21 Gennaio Gen 2012 0943 21 gennaio 2012

Dai fasci ai forconi, in Sicilia la rivoluzione è folklore

Dai fasci ai forconi, in Sicilia la rivoluzione è folklore

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Uno dei popoli più ricco di contrasti della terra, tra i più nobili e allo stesso tempo tra i più rozzi, vive in uno dei territori artisticamente più belli del mondo. È il siciliano nella sua Sicilia. Ma, storicamente, il popolo siciliano ha vissuto sempre nelle più difficili, misere e contrastate condizioni che la vita abbia concesso all’uomo, in quella specie di medioevo che, di volta in volta, ha preso il nome di separatismo mafioso, fascismo, strapotere democristiano e, infine, berlusconismo.
Viene da chiedersi, volgendosi indietro e interrogando la storia, per quale strana legge fatale le qualità del siciliano, anche le migliori, finiscano per diventare assolutamente dei difetti: perché la normale cultura si trasformi in pedanteria e nozionismo, la normale prestanza fisica diventi vanto di natura sessuale, la fede religiosa sfiori il bigottismo, l’amore per la terra e per la natura si muti in primitivismo. E così anche il moto rivoluzionario, la protesta di massa finisca per diventare folklore, passatempo, barzelletta.

Una prima, e ovviamente parziale, risposta a ciò può essere la seguente: si tratta di condizioni e situazioni tipiche di un ambiente dove la cultura, l’educazione, non intese in senso generale o scolastico, ma come stimolo che allarga gli orizzonti e le vedute, contaminazione con il resto del mondo, non hanno agito con efficacia nella popolazione, fermandosi al limite della coscienza. Tutto è, da sempre, emozionante, sensazionale ma comunque monco, incosciente, dimezzato, in questa meravigliosa terra di contrasti: la resistenza senza partigiani, il Sessantotto senza sessantottini, il femminismo senza femministe, l’industrialismo senza industrie, e qui mi fermo perché si potrebbe continuare all’infinito.

È probabilmente per questo che, individuato un male, ad esempio il latifondo di una volta, la mafia più di recente, l’evasione – ahinoi – sempre attuale, se l’intervento per risolverlo viene dall’alto (e in questa accezione includo lo Stato, passando per regione, province e comuni) non risolve affatto anzi acuisce il problema. Quel male potrà essere in parte contrastato ma risorgerà dalle radici sotto forme diverse, finché non interverranno due fattori, i più importanti e decisivi: l’autocoscienza del siciliano e la dovuta considerazione dello Stato.
La prima va conquistata, lottando con le unghie e con i denti, attraverso l’educazione, fin dall’infanzia, la diffusione del sapere, della ricerca scientifica, in modo da modificare mentalità erronee consolidate e radicate, agendo sulle nuove generazioni. Su questa strada i siciliani sono andati, per fortuna, ben avanti. La seconda sembra invece essere, allo stato attuale, la condizione più difficile da maturare: la Sicilia e i siciliani sono ancora, purtroppo, per tanti italiani ma soprattutto per lo Stato, una vera e propria incognita. L’isolamento siciliano non è soltanto geografico, economico, ma soprattutto sociale e culturale. I vari governi italiani che si sono succeduti dall’Unità in poi, di qualsiasi tendenza politica, non hanno mai ascoltato la voce di protesta che, di volta in volta, si è levata da parte della popolazione siciliana (o di buona parte di essa). Vero è anche che la diffidenza è stata reciproca.

I fatti di questi giorni richiamano alla mente, se pure con enormi differenze (caratteri e proporzioni), fosse anche solo per l’eterogeneità e la spontaneità della protesta, gli storici fasci siciliani del 1892-94. Come dimostra anche una bella inchiesta datata ottobre 1893 del giornalista Adolfo Rossi sul giornale La Tribuna di Roma, quello dei fasci fu un movimento di massa di orientamento socialista, costituito soprattutto da contadini, braccianti, mezzadri, minatori, operai, artigiani, piccoli commercianti e piccoli proprietari, in cui ebbero parte attiva molte donne e bambini, anche se la sua composizione sociale e politica mutava da luogo a luogo. Si caratterizzò per la protesta contro l’eccessivo fiscalismo, contro la burocrazia delle amministrazioni locali e dei galantuomini, la rivendicazione della terra. Se ci addentriamo, per un momento, più nel merito delle proteste, i provvedimenti più odiati e contestati dai fasci furono la tassa comunale sul bestiame che andava in gran parte a pesare sui ceti più umili, poiché l’importo che doveva pagare chi possedeva bestie da tiro e da soma – che costituivano gli animali da lavoro del contadino – era maggiore rispetto a quello che era tenuto a pagare chi possedeva vacche e buoi, cioè i ricchi proprietari. Ma anche le imposte indirette sui piccoli proprietari, gli artigiani, i contadini e i lavoratori in genere, tasse che in Sicilia avevano un gettito superiore a quello delle imposte dirette: il dazio consumo, quello cioè che si pagava al momento della vendita al minuto, e che ricadeva esclusivamente sui consumatori; e soprattutto sui ceti più umili, costretti a sopportarne il peso.

Soprattutto nella fase iniziale, quando si cominciò con l’incendiare i registri dei Comuni, saccheggiare gli uffici, liberare i detenuti, i moti rivoluzionari nacquero in modo disordinato, spontaneo, con mezzi assolutamente inadeguati, suscitando in giro per l’isola infiniti e continui incidenti e azioni eversive, episodiche e sporadiche. Si mescolavano alla rinfusa, nelle diverse azioni di protesta e nelle manifestazioni, i ritratti di Garibaldi e Mazzini, quelli di Marx e Louis Blanc, insieme a quelli del re Umberto I e della Santissima Madre di Dio. Una delle accuse più diffuse che venivano mosse ai fasci dalla stampa nazionale conservatrice e dai delegati di pubblica sicurezza, chiaramente finalizzate a procedere al loro scioglimento, era quella di essere delle società di malfattori, in combutta con la mafia. In realtà un’inchiesta promossa da Giolitti, travolto di lì a poco dallo scandalo bancario romano, accertò che non vi erano elementi sufficienti a dimostrarlo.
Dopo che il movimento si diffuse in tutta l’isola, si abbatté la dura repressione del governo Crispi che proclamò lo stato d’assedio e fece intervenire l’esercito. A questo punto, il Partito socialista, che non aveva avuto fino a quel momento una diretta responsabilità organizzativa di ciò che era accaduto in Sicilia, seppure non troppo convintamente (ritenendo che certi metodi facessero parte di una tradizione anarchica a loro avviso ormai superata), alla fine si schierò in sua difesa. Il movimento assunse un più preciso programma di sinistra, schierandosi apertamente contro il potere mafioso dei gabellotti conniventi con i grandi proprietari terrieri e contro i preti che spesso e volentieri li fiancheggiavano. Ma in questa fase il fenomeno perde le sue peculiari caratteristiche isolane e finisce con l’annegare nel mare magnum del socialismo nazionale, per non dire internazionale.

Oggi in Sicilia gruppi di contadini, allevatori, pescatori e autotrasportatori, soprannominatosi “movimento dei forconi” hanno paralizzato nel giro di pochi giorni una intera regione, bloccando le strade, organizzandosi nelle piazze e davanti ai comuni, e creando soprattutto enormi disagi ai loro concittadini. Protestano contro il rincaro della benzina, l’abbassamento a livelli mai toccati prima d’ora del prezzo dei prodotti agricoli, contro le tasse statali, regionali e comunali. A organizzare i presidi sono soprattutto personalità di secondo piano della destra locale, qualcuno mette in guardia da possibili, anzi probabili, infiltrazioni mafiose, ma a seguire e a fiancheggiare le proteste, spinti dalla crisi economica e dalla morsa dell’impoverimento collettivo, sono ceti e categorie sociali indistinte, giovani e meno giovani, donne e bambini, anche di sinistra. Avvertono i “forconi”: guai a portare simboli o bandiere di partito, il movimento di protesta è di tutti i siciliani. A fermare i tir dell’ortofrutta e di gasolio sono pochi esaltati, ma, a dire il vero, a mettere la faccia davanti ai collegamenti tv, dietro ai capi, c’è tanta gente, soprattutto gente impoverita e umile, che, come tale, suscita la simpatia dell’opinione pubblica. Ora, per tutto ciò che si è detto fin qui, l’atavica pigrizia italiota, e in particolar modo quella siciliana, va assolutamente combattuta. Ben venga, dunque, la critica e anche la protesta accesa, se si mantiene nei limiti della civiltà.

C’è da stare molto attenti però che non si tratti della solita storia che c’è dietro la non consapevolezza e la non cultura del siciliano, di cui si parlava all’inizio. Cioè che dietro l’apparente protesta della popolazione e la sommossa popolare non ci sia, in realtà, la richiesta della solita politica clientelare, del voto di scambio, e che a organizzarle siano proprio quegli stessi politici che, vedendosi privati del potere decisionale a livello regionale e nazionale, soffiano sul fuoco dell’animosità siciliana e giocano sulla buonafede dei più ingenui. Come è già accaduto, purtroppo, in tempi più e meno lontani.
Allo stato attuale non è ben chiaro a cosa voglia giungere con esattezza questo nascente movimento, ma appare chiara, quantomeno, la sua origine, ambiguamente reazionaria. E non ci riferiamo certo ai tanti siciliani che la stanno fiancheggiando, ma a quelli che, così baldanzosamente, la stanno cavalcando. I metodi, peraltro, come è accaduto a Roma nel caso delle proteste dei tassisti, parlano chiaro e sembrano averne tutta la logica interna: basti pensare al dogmatismo, alla violenza decisa, alla imposizione antidemocratica di bloccare la vita quotidiana senza alcun riferimento alle leggi dello stato, al fatto che sembrano non avere nessun programma fisso. Tutto questo non vi ricorda forse qualcosa?
 

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