Edilizia, crisi senza cura per due milioni di lavoratori

Occupa quasi 2 milioni di persone e vale il 5,2% dell’intero valore aggiunto dell’economia nazionale. Ma, dopo il picco del 2007, per l’edilizia continua la crisi più grave dal Dopoguerra: dal 2008 gli investimenti, pari a 152 miliardi nel 2010, sono calati addirittura del 21,1 per cento. I posti...

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30 Gennaio Gen 2012 0940 30 gennaio 2012 30 Gennaio 2012 - 09:40
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Le costruzioni: è questa a decima e penultima tappa del viaggio de Linkiesta nella manifattura. Un comparto rilevante che, secondo una recente analisi del Servizio Studi e Ricerche di Banca Intesa (Start up initiative – Construction & Real Estate Open Innovation Day), conta circa 615mila imprese (di cui il 70% è di tipo artigianale), genera 80 miliardi di valore aggiunto (5,2% del totale dell’economia nazionale) e occupa 1,9 milioni di addetti (7,7% dell’occupazione totale), di cui il 63% lavora in imprese con meno di 9 addetti.

Dalla seconda metà del 2007, il comparto delle costruzioni è entrato in una fase discendente, acuita dalle dinamiche economiche globali e nazionali non favorevoli da cui fatica ad uscire. I dati elaborati nelle settimane scorse da Ance – l’associazione dei costruttori edili aderente a Confindustria – confermano in modo inequivocabile come il settore sia stato colpito, negli ultimi anni, dalla più grave crisi dal dopoguerra: dal 2008 gli investimenti, pari a 152 miliardi nel 2010, sono calati addirittura del 21,1 per cento. La produzione di nuove abitazioni, nello stesso periodo, è crollata del 36,6% con la previsione, per il 2012, di una ulteriore riduzione del 3,8%, mentre hanno mostrato una tenuta le riqualificazione del patrimonio abitativo (+ 3,8%), grazie in particolare alle agevolazioni fiscali.

I livelli produttivi delle nuove costruzioni abitative riflettono l’andamento negativo delle progettazioni: secondo l’Istat il numero di permessi rilasciati dai comuni per la costruzione di abitazioni è passato da 305.706 nel 2005 a 160.454 nel 2009. Tra il 2005 e il 2009 il numero di abitazioni concesse si è dunque quasi dimezzato, registrando una flessione del 47,5%.

«Le cause dell’attuale stagnazione – sottolinea Paolo Buzzetti, Presidente Ance – vanno, naturalmente, ricercate tra le conseguenze che la crisi finanziaria globale ha generato nel tessuto economico italiano. Infatti, i prezzi delle abitazioni non hanno subito stravolgimenti notevoli, mantenendosi invece sostanzialmente stabili. Il vero problema dell’immobiliare italiano è la crescente difficoltà d’accedere al credito. Tale condizione si scontra con un’esigenza abitativa che nel nostro paese, come mostrano i dati elaborati da Ance sulla crescita del numero di famiglie, rimane molto alta e di fatto insoddisfatta. Si pensi, ad esempio, ai giovani e agli immigrati. Ecco perché è fondamentale rendere l’acquisto della casa accessibile anche alle fasce medio-basse della popolazione. Gli strumenti da mettere in campo sono semplici e sono già stati sperimentati con successo da altre nazioni europee come la Francia e riguardano l’utilizzo di incentivi fiscali e mutui agevolati».

Non va meglio sul fronte degli investimenti nell’edilizia non residenziale privata, che hanno subito una diminuzione del 20,1% negli ultimi 4 anni, arrivando così nel 2011 a circa 38 miliardi di euro. Ancora peggiore è la fotografia degli investimenti in lavori pubblici: Ance ha stimato che la riduzione tra il 2008 ed il 2012 si attesterà al 37,2%. Se però si tiene conto dell’andamento negativo già in atto dal 2005, il calo produttivo raggiungerà addirittura il 44,5%. Un quadro, questo, sicuramente destinato a peggiorare ulteriormente per via dei pesanti tagli previsti alla finanza pubblica dalle diverse manovre dell’anno scorso, che incideranno nel 2012 su una serie di capitoli di spesa: meno 3,3 miliardi sul Fondo Aree Sottoutilizzate, meno 5,5 miliardi sul Fondo Matteoli per le opere prioritarie del Piano Cipe, meno 500 milioni sui fondi per le infrastrutture ferroviarie.

Il profilo recessivo della domanda di investimenti in costruzioni e l’assenza di prospettive di miglioramento continuano naturalmente a generare forti contraccolpi sulla tenuta della struttura produttiva e dei livelli occupazionali. Sono innumerevoli i casi di crisi aziendali, che, nella gran parte dei casi non fanno notizia, perché riguardano per lo più piccole-medie realtà imprenditoriali. Il “diario quotidiano delle crisi nel settore delle costruzioni” inaugurato da qualche mese da Fillea, il sindacato dei lavoratori edili della Cgil, fornisce la misura complessiva della drammaticità del quadro, che peraltro coinvolge tutte le aree del Paese.

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«La situazione è davvero grave – precisa Walter Schiavella, Segretario generale di Fillea-Cgil – perché somma la crisi congiunturale, ma ormai strutturale del sistema finanziario ad un declino strutturale del settore, che veniva da quindici anni di crescita ininterrotta e che già nel 2007 aveva manifestato segnali di rallentamento, confermati nel 2008. Tutto ciò in un quadro di atteggiamento colpevole da parte delle imprese ma anche delle Istituzioni, che non hanno utilizzato quella fase di crescita per fare di questo segmento produttivo un settore più moderno, più strutturato, più solido, maggiormente vocato all’innovazione, alla qualità, che puntasse a favorire aggregazioni di impresa. Cosicché la crisi si è abbattuta con virulenza su un sistema produttivo incentrato su imprese troppo piccole ed in un mercato troppo deregolato e in un mondo del lavoro fortemente segnato dall’irregolarità».

Ciò ha evidentemente prodotto una serie di conseguenze: in questi anni è innanzitutto calato il numero di imprese iscritte alle Casse Edili: del 7,6% nel 2009, del 6,6% nel 2010 e, ultimo dato disponibile, del 5,8% nei primi nove mesi del 2011. «Per converso – sottolinea Schiavella – assistiamo ad un fenomeno singolare, per cui questo è l’unico settore che con una crisi così drammatica, aumenta il numero delle imprese iscritte alle Camere di commercio; ma l’arcano è presto spiegato, perché in realtà si tratta di un meccanismo elusivo con cui il lavoro dipendente viene trasformato in falso lavoro autonomo, con un’esplosione delle partite Iva nel settore, cresciute, dall’inizio della crisi, del 280 per cento».

Anche il numero degli addetti, dopo la flessione del 9,8% nel 2009 e dell’8% nel 2010, ha registrato un altro risultato negativo (-6,8%) nei primi nove mesi dl 2011 e le ore effettivamente lavorate dagli operai iscritti (-11,2% nel 2009 e -8,4% nel 2010) si sono ulteriormente ridotte del 5,0% nel periodo gennaio-settembre 2011. Il ricorso alla Cassa Integrazioni Guadagni è stato naturalmente massiccio: il numero delle ore autorizzate dalla CIG per i lavoratori del settore, cresciuto da circa 40 milioni di ore nel 2008 a 104 milioni nel 2010, nei primi 10 mesi del 2011 è aumentato del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2010.

L’ampio ricorso alla Cig testimonia come le imprese del settore stiano ancora cercando di mantenere l’occupazione nonostante la forte riduzione del mercato, ma il forte timore degli addetti ai lavori è che non potranno proseguire in questa situazione se non ci sarà un’inversione di tendenza degli investimenti. Con riferimento all’occupazione dipendente, Ance ha stimato che dall’inizio della crisi i posti di lavoro persi nelle costruzioni siano stati circa 250mila. Considerando anche gli effetti sui settori collegati, la perdita occupazionale complessiva è stata pari a circa 380mila unità.

Parallelamente si sono allargate in queste anni le sacche di illegalità: «Il vero problema» a detta di Schiavella, «perché la visione scellerata di deregolazione che è stata offerta dal governo Berlusconi al sistema delle imprese in cambio di una assenza assoluta di investimenti, ha prodotto quello che ogni mattina leggiamo sui giornali: sequestri di cantieri, imprese edili affiliate alla malavita organizzata, lavoro irregolare», stimato in circa 400mila lavoratori in nero, «il dilagare di fenomeni di caporalato, vicende come quella di Brembemi (il presunto giro di mazzette e traffico illegale di rifiuti nei cantieri dell’azienda, ndr). Senza considerare il disastro ambientale, anche questo sotto gli occhi di tutti, che produce una edilizia di scarsa qualità e l’insufficienza di adeguate norme di programmazione urbanistica e di controllo. In questo quadro di crescente illegalità e irregolarità il prezzo più alto lo stanno pagando le imprese sane, che costituiscono pur sempre la maggioranza; sono quelle imprese che non vincono più un appalto in un sistema di gare regolato secondo il massimo ribasso in 4 casi su 10, anche nei casi di grandi opere pubbliche e che subiscono la concorrenza sleale di aziende in mano alla malavita o che scelgono la strada del non rispetto della legge».

265957664 632A84b83a Z(Flickr - lorenzo_@pix)

In un mare di note negative, a cui va aggiunto anche il grave problema dei tempi di pagamento della Pubblica Amministrazione già trattato da Linkiesta, si intravvede però anche qualche spiraglio positivo. Infatti il sistema delle imprese di costruzione italiane che investono all’estero continua a crescere grazie allo sviluppo degli investimenti oltreconfine. È quanto emerge dall’ultimo rapporto Ance sulla presenza delle imprese di costruzione italiane nel mondo. Nonostante infatti la crisi economico-finanziaria stia facendo ancora patire i suoi effetti negativi, le 42 imprese di costruzione italiane selezionate nel panel dell’indagine di Ance, sono riuscite ad accrescere il loro fatturato anche nel biennio 2008-2010. Questo è potuto avvenire quasi esclusivamente grazie alle attività estere e la crescita più significativa ha riguardato in particolare le imprese di maggiori dimensioni.

L’analisi evidenzia come negli ultimi anni, mentre il fatturato nazionale delle aziende campione si è sostanzialmente stabilizzato, si è andata rafforzando ed estendendo la propensione delle imprese italiane ad impegnarsi all’estero. Nel 2004, circa 3 miliardi di euro erano stati prodotti fuori dall’Italia contro i 6,6 conseguiti in patria; nel 2010 la situazione si è ribaltata: 7,4 miliardi sono stati prodotti all’estero, 6,3 nel nostro Paese. Ciò significa che il volume di affari realizzato all’estero è cresciuto del 140% e oggi rappresenta più del 50% del totale per le imprese del campione (nel 2004 era pari a poco più del 30 per cento). Il Sud America continua a rappresentare il primo mercato per le imprese di costruzioni italiane con il 24% dell’importo totale delle commesse in corso. Il Nord Africa e l’Africa Sub-Sahariana rappresentano rispettivamente il 13 ed il 17%, mentre l’Unione Europea e l’Europa Extra UE l’11 ed il 10%; in crescita il Medio Oriente (11%) e l’Asia (5%) e rispetto al 2010 c’è da registrare l’entrata dell’Oceania (2% dell’importo totale).

Secondo il rapporto Ance, complessivamente le imprese italiane sono impegnate in 629 lavori per un controvalore di circa 60 miliardi di euro (43,3 dei quali rappresentano la quota spettante alle imprese italiane). Per quanto riguarda invece la ripartizione per tipologia di opere, le infrastrutture (reti ferroviarie e stradali, opere idrauliche, impianti idroelettrici, aeroporti, metropolitane) rimangono il core business delle imprese che lavorano all’estero. Emblematico il caso della Astaldi Spa, che ha fatto della vocazione internazionale, coltivata da oltre 60 anni, una delle chiavi di crescente successo. Attualmente impegnata in 100 cantieri in 23 Paesi nel mondo, Astaldi, società sotto il controllo dell’omonima famiglia e quotata in Borsa dal 2002, ha saputo bilanciare il radicamento nel mercato domestico con una progressiva penetrazione in paesi esteri, tra cui spiccano l’Algeria, la Bolivia, la Bulgaria, il Cile, il Perù, la Polonia, la Romania, la Turchia, e il Venezuela. Questo è uno dei motivi per i quali, anche in tempi di crisi profonda del settore delle costruzioni, Astaldi ha continuato a crescere in termini di ricavi (2,3 miliardi, + 20% sul 2010) e utili (75,3 milioni, + 19,3 sul 2010).

È pur vero che risulta difficile immaginare come l’export possa rappresentare per la moltitudine di piccole e piccolissime imprese del settore il driver per una possibile ripresa. Cosicché sarà fondamentale capire quali misure il Governo Monti adotterà per dar corso ad un piano di investimenti infrastrutturali e più in generale per sbloccare l’accantieramento di opere pubbliche nazionali e locali. Come conferma Buzzetti, «la spesa pubblica produttiva, come quella in infrastrutture, va salvata perché può garantire ripresa economica, infatti ogni miliardo investito in edilizia genera ricadute positive di 3,4 miliardi. Purtroppo la direzione degli ultimi anni è stata quella di tagli che hanno colpito invece gli investimenti piuttosto che la spesa corrente. Si pensi che il mercato dei lavori pubblici dal 2005 a oggi si è ridotto del 44,5%. Sin dal 2008, quando hanno cominciato a mostrarsi i primi sintomi della crisi, Ance ha sostenuto con forza che fosse necessario investire in un piano di opere medio-piccole, le uniche in grado di avere un ritorno economico immediato. Il Piano approvato dal Cipe nel 2009 contiene interventi in tal senso utili ai cittadini come la messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico e l’edilizia scolastica, ma a 2 anni e mezzo dall’approvazione l’attuazione del piano procede a rilento. È necessario quindi imprimere un’accelerazione al Piano se vogliamo, come hanno fatto i principali paesi europei, far giocare all’edilizia il suo naturale ruolo anticiclico».

«Non possiamo più attendere risposte», fa eco al presidente dell’Ance il segretario generale di Fillea-Cgil, «perché non sono più sufficienti le azioni sindacali messe in campo, anche attraverso strumentazioni contrattuali, fortemente orientate al rafforzamento del presidio di legalità, così come il lavoro fatto in comune con le associazioni datoriali culminato, nel 2009, nella stesura di un manifesto degli stati generali delle costruzioni, per provare ad immaginare un’edilizia diversa, capace di assecondare un c modello di sviluppo alternativo a quello attuale, più attento al territorio, alla qualità, alla sostenibilità ambientale, al recupero, alla riqualificazione alla messa in sicurezza del territorio, alla legalità».

 

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