3 Febbraio Feb 2012 1013 03 febbraio 2012

È il computer e non la globalizzazione che ruba lavoro

È il computer e non la globalizzazione che ruba lavoro

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Gli Stati Uniti stanno fronteggiando una crisi occupazionale prolungata nel tempo: 6,3 milioni in meno di americani hanno un posto di lavoro rispetto alla fine del 2007. Eppure la crescita economica del paese è oggi più elevata rispetto a quanto fosse prima della crisi finanziaria. Che fine hanno fatto i posti di lavoro? Più fattori, inclusa la delocalizzazione, aiutano a spiegare lo stato attuale del mercato del lavoro, ma l’automazione basata sulla Information Technology, sempre più avanzata, potrebbe avere il ruolo più determinante.

Dall’inizio della rivoluzione industriale si è temuto che le nuove tecnologie avrebbero irrimediabilmente compromesso l’occupazione. Tuttavia, le metamorfosi del lavoro hanno sempre avuto carattere transitorio: tecnologie che avevano reso alcuni lavori obsoleti, alla fine portavano alla creazione di nuovi posti di lavoro, aumentando la produttività e il benessere, senza effetti negativi sull’occupazione nel suo complesso. Niente fa pensare che questa dinamica non debba più riscontrarsi, anche se i progressi nell’automazione delle mansioni lavorative stanno avanzando a un passo quanto mai veloce, rendendo più difficile l’adattamento dei lavoratori e gettando lo scompiglio nella classe media: impiegati, contabili e operai della catena di montaggio, le cui mansioni, sempre più frequentemente possono venire svolte da software e automi.

«Non credo», afferma Peter Diamond, economista del MIT, vincitore nel 2010 del Premio Nobel per il suo studio sulle imperfezioni del mercato, incluse quelle che incidono sull’occupazione, «che avremo un tasso di disoccupazione costantemente alto come conseguenza dello sviluppo tecnologico. Ma oggi è cambiata la tipologia dei lavori in via di estinzione. Il progresso nella comunicazione e nell’informatica, per il genere dei lavori coinvolti, comporta uno spostamento verso l’alto della distribuzione del reddito».

Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee stanno studiando le mansioni a elevato livello di informatizzazione, nonché le innovazioni e i progressi nella produttività che ne derivano continuamente. Al momento hanno focalizzato la loro attenzione sul modo in cui i progressi della tecnologia informatica incidono sull’occupazione. In un saggio recente, Brynjolfsson, direttore del Center for Digital Business presso la Sloan School of Management del MIT, e McAfee, il suo principale collaboratore scientifico, individuano un paradosso nella prima decade degli anni 2000. Ancora prima che la crisi economica portasse il tasso di disoccupazione americana dal 4,4 per cento del maggio 2007 al 10,1 per cento dell’ottobre del 2009, era già evidente una tendenza preoccupante. Dal 2000 al 2007 il prodotto interno lordo e la produttività erano cresciuti molto più velocemente di quanto avessero mai fatto nei decenni successivi a partire dagli anni 1960, ma la crescita occupazionale si era mantenuta su livelli piuttosto contenuti.

Brynjolfsson e McAfee ipotizzano che una quantità maggiore di lavoro sia stata eseguita dalle macchine, o che, comunque, si sia ricorsi al loro aiuto. Amazon.com, per esempio, ha ridotto la domanda di personale addetto alla vendita; gli information desk dotati di sistemi computerizzati negli hotel e negli aeroporti hanno rimpiazzato gli impiegati; i sistemi di riconoscimento e di sintesi vocale hanno sostituito il personale di assistenza alla clientela e gli operatori; infine, aziende di ogni genere hanno approfittato di strumenti come il software per la pianificazione delle risorse aziendali. «Un economista di impostazione classica commenterebbe che è in atto un grande assestamento, che proseguirà fino a che non verrà trovato un nuovo equilibrio, cioè un nuovo tipo di lavoro che le persone possano svolgere», afferma McAfee.

In passato indubbiamente ci siamo già adattati a questo tipo di cambiamenti. Ma mentre i progressi nel campo dell’agricoltura si sono distribuiti nell’arco di un secolo e la distribuzione dell’energia elettrica e l’industrializzazione si sono diffuse nel corso di decenni, la portata di alcune tecnologie informatiche sostanzialmente raddoppia ogni due anni, o quasi, come conseguenza della Legge di Moore. C’è voluto un poco di tempo prima che la tecnologia informatica rimpiazzasse del tutto i flussi di lavoro gestiti su carta negli uffici, nelle sale riunioni e nei negozi (negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta la produttività crebbe lentamente e infine decollò nel 1996; alcuni economisti spiegarono che finalmente la tecnologia informatica veniva realmente impiegata). Ma oggi, sostengono Brynjolfsson e McAfee, l’efficienza e i vantaggi dell’automazione, resi possibili dalla tecnologia informatica, stanno avanzando troppo velocemente per consentire al mercato del lavoro di tenere il passo.

Una ulteriore prova che la tecnologia ha ridotto il numero dei lavori mediamente qualificati si trova in un documento di lavoro di David Autor, economista del MIT, e David Dorn, economista del Center for Monetary and Financial Studies di Madrid. Facendo riferimento agli anni cruciali che vanno dal 2000 al 2005, notano come la crescita dell’occupazione si sia verificata prevalentemente agli estremi della scala: nelle posizioni con le retribuzioni più basse, in settori come quello della cura della persona, dei servizi di pulizia e della sicurezza, nelle posizioni professionali più qualificate come nel caso di tecnici, manager e quant’altro. Per gli artigiani, gli amministrativi, gli operai e i rappresentanti il mercato del lavoro non è cresciuta altrettanto velocemente, o addirittura si è contratta. Studi successivi hanno dimostrato che le cose sono peggiorate dopo il 2007. Durante la recessione quasi tutti i posti di lavoro perduti nel paese si concentravano in queste categorie intermedie, ovvero le posizioni più facili da rimpiazzare, in parte o in tutto, dalla tecnologia.

Brynjolfsson sostiene che la situazione è preoccupante ed è globale. Alcuni dei lavori minacciati dalla tecnologia informatica sono, per esempio, quelli presso le aziende elettroniche in Cina e presso i servizi di trascrizione in India: “Ciò non significa che ogni genere di lavoro verrà rimpiazzato, si tratta piuttosto di scossoni che hanno reso milioni di persone più povere e altre più ricche”. Brynjolfsson non crede che il problema sia permanente, ma ciò è di scarsa consolazione per i milioni di persone che oggi sono rimaste senza lavoro e che potrebbero non percepire più i loro vecchi stipendi, neppure una volta trovata una nuova occupazione. “Nel lungo termine queste persone svilupperanno nuove professionalità oppure gli imprenditori troveranno dei modi per impiegare le loro competenze; altrimenti, i loro stipendi si abbasseranno. O magari si verificheranno tutte e tre queste cose”, afferma. “Ma nell’immediato tutto il nostro vecchio bagaglio di competenze, prima così determinante nel creare valore aggiunto, non sarà più di alcuna utilità”.

C’è, quindi, il rischio, se l’economia non creerà nuovi posti di lavoro altamente qualificati, che le persone della fascia media debbano affrontare la prospettiva di lavori non qualificati, i cui salari di fatto si abbasseranno, dal momento che saranno molte più persone a contenderseli. «La teoria dice che il mercato del lavoro renderà tutto più chiaro. Si trova sempre del lavoro da fare», sostiene Autor. «Però non dice a quale prezzo». E proprio mentre ai piani bassi la situazione si fa sempre più affollata e, probabilmente, persino meno remunerativa, gli impiegati al vertice vengono pagati sempre di più, grazie agli effetti moltiplicatori della tecnologia.

Circa il 60 per cento della crescita salariale negli Stati Uniti fra il 2002 e il 2007 è andata all’1 per cento degli americani, in prevalenza dirigenti le cui aziende stanno diventando più ricche grazie all’impiego di tecnologia IT per diventare più efficienti. Brynjolfsson e McAfee fanno notare che cambiamenti straordinari si sono già verificati in passato. Nel 1800 il 90 per cento degli americani erano impiegati nell’agricoltura. La cifra scese sotto il 41 per cento prima del 1900 e oggi è al 2 per cento. Invece il numero dei dipendenti aziendali sarebbe stato impensabile agli inizi del XIX secolo. Un tale cambiamento potrebbe verificarsi di nuovo.

Le tecnologie informatiche moderne, per quanto possano nuocere nel breve termine ad alcune figure professionali, rappresentano senz’altro un vantaggio per gli imprenditori che oggi dispongono di strumenti più economici e molto più efficaci di quanto non sia mai stato possibile prima. Una volta scomparsi determinati lavori, afferma Brynjolfsson, «effettueremo un test sull’economia per verificare se gli imprenditori troveranno delle soluzioni per essere innovativi altrettanto velocemente». Come esempi cita eBay e Amazon Marketplace, che insieme consentono a centinaia di migliaia di persone di guadagnarsi da vivere vendendo articoli a clienti sparsi in tutto il mondo. Il problema è che non ci sono abbastanza persone adeguatamente istruite o tecnologicamente competenti per sfruttare tali rapidi progressi e creare delle realtà imprenditoriali di nicchia, fino a ora inimmaginabili.

Secondo Brynjolfsson e McAfee, le stesse tecnologie che rendono oggi l’industria molto più produttiva, dovrebbero venire impiegate per aggiornare e migliorare il sistema di formazione. In un incoraggiante esempio da loro citato, 58 mila persone hanno frequentato un corso on line di intelligenza artificiale offerto dalla Stanford University. L’imprenditoria sensibile alla tecnologia IT non è l’unico motore a elevato potenziale tecnologico per la creazione di nuovi posti di lavoro. Potrebbe essere di aiuto anche il rilancio dell’industria manifatturiera. Ma l’automatizzazione ha contribuito a contenere fortemente l’impiego di manodopera anche nel settore manifatturiero, per cui un suo eventuale rilancio probabilmente non si tradurrebbe in un consistente aumento dei posti di lavoro.

Anche quanti ripongono le proprie speranze nei “lavori verdi” potrebbero rimanere delusi. Sebbene con il passaggio a fonti energetiche più pulite verranno creati nuovi posti di lavoro, quelli legati alle energie tradizionali andranno persi all’interno del medesimo processo. Gli economisti sono incerti sul risultato finale. In ogni caso, a tutt’oggi l’industria manifatturiera e il settore energetico rappresentano delle piccole fette dell’economia americana, che attualmente si regge in massima parte sul settore terziario. Questo è il motivo per cui le tecnologie informatiche in rapido sviluppo, grazie al prorompente raggio d’azione e alla capacità di creare nuovi servizi e soddisfare nuove nicchie di mercato, potrebbero rappresentare la migliore scommessa per la creazione di nuovi posti di lavoro, sebbene lo sconquasso che l’IT sta causando nel mercato del lavoro non si risolverà, inevitabilmente, in tempi rapidi.

Secondo Peter Diamond, una delle cose più importanti che il governo potrebbe fare per l’occupazione sarebbe di prestare attenzione a elementi cardine come le infrastrutture e l’istruzione: «Disponendo di così tante risorse inattive, sarebbe il momento più vantaggioso, e socialmente meno costoso, per concentrarsi sugli investimenti pubblici». Alla fine, l’economia si assesterà e le cose ricominceranno a funzionare di nuovo. «Da molto tempo», afferma, «i lavori stanno cambiando e sono in continuo movimento, fuori e dentro il paese. Nasceranno certamente altri tipi di lavoro che avranno ancora bisogno dell’uomo». 

*articolo originariamente pubblicato su Technology Review, la rivista Mit dell’innovazione la cui edizione italiana è diretta da Alessandro Ovi

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