6 Gennaio Gen 2012 1442 06 gennaio 2012

Da liberal a reazionario, la parabola di Viktor Orbán

Da liberal a reazionario, la parabola di Viktor Orbán

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L’Orbán di oggi e l’Orbán di ieri sono due persone diverse. Irriconoscibili. Le idee del primo ministro ungherese sono cambiate profondamente, nel corso degli anni. Viktor Orbán all’inizio della sua carriera era un giovane liberale, vicino a posizioni progressiste. A distanza di vent’anni lo ritroviamo conservatore, intento a promuovere una “rivoluzione costituzionale” che sta suscitando perplessità e riserve in Europa. Abbiamo chiesto allo storico Federigo Argentieri, docente della John Cabot University, autore di numerosi studi sulla storia magiara e in particolare sulla rivoluzione del 1956, di spiegarci la situazione in corso a Budapest, anche alla luce della biografia orbaniana.

Autoritarismo, conservatorismo, fascismo di ritorno. Le definizioni si sprecano. Secondo lei come si qualifica il progetto Orbán ?
Si sta un po’ esagerando, nell’inquadrare lo scenario. Certo, il progetto di Orbán è quello che è. Ma non è eversivo. Vedo sostanzialmente due principi ispiratori, uno di natura economica, l’altro che riguarda l’identità politica. Da una parte c’è la volontà di “ungheresizzare” il capitalismo nazionale. La finanza magiara è in mano ai grandi investitori internazionali e il desiderio del primo ministro è quello di riportare nelle mani dei concittadini beni e risorse, così che si crei quella classe borghese ungherese e cristiana – qui l’accento va più posto sul discorso nazionale che sulla religione – che dovrebbe rappresentare la linfa della “nuova” Ungheria, secondo il progetto di Orbán .
Accanto a questo c’è la voglia di esautorare completamente gli ex comunisti. Il preambolo della Costituzione, se analizzato attentamente, squalifica il Partito socialista, considerato l’erede della tradizione comunista. Le nuove leggi prevedono altresì la possibilità di istruire processi contro chi, in epoca comunista, s’è reso responsabile di crimini. Non credo, tuttavia, che ci saranno “purghe” in grande stile. Vero è, però, che in questo emerge l’intenzione di “purificare” il Paese dall’eredità del comunismo, nella convinzione che essa si sia trascinata fino ai giorni nostri. Da storico vedo una sorta di parallelo con la situazione del 1921.

Ce la spieghi.
In quell’anno il regime dell’ammiraglio Miklós Horthy, che non era di natura fascista, ma conservatore con forti tratti autoritari, fece un accordo con il Partito socialdemocratico, che era stato alleato dei comunisti di Béla Kun durante la (breve) stagione della repubblica dei consigli, di ispirazione sovietica. Il primo ministro István Bethlen e il numero uno dei socialdemocratici Károly Peyer stipularono un’intesa che permise ai socialdemocratici di correre alle elezioni nelle città (anche se il voto era segreto), ma di tenersi fuori dalle aree rurali, bacino di consenso del regime. Il significato era chiaro. Horthy faceva delle concessioni agli ex alleati di Béla Kun e legittimava una certa loro presenza nella sfera politica, con l’obiettivo di bandire il comunismo e di annientarne l’eredità. Ecco, facendo i dovuti paragoni lo stesso vale oggi: Viktor Orbán vede nel comunismo e nei suoi eredi un’entità nefasta e punta a delegittimarli. Questo approccio è dettato anche da spirito vendicativo, dettato dalle sconfitte elettorali rimediate nel 2002 e nel 2006, che diedero il potere al Partito socialista.

Nel preambolo della Costituzione si riconosce alla rivoluzione del 1956 un valore fondante. Perché? Non è vero d’altronde, come lei ha sempre sostenuto, che quella fu un’esperienza di sinistra?
La mia tesi è questa, appunto. Il revisionismo comunista, la socialdemocrazia e la tradizione contadina di sinistra si amalgamano nell’ultimo governo di Imre Nagy, prima della repressione sovietica. Volevano cancellare lo stalinismo e costruire una nuova forma di democrazia, da sinistra. La Costituzione targata Orbán sposta la lettura sui elementi civici e nazionali della rivoluzione. Mi sembra che ci si rifaccia al celebre discorso radiofonico che il cardinale József Mindszenty, liberato nel 1956 dopo una lunga prigionia, pronunciò il 3 novembre di quell’anno. «Questa non è una rivoluzione, ma una lotta per la libertà», disse il cardinale, a rimarcare l’aspetto nazionale dell’insurrezione. È a questo che Orbán dà peso, quando si ricollega all’eredità del 1956.

Orbán era inizialmente un liberale progressista. Com’è arrivato alle  posizioni di oggi?
Orbán era una delle personalità di spicco della Fidesz, l’Unione Civica Ungherese della prima ora, formazione liberale, progressista, impegnata sui diritti civili. Volendo trovare un esempio nell’Europa attuale, potremmo dire che ci sono analogie con i libdem britannici. Nel 1990 la Fidesz rimase all’opposizione, criticando aspramente il governo capeggiato da József Antall, una sorta di democristiano europeo, un po’ De Gasperi, un po’ Kohl. Quattro anni dopo, quando i socialisti vinsero le elezioni e si allearono con i liberaldemocratici, Orbán scelse ancora la via dell’opposizione. Ma nel frattempo aveva iniziato a mutare le sue posizioni. Antall, prima di morire (1993), lo investì della sua eredità politica, convincendolo a staccarsi dal progressismo – elettoralmente limitante – e a spostarsi nel campo del centrodestra. Alcuni membri della Fidesz non accettarono la svolta e lasciarono il partito. Ma la maggioranza seguì Orbán, che nella prima esperienza di governo (1998-2002) ha cercato di mettere in pratica le sue nuove idee, senza però riuscirci, a causa delle ripetute mediazioni a cui l’hanno costretto gli alleati di governo. Il nuovo Orbán s’è formato durante gli otto anni passati all’opposizione. È in questo arco di tempo che il progetto a cui oggi stiamo assistendo, favorito dalla maggioranza schiacciante ottenuta dalla Fidesz nel 2010, ha preso forma.

Pensa che il fenomeno Orbán sia frutto del fatto che l’Ungheria non ha fatto ancora tutti i conti con la storia?
Se guardiamo ancora il preambolo della Costituzione, nella parte in cui si spiega che il Paese fu privato dell’indipendenza dal ’44 (occupazione nazista) al ’91 (ritiro definitivo dei sovietici), vediamo delle carenze, soprattutto sul primo punto. Diversi ungheresi sostennero infatti il regime filonazista. Ma è anche vero che l’Ungheria, che sul piano del confronto con la propria storia non è che sia così indietro, è in buona compagnia. Che dire della Francia dove Vichy è ancora un ingombrante macigno storiografico, per non parlare dell’Italia, dove sia il fascismo che la resistenza sono ancora trattati senza il necessario distacco…

Il premier ungherese Viktor Orbán a una commemorazione della rivolta del 1956

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