mestiere del politico, com’era anticamente inteso, è definitivamente tramontato e quindi libero appannaggio di personalità sparse sul territorio, ancorchè (molto) interessate alla Cosa Pubblica. Ciò chiuderebbe i conti con il passato, con quelle scuole democristiane e comuniste che su buoni studi e buone attitudini hanno impiantato la storia politica di un Paese come il nostro, restituendo la primazia a una società civile che l’agognava sin dai tempi di Tangentopoli. Ma la creazione a freddo di un politico da laboratorio come Corrado Passera è davvero la buona notizia che noi cittadini aspettavamo da tempo o, in realtà, la sua storia di questi ultimi mesi ci porta a concludere che la società civile è talmente fragile da poter essere catturata da congiunzioni (economiche e sociali) del tutto estemporanee?

Conoscendone i rischi, metteremo in parallelo le due discese in campo, quella di Berlusconi e quella di Passera, per dire che, in realtà, sul piano etico non ci vediamo grandi differenze. Entrambe, sono discese “inquinate” alla radice. Sappiamo che vi lagnerete, considerando l’uno il peggiore di tutti i mali e l’altro come parte del mondo nuovo, ma rifletteteci un momento: Berlusconi ha utilizzato un’azienda, la sua, per creare da zero un partito politico. Ha staccato dalle società alcuni dei suoi uomini migliori, destinandoli all’organizzazione della creatura. Ha profuso una quantità di denari inimmaginabile per catturare il consenso, ha utilizzato in maniera spregiudicata le sue televisioni, insomma ha messo in piedi un sistema assolutamente sbilanciato. E poi ha vinto.

Il ministro Passera era a capo di Intesa, definita una banca di sistema. Da molti, addirittura considerata autentico centro politico-industriale di questi ultimi anni. Si può dire che l’esserne stato consigliere delegato per un lungo periodo non gli abbia giovato nella sua nuova condizione di politico? Sulla scelta di Mario Monti e sui conflitti di interesse dell’ex banchiere Linkiesta si è diffusamente prodotta. Qui vogliamo esaminare unicamente il senso di opportunità: è serio che Corrado Passera possa sfruttare questa congiuntura di grande emergenza, questo essere chiamati come autentici salvatori della Patria al capezzale del malato, questo stato di assoluta fragilità di un’intera nazione, per proporsi successivamente come risorsa per il Paese? E che cosa cambierebbe, in termini di atteggiamento, dalla storia, per esempio, di un Di Pietro che ha utilizzato la fama che gli veniva dalle sue inchieste per sbarcare con successo in politica?

Da qui, l’eterna domanda: in quale modo convincente sul piano etico si può scendere in campo? Forse la storia (politica) di Romano Prodi può essere un’utile lettura.  

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