20 Dicembre Dic 2011 1515 20 dicembre 2011

L’oro di Bankitalia per finanziare il fondo salva-Italia

L’oro di Bankitalia per finanziare il fondo salva-Italia

Oro

23,48 miliardi di euro. Questa è la cifra che l’Italia deve versare per il fondo speciale per il salvataggio europeo. Lo dovrà fare sborsando questa cifra al Fondo monetario internazionale (Fmi). Il problema è però capire come farlo. Sono tre le possibile vie: una nuova manovra economica, un’esonero dal pagamento della quota o, come spiega un ex funzionario del Fmi a Linkiesta sotto esplicita richiesta di anonimato, la parziale vendita della riserve auree. Un’operazione, quest’ultima, che potrebbe far ottenere a Roma circa 18,6 miliardi di euro.

Il Fmi sa che l’Italia non ha margini operativi per questo esborso. Ma sa anche che l’eventuale esonero avrebbe un significato simbolico senza precedenti per l’Europa. Ecco quindi che la strada potrebbe essere quella della parziale vendita delle riserve auree in possesso della Banca d’Italia. Secondo gli ultimi dati del World Gold Council (WGC), l’Italia ha 2.451,8 tonnellate di oro. Più di lei solo gli Stati Uniti (8.133,5 tonnellate), la Germania (3.396,3 tonnellate) e lo stesso Fmi (2.814 tonnellate). Secondo l’ultima rivalutazione, completata a novembre, le riserve auree in dotazione a Palazzo Koch valgono 102,575 miliardi, con un incremento del 22,25% rispetto allo stesso periodo del 2010. Al 30 novembre dell’anno scorso, infatti, l’ammontare complessivo era quantificabile in 83,905 miliardi di euro. A Linkiesta un ex funzionario del Fmi spiega che «non ci sono molte altre possibilità. Considerando le riserve auree italiane, è facile pensare che questa sia la via meno onerosa, anche se la più dolorosa sul versante reputazionale».

Vendere le riserve in oro non è facile. Il WGC regolamenta in modo molto stringente queste operazioni, tramite il Central bank gold agreement (CBGA3), cioè l’accordo entrato in vigore il 27 settembre 2009 e che rimarrà attivo fino al 26 settembre 2014. Secondo il CBGA3 uno Stato non può cedere più di 400 tonnellate l’anno e nei cinque anni di valenza dell’accordo non si possono eccedere le 2.000 tonnellate vendute. In questo caso, l’Italia potrebbe vendere fino a 14.109.584,8 once. Considerato che l’ultimo rapporto del WGC prevede che si utilizzi quota 1.722 dollari l’oncia come prezzo benchmark dell’oro, le 400 tonnellate vendibili per anno valgono 24,297 miliardi di dollari, cioè 18,583 miliardi di euro. Una cifra che farebbe comodo per fornire al Fmi la cifra stabilita in sede europea.

Dell’utilizzo dell’oro come strumento per alleviare le sofferenze italiane ne aveva parlato anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. In un’audizione alla Camera di dieci giorni fa, Visco aveva spiegato che l’oro è da considerare «come difesa estrema per casi drammatici». La sua vendita non è facile e rischia di causare uno shock per il mercato mondiale, oltre che potrebbe contribuire a creare un pericoloso precedente. Inoltre, la vendita di oro potrebbe avere un impatto considerevole anche sul rating italiano. In agosto infatti è arrivato il downgrade del rating sovrano del Venezuela da parte di Standard & Poor’s in seguito alla decisione di Hugo Chavez di rimpatriare 11 miliardi di dollari di riserve auree. La certezza, nel caso italiano, è capire quanto deve essere drammatica una situazione per giustificare un’azione come la parziale vendita delle riserve in oro.

Le altre vie sono note. Da un lato, i 23,48 miliardi di euro possono essere il frutto di una ulteriore manovra finanziaria. Dall’altro, c’è l’esonero dal pagamento della quota. Tuttavia, sembrano essere impraticabili. Un nuovo pacchetto di austerity, più un incremento della tassazione diretta o indiretta rischia di deprimere ancora di più un’economia, quella italiana, che nel 2012 è data in recessione dai maggiori consensus economici internazionali. Di contro, l’Ue potrebbe decidere di estromettere l’Italia dal computo finale del pacchetto approvato ieri. Questa scelta, tuttavia, metterebbe Roma in una luce diversa rispetto al resto d’Europa, dato che i tre Paesi salvati finora, Grecia, Irlanda e Portogallo, hanno ricevuto questo trattamento. Una quarta via, sicuramente più di facile gestione, potrebbe esserci. Una revisione delle quote del capitale di Banca d’Italia, attualmente in mano alle banche italiane. Nel 2009 l’allora governatore Mario Draghi aveva provato a dare una nuova disciplina a questa materia, ma il discorso si era arenato dopo il no del ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

Le prospettive del piano di salvataggio europeo sono comunque destinate a essere peggiorate. Secondo quanto calcolato dagli economisti di Bloomberg Brief (vedi grafico qui sotto) il pacchetto di sostegno per l’Italia potrebbe essere di 600 miliardi di euro. Una cifra comprensiva degli aiuti di Ue, Fmi e Bce, come avvenuto per Grecia, Irlanda e Portogallo. In più, considerando un possibile aiuto per Belgio e Spagna, è facile superare quota 1.000 miliardi di euro. Troppo, sia per il Fmi sia per l’Europa.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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