12 Febbraio Feb 2012 0813 12 febbraio 2012

Lavoro e violenze, l’Italia non è un paese per donne

Lavoro e violenze, l’Italia non è un paese per donne

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Anno 2012. Da un lato (per esempio) il Tg1 delle ore 20.00 del 25 gennaio. Servizio di Vincenzo Mollica: il «capitano» Gianni Morandi e Rocco Papaleo presentano la valletta del Festival di Sanremo, Ivana Mrazova. Bellissima, come didascalicamente descritto dalla telecamera. Dall’altro, quella che è molto più di una «tirata d’orecchie» all’Italia da parte del Comitato Cedaw, l’organismo Onu che verifica il rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite contro le discriminazioni nei confronti delle donne. «Il Comitato rimane profondamente preoccupato per la rappresentazione della donna quale oggetto sessuale e per gli stereotipi circa i ruoli e le responsabilità dell'uomo e della donna nella famiglia e nella società». Stereotipi, attenzione, «contenuti anche nelle dichiarazioni pubbliche rese dai politici», che «minano la condizione sociale della donna, come emerge dalla posizione svantaggiata in diversi settori, incluso il mercato del lavoro, l'accesso alla vita politica e alle cariche decisionali».

È da poco terminato il viaggio in Italia della relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo. Una missione conoscitiva - la prima del genere in Italia, durante la quale la Manjoo ha visitato carceri, campi rom, si è fatta un’idea della realtà quotidiana delle donne. L’allarme lanciato non lascia dubbi: la violenza sulle donne «resta un problema in Italia». E l’invito è che la crisi economica non costituisca un alibi per distogliere l’attenzione. «L’Italia occupa il penultimo posto tra i paesi europei sul tema dell’equiparazione di genere, quindi che ci sia una questione femminile mi sembra molto evidente», spiega a Linkiesta Emma Bonino, vicepresidente del Senato. «È meno evidente ai più che questa è anche una questione di altissima priorità per il paese». L’Italia, infatti, «ha un problema di crescita che sta diventando il più grave problema per il futuro». E «tenere in panchina il 50% del capitale umano del paese è una scelta insensata», avverte l’esponente radicale. La chiave è proprio nel tema dell’occupazione femminile, avverte Bonino, che è anche presidente onoraria di Pari o Dispare, «sia dal punto di vista quantitativo», ovvero in termini di livelli occupazionali, «che qualitativo», cioè dal punto di vista delle carriere.

Rossana Scaricabarozzi, responsabile programma diritti delle donne ActionAid Italia, dà i numeri della rappresentanza politica delle donne. Italia: 20% dei parlamentari. Rwanda: 47 per cento, Spagna: più del 34%, Germania: 27%, Francia: 20,5 per cento. «Anche l’Afghanistan, dove certo ci sono problemi ben più gravi, a livello di rappresentanza politica supera l’Italia», spiega la Scaricabarozzi. D’altro canto nel nostro paese 4 donne su 10 «continuano a lasciare il lavoro dopo la prima gravidanza», tutto questo in un contesto di «assenza di welfare a protezione delle lavoratrici precarie».

Elsa Fornero ha annunciato di voler trovare una soluzione: «La maternità o la paternità non devono più essere vissute come un ostacolo alla carriera», spiega il ministro del Welfare con delega alle Pari Opportunità. «Anche nelle istituzioni e nella politica le posizioni di leadership sono in larghissima maggioranza occupate da uomini», spiega ancora Emma Bonino. E quindi «è evidente che la sensibilità sul tema è, anche nei casi migliori, quanto meno più indiretta». Poi c’è il contesto culturale: «per quanto riguarda i ruoli nella famiglia, la condivisione delle responsabilità di cura, è cambiato troppo lentamente e in modo assai difforme nelle diverse regioni del paese», dice la senatrice. Gli stereotipi femminili «persistono in tutti gli ambienti: nella vita familiare, in quella professionale, sociale e politica e sono continuamente confermati dai media, dalla pubblicità alla tv». Continuamente. «Quindi non c’è da stupirsi che le tematiche femminili vengano relegate in bassa priorità e percepite con un certo fastidio, soprattutto quando la crudeltà degli indicatori, come per esempio nel rapporto Cedaw, denuncia un ritardo clamoroso».

Della condizione femminile in Italia, tanto racconta anche la situazione delle carceri. La relatrice dell’Onu Rashida Manjoo spiega di essere stata messa a parte, durante la sua visita in Italia, delle difficoltà di accesso allo studio e al lavoro, «riconducibili alla mancanza di risorse e alle pratiche discriminatorie da parte del personale delle strutture carcerarie». E non manca la «disparità di trattamento da parte di alcuni giudici di sorveglianza nel riesame delle sentenze per la scarcerazione anticipata delle detenute che soddisfano i requisiti per le misure alternative al carcere». C’è poi tutta la questione dei bimbi dietro le sbarre, «i problemi che affrontano le detenute con figli minori all’interno e fuori dal carcere»: questione per la quale, secondo la Manjoo, «ove possibile, occorre valutare eventuali pene alternative». La soluzione alla quale si sta pensando, ovvero di innalzare da tre a sei anni il limite di età dei bambini che possono stare con le mamme in carcere fino a 6 anni, non è invece, per la relatrice Onu, auspicabile.

Quella delle donne in Italia è una storia che parla ancora troppo di ritardi strutturali e culturali. Epperò non mancano provvedimenti che Rashida Manjoo ha definito apprezzabili: la legge sullo stalking, i piani d’azione nazionali sulla violenza contro le donne e il Piano nazionale per l'inclusione delle donne nel mercato del lavoro. Ma non basta. La «piena ed effettiva partecipazione delle donne al lavoro e alla sfera politica» è ancora una sfida. Il quadro politico e giuridico «frammentario» e la «limitatezza delle risorse finanziarie per contrastare la violenza sulle donne», secondo la Manjoo, «ostacolano un’efficace ottemperanza dell'Italia ai suoi obblighi internazionali». E infatti siamo sorvegliati speciali, anche perché il rischio è che la crisi economica «non può essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo Paese».

L’uguaglianza uomo-donna «non è soltanto un nobile ideale, è una condizione decisiva per lo sviluppo agricolo e la sicurezza alimentare» e per «vincere in modo sostenibile la lotta contro fame e povertà estrema», diceva il direttore Generale della Fao Jacques Diouf nel presentare l’anno scorso il rapporto Lo stato dell’alimentazione e dell'agricoltura. L’uguaglianza tra i generi, secondo il Rapporto sullo sviluppo nel mondo 2012 della Banca mondiale, porterebbe in alcuni Paesi ad un aumento della produttività lavorativa del 25%. «Ma quando si dà attenzione all’uguaglianza di genere ci viene il dubbio che sia una questione sottolineata solo per cercare nelle donne quella mancanza di crescita dei tempi di crisi che viviamo», avverte Rossana Scaricabarozzo di ActionAid. «Il motore del cambiamento è la necessità, mentre per essere reale e duraturo è fondamentale che sia culturale».

La via d’uscita? «Le donne non sono il problema ma la soluzione», dice all’Italia la commissaria Cedaw Violeta Neubauer. «Io sono un’ottimista cocciuta», sorride Emma Bonino. «E penso che le crisi siano degli agenti di cambiamento e che non dobbiamo perdere l'occasione della prossima riforma sul lavoro». Una riforma che «per la prima volta vedrà al tavolo negoziale un ministro donna che ha anche le responsabilità del welfare e delle pari opportunità e due controparti importanti come Confindustria e la Cgil con leader donne. Confido quindi che l’occupazione femminile e tutte le tematiche ad essa connesse saranno tenute in massima considerazione».  

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