23 Dicembre Dic 2011 1130 23 dicembre 2011

I figli dei poveri restano poveri: quanto è ingiusta l'Italia

I figli dei poveri restano poveri: quanto è ingiusta l'Italia

Diseguaglianza%20Cover

Molte volte penso di essere stato baciato dalla fortuna. E per una volta tanto, sconfessando la mia fedeltà a uno dei miei maestri dell’ analisi sociale, Karl Mannheim, penso che esistano le generazioni. O meglio, che talune volte esse siano esistite. Infatti, al di là dell’irriducibilità della persona a qualsivoglia classificazione e valutazione statistica, un destino comune di ceto o di classe in sé, per dirla con il vecchio e sempre saggio barbuto di nome Karl Marx, (purché non parli di materialismo storico e dialettico e altre diavolerie di genere fuerbachiano), esiste, eccome se esiste!

E questo destino generazionale esiste soprattutto in fasi di ascesa dei cicli capitalistici, come quelli che capitò a me d’incontrare nel periodo dei trenta gloriosi anni del compromesso sociale del secondo dopoguerra del Novecento. Un compromesso che ha funzionato in tutto il mondo con un po’ di politiche keynesiane molto alla buona, un po’ di economia mista molto imperfetta, un po’ di moderazione salariale appena scalfita alla metà degli anni Sessanta e con l’impennarsi degli alti profitti delle corporation e con meno alti tassi di impiego della forza lavoro, con qualche brivido da alta inflazione che aiutava a superare divari di produttività e di cattiva governance imprenditoriale e managerial-famigliare.

Il perché l’equilibrio si ruppe è ancor tutto da comprendere e da interpretare. Certo, i divari di competitività non furono superati virtuosamente in tutto il mondo: ovunque si cercò una via non virtuosa. L’unificazione monetaria senza stato unificante e unificato in Europa, la deflazione reganiana negli Usa, la controrivoluzione resa possibile dal crollo dell’impero sovietico, nei paesi scandinavi con l’assassinio di Olof Palme che consentì l’inizio dell’era dello smantellamento lento e graduale di un welfare da altissime tasse e altissimi profitti da corporation, ma altresì da altissimo benessere e da quasi raggiunta uguaglianza delle possibilità di vita.

Iniziava il dominio del capitale finanziario sull’ economia mondiale. Tutto mutava. Un dominio iniziato per via politica e non economica: nel 1989 la Sec permise che si scambiassero sui cosiddetti mercati non regolati strumenti finanziari che condurranno alla strage degli innocenti: derivati et similia di cui le banche riempiranno i loro marsupi impegnando ad altissimo rischio i denari degli ignari depositanti. La banca diviene un super mercato di vendita di strumenti di distruzione di massa senza porto d’ armi. Da allora tutti i ministri economici del mondo sono collegati con il capitale finanziario in più o meno rilevante misura o evidenza o mancanza di pudore.

Nuvola dopo nuvola, tromba d’ aria dopo tromba d’aria, la rivoluzione bancaria da altissimo rischio, incrementando gli uragani e gli tsunami, ecco che giunse la tempesta neo-liberista da altissimi profitti capitalistici e da altissime rendite finanziarie che ha provocato circa 200 milioni di disoccupati nell’Ocse. Himan Minsky, l’amato amico economista non liberista grande profeta, l’aveva ben detto e descritto, ma ancor prima l’aveva scritto e teorizzato Michal Kalecki, autore di testi che Raffaele Mattioli fortissimamente volle in edizione originale nella sua splendida collezione di testi di storia della teoria economica. Kalecki giustamente pensava che fosse l’investimento a fare il profitto e non, come diceva l’ ultimo Keynes, il profitto a fare l’investimento. E Kalecki, infatti, aveva ragione, perché a questa verità ne aggiungeva un’altra di natura storico-sociale (come sempre si dovrebbe fare in economia…) che faceva e fa la grandezza del suo pensiero economico. Quella per cui i capitalisti non avrebbero mai sopportato a lungo una tendenza al pieno impiego – e al welfare dispiegato – della forza lavoro in tutto il sistema capitalistico, pena l’ impossibilità di porre sotto il loro dominio la classe operaia e le classi medie. Quelle classi, insomma, che non possedevano né mezzi di produzione di rilevante dimensione (vedi le piccole e medie imprese), né le classi intermedie da lavoro improduttivo che si sviluppano nei pori del sistema economico assicurandone la vita con i loro servizi e impedendone la morte per asfissia da costi di controllo e coordinamento ( avvocati, commercialisti, consulenti, ecc…).

Il pieno impiego è consustanzialmente non idoneo all’esistenza di lungo periodo del capitalismo. Oggi lo sappiamo chiaramente. Nella sua storia, infatti, le crisi cicliche sono sempre state crisi da sottoconsumo, da eccessi di disuguaglianza, da distruzione di capitale fisso e da distruzione di capitale umano, ossia di forza di lavoro potenziale. Di qui la disoccupazione strutturale e le guerre che a tutto ciò ponevano crudelissimamente rimedio. Siamo giunti, per alti investimenti a basso gradiente di stock di capitali, ma ad alto risparmio di lavoro e a bassi costi di transazione che ne derivano (tempo e spazio si risparmiano sino ad avere costi tendenti a zero con l’Itc), siamo giunti alla fase attuale, come bene documentano i dati che Linkiesta pubblica contestualmente a questo mio ragionare.

Si tratta solo di seguire i percorsi geografici e storici che gli indici Gini delineano per quanto riguarda disuguaglianza di reddito e di destino umano. L’Italia spicca come il paese tra i meno virtuosi. È difficile a un figlio di operai – come ero io e lo ero molto felicemente – fare alcunché di diverso (oggi, in questo tempo terribile), da ciò che fa il padre; così come è difficile, se non si nasce ricchi, diventarlo, ricco. Anzi: ora gli ascensori funzionano per la maggior parte in discesa e non in salita, come si conviene non a un sistema bloccato, attenzione, come eufemisticamente ci raccontano! Qui si tratta, invece, di sistemi da reazione bianca antipopolare, anti-operaia, financo anti-classi medie.

Non c’ è bisogno di commentare le statistiche presentate qui. Parlano da sé per chiunque sappia un po’ di storia degli anni recenti: dove il neo-liberismo si è affermato più violentemente, ebbene, disuguaglianza, disoccupazione, discesa degli ascensori – i discensori – trionfano. E i testi non mancano, anche se sono poco e fuori dal coro. Basta leggere, dopo aver cercato con diligenza e indipendenza di giudizio. (Cito per tutti Neoliberismo e neopopulismo. Mexico e Argentina a confronto, di Veronica Ronchi, Il Mulino, Bologna, 2009). Ma forse quello che occorre è avere senso di giustizia: sapere che cos’è la vita e capire che cosa sono la povertà, la fatica, la solitudine della disoccupazione. Tutte realtà che non si comprendono solo con l’intelligenza cognitiva, ma soprattutto con quella affettiva e sociale. Un’intelligenza che non possiedono la gran parte dei decisori pubblici e privati e soprattutto dei professori. In primo luogo quando fanno i ministri di uno stato che non è in tutto il mondo, lo stato di tutti, lo stato del “popolo” più (se lo è mai stato…). 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook