14 Febbraio Feb 2012 0730 14 febbraio 2012

“Piccolo è bello”, così nasce la capitale dei disoccupati

“Piccolo è bello”, così nasce la capitale dei disoccupati

Lucca

Lucca è una città borghese. E dunque contenta di sé. Pensa forse che qualcosa si possa migliorare. Ma cambiare, mai. Diversi ingegni hanno indagato il perché della sua immutabile singolarità: conversione massiccia al protestantesimo e poi controriforma gestita in casa, senza mai aprire le porte delle Mura ai gesuiti; indipendenza assoluta fino al 1847 (col disperato tentativo, fino all’ultimo, di restare una San Marino); anima profondamente democristiana nella Toscana rossa (mai un sindaco che non fosse Dc, e poi grande amore per il centrodestra di Berlusconi e per l’Unione di Centro), tanto da guadagnarsi il soprannome di “mosca bianca”.

Orgogliosa e soddisfatta, Lucca non reagisce troppo bene a chi domanda della crisi che sembra averla spinta di peso verso Sud. Prendendo i dati Istat (che a livello provinciale forniscono solo il cumulato annuale), è passata da un tasso di disoccupazione (dai 15 anni in su) del 3,7% nel 2007 all’8% del 2010. E la disoccupazione giovanile (15-24 anni) è balzata, nello stesso periodo, dal 3,2 al 27,2%.
Sindaco (di centrodestra) della città è il settantottenne Mauro Favilla. Ha indossato la fascia tricolore per la prima volta il 19 dicembre 1972 e alle prossime elezioni amministrative 2012 cerca il suo sesto mandato (quattro risalgono a prima della legge che vieta di cumularne più di due). La sua agenda troppo fitta non ha reso possibile un incontro. Pare anche – dicono in città – che sia piuttosto maldisposto con la stampa dopo aver rimediato una non bella figura nella puntata delle Iene andata in onda il 10 febbraio [guarda il video]. Ormai è passata una settimana senza che neppure abbia replicato per iscritto, come concordato, a quattro nostre domande sulla situazione occupazionale a Lucca (Linkiesta è ovviamente pronta a ospitare le eventuali risposte, anche dopo l’uscita del presente articolo). [Ecco le risposte pervenute il 22 febbraio].
A parlare via telefono è stata invece l’addetto stampa Barbara Di Cesare. «I numeri vanno saputi leggere. Intanto riguardano la provincia di Lucca, e quindi perché chiederne conto al sindaco, che rappresenta solo il Comune? E poi, questi numeri, non sono forse in linea con la media nazionale? Perché occuparsi proprio di Lucca, allora? La verità è che qui c’è una trasformazione in atto. Stiamo passando dalla grande produzione al turismo. Chiudono le fabbriche, ma aprono bed&breakfast e affittacamere. Abbiamo oltre venti eventi turistici ogni anno, valorizzati dalla nostra società di promozione turistica, la Itinera. Con l’amministrazione Favilla il turismo in città è esploso, in controtendenza rispetto al calo nazionale: +4% nel 2009, +6% nel 2010, +12,3% nel 2011. Stiamo attirando, soprattutto attorno alla figura di Puccini, nuovi turisti: dalla Cina, dall’Argentina, da Panama, dalla Corea del Sud… E abbiamo persino superato il radicatissimo campanilismo, e trovato un accordo con Pisa e il suo aeroporto per meglio sfruttare la bassa stagione e i voli low cost. C’è anche un sito, visitpisalucca.com. Guardatelo per formarvi un quadro della situazione più realistico. E poi quei dati chi ve li ha dati? Dove li avete presi? Ah, l’Istat… Sì ok, ma i numeri vanno saputi leggere, bisogna essere in grado di interpretarli. Sennò mica va bene…». Appunto. Meglio andare a cercare l’anima di quei numeri.

La Provincia di Lucca è guidata da Stefano Baccelli del Partito democratico. Al Pd è arrivato dal percorso Dc-Ppi-Margherita. E la sua storia familiare è molto vicina a quella del sindaco Favilla. Suo padre, Piero Baccelli, è stato sindaco Dc di Lucca, così come suo nonno, Italico Baccelli. Solo lo zio (Piero Angelini) non è stato sindaco, scegliendo il Parlamento.
Comunque, la Provincia elabora dei dati statistici sull’occupazione molto più raffinati di quelli Istat, avendo un campione circa tre volte superiore (1.600 famiglie, di cui 260 con intestatario straniero) e facendo rilevazioni semestrali (sul primo e sul terzo trimestre) e divise per comparti territoriali, per sesso, età, titolo di studio e altre variabili.
Lorenzo Maraviglia è lo statistico dell’Osservatorio sul mercato del lavoro della Provincia di Lucca. Dopo aver ottenuto tutte le necessarie autorizzazioni dai dirigenti, accetta di parlare. Ci tiene a chiarire che, mentre tutti i dati sono pubblici e ufficiali, le interpretazioni sono invece posizioni personali che in nessun modo riguardano o coinvolgono, neppure a livello ufficioso, l’amministrazione provinciale.
È comunque entusiasta: «Ai giornalisti di solito i numeri non interessano, e non ho spesso occasione di parlare dei nostri dati», dice. «È un errore. I numeri non sono noiosi. A leggerli in fila, e a capirli, parlano del territorio. Sono emozionanti come un racconto. Certo bisogna saperli maneggiare…». E maneggiamoli, allora.

«Basarsi solo sul tasso di disoccupazione può essere fuorviante», esordisce, «specie se, un po’ semplicisticamente, si ritiene in automatico la situazione tanto più grave, quanto più il tasso si alza. Voi avete visto dall’Istat che a Lucca il tasso di disoccupazione è passato dal 3,7% del 2007 all’8% del 2010 e vi è suonato il campanello di allarme per il forte incremento. L’intuizione è stata giusta, ma c’è di più. Noi, come Osservatorio, partiamo, nel 2007, da dati più alti. Succede quasi sempre. Ci risultava un 4,8% nel primo trimestre e un 5,1% nel terzo. Ma non sono dati strettamente comparabili con l’Istat, che fa il cumulo annuo, anche perché da noi c’è una forte variazione stagionale dovuta alla vocazione turistica della Versilia e sempre più anche di Lucca città. Pure sul 2010, nei trimestri monitorati, ci risultano dati ben peggiori: 11,7 e 12,2%. Ma l’interessante viene ora. Se ci dovessimo basare solo sul tasso di disoccupazione, dovremmo dire che la situazione sta migliorando. Infatti, mentre nel primo trimestre del 2011 abbiamo toccato la punta peggiore: 12,4%, nel terzo trimestre il tasso di disoccupazione è sceso al 7,9%. Ma il fatto è che non possiamo valutare le cose senza tener conto anche del tasso di occupazione. Ebbene, nel 2009, quando la crisi economica ha colpito più duramente, la disoccupazione è per la prima volta molto aumentata nella provincia di Lucca. Ma intanto l’occupazione non calava. Evidentemente molte persone fino ad allora inattive si erano messe alla ricerca di un posto, non perché avessero perso il loro, ma per l’incertezza generale; per ridurre i rischi. Magari – per fare un esempio – il capofamiglia era in cassa integrazione e allora altri componenti del nucleo familiare decidevano di provare a produrre reddito. Questo aumento del tasso di disoccupazione era quindi buono, in un certo senso, segno di reattività e del fatto che c’era ancora molta speranza sulle potenzialità dell’economia del territorio».

«Adesso, nel 2011, il tasso di disoccupazione è crollato nel giro di sei mesi di ben 4 punti e mezzo. Ma non è un buon segno, perché in contemporanea, per la prima volta, è sceso il tasso di occupazione. Confrontando 2010 e 2011, il terzo trimestre ha visto una discesa dal 62,4 al 61,7%. Cosa significa? Che non si reagisce più. Che cala il lavoro ma anche chi lo cerca, per via dell’effetto scoraggiamento. O forse per la dispersione nei rivoli dell’economia sommersa, del nero. A livelli assoluti, tra l’estate 2009 e l’estate 2010, abbiamo perso qualcosa come 4.000-4.500 posti di lavoro. Il calcolo non è agevolissimo perché l’Inps non conta le posizioni lavorative, ma le ore lavorate. Consideriamo poi che il dato è ottimistico perché valuta come lavoro la cassa integrazione, a cui si è fatto un ricorso massiccio, ma che andrà ad esaurirsi. Si sa che le crisi occupazionali sono sempre in ritardo di un paio di anni sulle crisi economiche e finanziarie. Ecco, siamo entrati nella fase peggiore nel 2011 e ci siamo ancora dentro fino al collo».

Questa crisi ha inciso non poco sui rapporti uomo-donna e italiani-immigrati, almeno in provincia di Lucca. «Sembrerà paradossale», riprende Maraviglia, «ma la crisi l’hanno pagata i maschi. Qui da noi l’industria è tutta maschile, dopo la ormai completa scomparsa del tessile. Oltre l’85% degli impiegati nel secondario è uomo. E poi il settore che ha sofferto di più è l’edilizia, un mondo che certo non vede molte donne sui ponteggi. Si sono persi circa 3.000 posti di lavoro nelle costruzioni, sui 15.000 pre crisi: un quinto. Il tasso di occupazione tra le donne rimane molto più basso che tra gli uomini (ci sono molte casalinghe, molte inattive). Siamo al 69,8% contro il 53,6. E anche quello di disoccupazione continua a penalizzarle: 7,3 contro 8,6%. Ma c’è stato un assottigliamento durante la crisi, le donne partivano molto più svantaggiate, ora il divario si è quasi colmato».

«La verità è che la prima fase della crisi ha colpito i maschi stranieri. Gli immigrati che avevano lavori più precari. È anche per quello che la società lucchese ha retto, per ora. Perché la prima botta più dura se la sono presa loro, gli stranieri; e i giovani, anche italiani. Categorie per le quali era socialmente più accettato che perdessero il lavoro. Che hanno destato un allarme sociale minore. I primi perché tanto non se ne parla, i secondi perché c’era il paracadute della famiglia. Adesso chiudono imprese con uomini, adulti, italiani. Capifamiglia lucchesi. E anche se i numeri assoluti di chi resta senza stipendio sono destinati a calare, l’allarme sta per crescere.

Clicca sui dossier statistici per approfondire:

Pdf – Report occupazione Provincia di Lucca III trimestre 2007

Pdf – Report occupazione Provincia di Lucca I trimestre 2011

Pdf – Report occupazione Provincia di Lucca III trimestre 2011

Pdf – Report Gli immigrati stranieri nel mercato del lavoro e
nella società lucchese

«Quello che è successo con gli stranieri», argomenta Maraviglia, «avrà comunque forti implicazioni sociali, anche se è passato sotto silenzio. Per le loro famiglie tradizionali – in gran parte sono albanesi o nordafricani – è stato un terremoto. Adesso è la donna che porta i soldi a casa. Perché le donne, impiegate nei servizi alla famiglia (sono quasi sempre colf o badanti), si sono trovate in un settore dove la domanda è meno comprimibile. È stato un po’ come quando hanno messo gli Indiani nelle riserve. Agli uomini, senza il bisonte, non è rimasto che affogare nell’alcol. Le donne hanno tirato avanti, in una situazione totalmente nuova. Ma non c’è solo questo. C’è una cosa che ci riguarda più da vicino. Sono valutazioni mie, ma ancora una volta voglio partire dai dati. La disoccupazione tra gli stranieri a Lucca ha toccato il massimo tra il 2010 e l’inizio del 2011, con queste percentuali: 23,9; 20,2; 25,8. Poi con il terzo trimestre dell’anno scorso si è dimezzata: 12,6. E il tasso di occupazione è aumentato, balzando in 6 mesi dal 54 al 60,1%. Insomma, gli stranieri sono i primi che si stanno reinserendo con vigore nel mondo del lavoro. Ma perché? Hanno pretese più basse, accettano una qualità del lavoro più bassa, posti più precari e con salari minori. La qualità del lavoro e della manodopera nella provincia peggiora. E gli italiani, i lucchesi, i giovani soprattutto, rischiano anche loro di dover abbassare le pretese economiche e di diritti, quando la crisi si allenterà».

«Ogni discorso sull’immigrazione viene fatto su basi ideologiche o di valori. Si tira in ballo la solidarietà o l’italianità. Io guardo ai numeri. Il discorso non è la fratellanza o il razzismo, è un discorso economico, pragmatico, di competitività, di una risorsa demografica che è ormai una componente irrinunciabile nel nostro mercato del lavoro. E allora aver scelto di non parlare di come questa crisi ha colpito gli stranieri, di non curarsene, di fare spallucce e pensare “nessun problema; se ne torneranno a casa loro” è stato un drammatico errore. Così come quello di non investire nell’aiuto selettivo a scuola. Negli istituti professionali lucchesi, da cui le nostre imprese pescano manodopera, ormai uno studente su tre è straniero. La loro resa scolastica è più bassa, ma non si interviene, non si trovano fondi per il sostegno. Stiamo per riempire le nostre aziende di un materiale umano di scarsa qualità, che capisce sì e no l’italiano. Stiamo abbassando il livello di tutte le pretese. E sarà per tutti. Quelle generazioni su cui già avevamo investito qualcosa, le lasciamo scappare. Ormai le badanti ucraine, che erano considerate le migliori, cominciano a scarseggiare in provincia di Lucca. Vanno tutte in Svezia e Danimarca. Hanno iniziato a tagliare un po’ sul welfare anche lassù, per loro si è aperto un mercato, e guadagnano tre volte quanto prendevano qui. Lo stesso vale per i manovali albanesi. I migliori, quelli che avevamo formato, scappano. Ne arriveranno altri, è vero, ma bisognerà ripartire da zero. Uno spreco».

Scriveva il marchese Antonio Mazzarosa, nobile lucchese vissuto tra il 1780 e il 1861, nel suo libro di storia cittadina: «Massima era quella da gran tempo che Lucca rimanesse come scordata dal mondo, affinché il suo bene stare non fosse invidiato e perciò sturbato. Massima giusta per vero dire: giacché, o bisogna esser forti abbastanza per contrastare almeno agli stati vicini, o tanto deboli da non esserne curati». A voler credere che esista un carattere cittadino delle genti, si potrebbe dire che qualcosa di quella massima si è tramandato. In fondo l’onnipresenza della scritta Libertas su ogni stemma e portale (e anche sulla maglietta della squadra di calcio, la Lucchese, fallita due volte in tre anni e costretta a ripartire dalle più infime serie) è un po’ la testimonianza di quell’abbaglio storico. Dell’aver sempre scambiato un concetto alto e sostanziale come la libertà, tanto sventolata, con il saper rimanere «scordata dal mondo». Magari del tutto insufficiente di fronte alle sfide della modernità e alle sue crisi, ma del tutto soddisfatta di sé e dei suoi piccoli equilibri.
«Quando abbiamo visto questi numeri, ci siamo proprio rimasti male». A parlare è Ugo Da Prato, presidente provinciale della Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa). «Insomma, a Lucca non c’eravamo proprio abituati a che le cose non andassero bene. Abbiamo retto a lungo. Un po’ più degli altri. Ma poi la crisi è arrivata. Ci ha sorpresi… cioè, sorpresi fino a un certo punto. Ormai è tutto così legato a livello mondiale che c’era da aspettarselo. I dati non sono buoni neanche nell’ultimo trimestre. La ripresa non c’è. Forse c’è un po’ di ripartenza. Il fatto è che la situazione è più grave di quello che appare, perché i dati si basano sui fatturati. Ma i fatturati sono crediti non esigibili. E con i ritardi nei pagamenti a cui si è arrivati da parte della pubblica amministrazione, e non solo, non sono bei chiari di luna. Purtroppo, per la prima volta, abbiamo dovuto incassare anche un saldo negativo nel numero delle aziende registrate alla Camera di commercio: un meno 271. E anche in questo caso il numero è più grave se lo si va a interpretare. Qui da noi c’è sempre stato un forte turn over. Sono circa 14.100 le imprese artigiane iscritte all’albo e tutti gli anni ne chiudevano circa mille e ne aprivano altrettante. A fine 2011, per la prima volta, non ci si è fatta a pareggiare il conto. E dirò di più, sono chiuse molte aziende storiche che davano lavoro a un certo numero di addetti e molte nuove partite iva sono singoli fuoriusciti dal lavoro dipendente; ex dipendenti camuffati da impresa artigiana, insomma. A questo si aggiunge un sensibile calo dell’occupazione. E nelle imprese artigiane, spesso con meno di dieci dipendenti, lasciare a casa qualcuno è segno di una forte sofferenza finanziaria. Adesso aspettiamo che le banche diano segnali di qualche riapertura al credito. Nel frattempo, l’unico segnale positivo è che le aziende che sono riuscite a ottenere dei fondi, investono in nuove tecnologie. Naturalmente, finché non è scoppiata la crisi e si tirava avanti, non si era più investito in innovazione. Adesso è il momento buono per farlo. Ed è meglio che i soldi finiscano lì che non per improbabili salvataggi dei carrozzoni, di vecchie aziende decotte».

«Il fatto», spiega, «è che sono entrate in crisi in contemporanea tre grandi distretti produttivi su quattro della provincia di Lucca. L’edilizia prima di tutto. Poi la nautica, che era cresciuta con percentuali a doppia cifra per un decennio. Una vera bolla con cui tutti i politici si sciacquavano la bocca, ma con molte debolezze: troppa semplicità nell’erogazione dei leasing nautici, troppi armatori improvvisati… E poi le commesse erano essenzialmente basate sulle rendite finanziarie. Appena in Borsa le cose sono andate male, addio yacht. Ora vanno solo quelli per super ricchi, oltre i 50 metri. E poi una versione low cost per i nuovi ricchi dei Paesi Bric (Brasile, Russia, India, Cina)».

«E poi c’è il lapideo», riprende la sua conta dei distretti in difficoltà. «Ma lì la crisi è strutturale e probabilmente senza ritorno. Rimarrà qualche laboratorio di alta qualità per la lavorazione artistica, ma i grandi progetti e l’architettura sono perduti. È stata una scelta della lobby degli estrattori del marmo di Carrara: non salvaguardare la filiera, non puntare almeno sul semilavorato. Hanno ceduto il know-how all’estero e vendono i blocchi di marmo grezzo. Ormai anche il grosso di quello rifinito piazzato in Italia viene lavorato in Cina. Si risparmia comunque più a spedirlo e farlo tornare indietro che non a farlo lavorare qui, tanta è la differenza di costo della manodopera. Colpa di scelte di vent’anni fa. Ormai è tardi. Ha chiuso il 50% delle aziende del marmo, oltre 200, per circa 1.000 posti di lavoro. È stato uno stillicidio. Sono morte in silenzio, nell’indifferenza generale. Resiste solo il cartario, che non si è contratto più di tanto. Ma anche lì preoccupano le ditte che stanno vendendo il know-how in giro per il mondo, montando cartiere nei cinque continenti. Nel giro di qualche anno potrebbe finire come per il lapideo. Vedremo».

Lucca sta cambiando. In città, in questo inizio di febbraio, gran parte dei negozi e dei bar sono chiusi per ferie. Ormai, insomma, si chiude in bassa stagione, come nelle località turistiche. Abbondano ovunque libri sulla Picturesque Tuscany, guide nelle lingue dei nuovi ricchi, piatti tradizionali di cui neanche le bisnonne ormai serbavano memoria… Nella Chiesa di San Ponziano, sconsacrata, un tempo c’era un meccanico. Chiavi inglesi e brugole sporche di morchia posavano sull’altare. Da qualche anno c’è la biblioteca dell’Imt, Institutions Markets Technologies Institute for Advanced Studies of Lucca. All’ingresso la frase dantesca «Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza» è tradotta in molte lingue, cinese compreso. La superscuola la volle fortissimamente il lucchese Marcello Pera, quando era presidente del Senato e di cui ora si favoleggia un qualche rientro da New York (insegnamenti universitari) nella politica cittadina. Ma il fatto è che l’Imt vive come in una dimensione parallela e benefici pare portarne pochi. «Anzi», dice Giovanni Bolognini, segretario provinciale della Cisl (34.400 iscritti, «qualcosa in più della Cgil»), «drena risorse, senza avere nessuna ricaduta occupazionale sul territorio. Costa almeno due milioni l’anno a Provincia, Comune, fondazioni bancarie, e non serve alla città. È il simbolo di investimenti sbagliati. Di operazioni di vetrina che non hanno tenuto in minimo conto le realtà produttive del territorio».
È molto scettico sul fatto che i bed&breakfast possano sostituire le fabbriche: «Siamo la seconda provincia, in Toscana, dopo Firenze, per manifatturiero. Impossibile coprire tutta quell’occupazione in altro modo. Servizi? E per chi, se nessuno produce e guadagna? E poi la crisi è forte anche nel commercio. I bottegai lucchesi sono famosi per la loro oculatezza, parlandone con rispetto. Prima di Natale più d’uno faceva il 3x2. Se non sono brutti segnali questi…».

Quadro confermato sul giornale online La Gazzetta di Lucca da Massimiliano Bindocci della Filcams, il sindacato di settore della Cgil che segue commercio, servizi, turismo e terziario in genere: «I nostri uffici sono pieni. Ci cercano perché l’albergo, il ristorante, il negozio o il bar non pagano gli stipendi da mesi. I dati ufficiali della crisi parlano chiaro: nel settore, in tre anni, da 12 casse integrazione si è passati a 172 per oltre 350 dipendenti. Colpiti in modo più drammatico sono le concessionarie automobilistiche, chi vende o distribuisce articoli da regalo e mobilio, ma anche bar e ristoranti».
Tornando a Bolognini, mette in luce altre due criticità. «La prima è nello strumento dei piani di sviluppo. La Regione mette a bando le risorse e decide le priorità. Purtroppo sono priorità regionali e non provinciali, e quindi troppo spesso si concentrano nell’area metropolitana di Firenze, Prato, Empoli e Valdarno. Noi rimaniamo periferici, ci sentiamo abbandonati. Lo strumento andrebbe corretto, magari introducendo una percentuale di priorità territoriali delle singole province. La seconda questione è legata alle infrastrutture. Per quanto riguarda il trasporto su gomma, i camion passano ancora a cento metri dalle Mura, perché le circonvallazioni (gli assi viari) non sono mai stati costruiti (i primi progetti risalgono agli anni Cinquanta, ndr). Il paradosso è che siamo molto avanti con la rotaia. Tutte le principali cartiere e la Kme di Fornaci di Barga (oltre 800 dipendenti impegnati nella produzione di laminati di rame e leghe) hanno tronchetti ferroviari interni agli stabilimenti. Il fatto è che non possono usarli. Colpa delle ferrovie. Che impongono prezzi addirittura più cari del trasporto su gomma o non garantiscono il servizio. Così, per esempio, per la Kme fanno la spola ogni giorno dal porto di Livorno 30 bilici per il rifornimento delle materie prime. Finché la multinazionale non si stuferà di questo non senso»

La prima industrializzazione a Lucca risale al periodo 1880-1901. Quando ci fu, a metà di quel processo, la prima grande «deficenza di lavoro», come si diceva allora, Il Fedele, il giornale dei clericali lucchesi (assieme alla Pragmalogia cattolica) scriveva: «Il problema sociale travaglierà sempre i popoli, finché non sia sciolto nel modo in cui lo scioglie il Presepio, insegnando ai ricchi l’affetto operoso verso i poveri, ai bisognosi la virtù della povertà». Cosa sia rimasto nel dna dei lucchesi di quel conservatorismo sociale è difficile a dirsi. Di certo, sempre per fingere di credere che esista un carattere dei popoli, si può ricordare quello che scriveva il prefetto Bernardo Moscheni. Era il 12 aprile 1859 e al ministro dell’Interno di un morente Granducato di Toscana (a cui Lucca era stata, nolente, appiccicata ormai da 12 anni) mandava queste parole: «I lucchesi sono assai riflessivi per non esporsi. Qua è facile il cicalare e il discorrere, ma non il venire ai fatti, non il perdere il rispetto all’autorità, non porsi a far guerra aperta al governo. Lucca sarà sempre paese di conseguenza, non mai di primo movimento».

Verso la fine di gennaio è apparsa su Lo Schermo, un altro giornale online di Lucca, una lunga lettera firmata «dt.ssa Silvia Barattini». Iniziava così: «L’Agenzia Formativa per cui ho lavorato per sette anni chiude. È l’Agenzia formativa della Cgil di Lucca, Pròteo. Pare che Proteo avesse un grosso debito, pare che la Cgil non fosse intenzionata a occuparsene, pare che fossero stati fatti investimenti poco pensati, pare che i soldi per la formazione fossero diminuiti. E così di punto in bianco ci mandano a dire (neanche ci incontrano) che la Cgil deve chiudere tutti i servizi che sono in perdita. E che è stata una follia aprire la nuova sede da qualche mese, che è stata una follia lavorare nel sociale, nell’immigrazione, con la scuola… dovevamo interessarci di più alle imprese, forse qualche soldo in più ci sarebbe stato. Eravamo un gruppo di donne che lavorava a Proteo in maniera fissa: 9 donne e poi tutta una serie di collaboratori e collaboratrici, circa una trentina…»
Silvia Barattini ha 42 anni, un marito ristoratore dalle parti di Torino, e la chiusura di Proteo non l’ha ancora buttata giù: «Non essendo assunte, ma precarie, sapevamo fin dall’inizio di non avere ferie pagate, malattie pagate, tredicesima e quattordicesima, buoni pasto, trattamento di fine rapporto, cassa integrazione… Faceva parte del gioco. Il brutto è che mi sono sentita invisibile, quando hanno deciso di chiudere. Infatti hanno dovuto convocare le colleghe assunte e aprire un tavolo e decidere come riassorbirle. A noi non hanno nemmeno comunicato niente. Essendo precarie non ci dovevano nulla. Io mi aspettavo qualcosa di più, almeno la forma… Mi aspettavo di essere rispettata da un sindacato come la Cgil come persona, prima che come categoria di inquadramento contrattuale…».

«Adesso ho aperto la partita Iva. Lavoro da settembre scorso per cinque diverse agenzie formative, ma ancora nessuna mi ha pagata. All’inizio mi avevano detto di far correre almeno tre mesi prima di batter cassa, ma ora siamo quasi a cinque… Più che altro faccio corsi di orientamento nelle scuole. Scuole un po’ difficili. Ci sono degli istituti professionali dove non entri mica più come una volta e trovi i banchi, la cattedra, la lavagna, gli armadietti, le cartine attaccate ai muri. Hanno levato tutto. “Eh sai, se le tiravano”. “Eh sai, alla cattedra gli hanno dato fuoco”. “Eh sai, nell’armadietto ci chiudevano il compagno tonto”. Sono vuote, come le stanze delle comunità psichiatriche. Comunque,  per voi giornalisti, sarebbero bei posti dove andare, queste scuole qua. A fare un po’ di domande. Perché questi giovani non sono mica stupidi come si dice. Idee ne hanno, anche se hanno pochi spazi dove esprimerle. È un po’ un mondo, il nostro, dove parlano così tanto i vecchi che loro non possono altro che star zitti. Mi sembra anche che abbiano addosso un gran peso. Ora li faccio spesso dividere in gruppi in classe. Tutti a sinistra quelli che del futuro sono più curiosi, tutti a destra quelli che sono più preoccupati. Vanno quasi tutti a destra. Se gli chiedi perché, ti dicono “non c’è lavoro” (nella provincia di Lucca la disoccupazione giovanile ha toccato a inizio 2011 il 38%, ndr) o “la benzina costa cara”. Poi li faccio dividere ancora: a sinistra tutti quelli che credono che la libertà sia fare il lavoro che ti piace, a destra tutti quelli che libertà è avere un lavoro che ti fa fare un sacco di soldi”. A sinistra non ci va quasi mai nessuno. Allora chiedo “Ma quanti sono secondo voi un sacco di soldi?”. “Boh prof, tanto di più di quanto piglia uno normale”. “E quanto prende uno normale, un operaio?” “Boh, sui 3.000 euro, prof”. Non hanno la minima idea della realtà. Sovrastimano tantissimo. Io gli dico che c’è tanta gente, anche qui, a Lucca, che prende sui 1.000 euro, e anche meno, e loro allora non sono contenti per nulla. Allora li provoco: “Ma visto che in questo periodo non c’è lavoro, perché non continuate a studiare anche dopo i 16 anni?”. Sbuffano: “Dai prof, vedrai che al nero qualcosa troviamo!”. 

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