16 Febbraio Feb 2012 1104 16 febbraio 2012

Con il nordista Monti sparisce la Banca del Sud di Tremonti e Bossi

Con il nordista Monti sparisce la Banca del Sud di Tremonti e Bossi

Monti Matrix

È nata la Banca del Mezzogiorno, ha le ali spezzate e nessuno se ne è accorto. Gli ultimi decreti attuativi sui bond sono stati approvati dal governo Monti, ma poco o nulla rimane dell’istituto di credito per il Sud pensato sin dal 2008 da Tremonti per finanziare la nascita di nuove imprese e rilanciare l’occupazione. Mancano sia le banche di credito cooperativo che le Popolari; l’iniziale base operativa teorizzata dal Tesoro con l’advisor industriale Poste Italiane su 7.500 sportelli si è ridotta ad una rete di appena 50 uffici postali. Le linee di credito attivate non finanziano la nascita di nuove aziende, ma sostengono solo investimenti a medio e lungo termine, così come faceva MedioCredito Centrale (Mcc), acquistata poi dalla società di Massimo Sarmi per formare la cosiddetta “Banca del Sud”.

La Banca del Mezzogiorno (“Banca del Sud” era già attiva a Napoli dal 2006) è nata dopo un stallo tecnico-istituzionale durato due anni. Prima la scelta dell’advisor, poi le trattative sull’azionariato con banche di credito cooperativo e Popolari, infine l’individuazione della governance e il complicato processo di autorizzazioni legato sia all’acquisizione di Mcc da Unicredit (con l’ok dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato) che all’approvazione dello statuto da parte di Bankitalia.

BdM è partita il 2 febbraio scorso dopo l’atteso via libera regolamentare di Palazzo Koch che già a maggio dello scorso anno aveva autorizzato la trattativa con la società di Dieter Rampl. Il capitale sociale ammonta a poco più di 132 milioni di euro e nei prossimi due anni, secondo le stime, dovrebbero consentire finanziamenti per 1,5 miliardi di euro, attraverso parte dei cosiddetti “Tremonti bond”, autorizzati con decreti attuativi dal governo di Mario Monti. I titoli di risparmio per il Sud (dal nome dell’ex ministro dell’Economia) ammontano a 3 miliardi di bond (validi per tutti) con un regime fiscale agevolato del 5% contro il 12,5% di altri strumenti di pari durata presenti sul mercato. La revisione di bilancio è stata invece affidata alla Kpmg.

L’intera operazione è costata 350 milioni di euro, di cui 136 milioni per l’acquisto di Mcc e circa 200 milioni per dare corpo e cassa ad una struttura da 210 dipendenti (per ora). Ma nonostante tutti i quattrini messi sul piatto dallo Stato, il nuovo istituto di credito si ritrova nella stessa sede del Mediocredito a Roma (via Piemonte 51) e nel territorio dove è chiamata ad operare non ha né uffici né filiali proprie: per chiedere prestiti, le imprese del Sud devono prima cercare il logo (sole mare e tricolore) negli uffici postali e poi mettersi in fila accanto a bollettini e raccomandate. L’operatività creditizia è infatti all’interno di appena 50 sportelli di Poste Italiane (per lo più Posteimpresa), presenti in Campania (18), Puglia (13), Sicilia (10), Sardegna (3), Abruzzo (3), Molise (1), Basilicata (1) e Calabria (1) Un rete di commercializzazione che a regime, stando alle autorizzazioni di Via Nazionale, dovrebbe salire fino a 250 sportelli nei prossimi anni.

Nel consiglio di amministrazione di Bdm ci sono tutti: lo stesso Massimo Sarmi al vertice, Andrea Montanino (già dirigente generale del Tesoro) come vicepresidente, Franco Carraro e Mauro Marè consiglieri. Dal 16 gennaio scorso, manca “solo” l’amministratore delegato che ha stilato il piano industriale siglato a dicembre: Piero Luigi Montani (ex Antonveneta) si è dimesso dopo appena quattro mesi per andare dritto alla Banca popolare di Milano, dove nel frattempo è stato nominato consigliere di gestione nel Consiglio di sorveglianza. Tra i dirigenti, invece, spiccano Piero Cirrito, ex Banco di Sicilia e Credito Siciliano, nominato capo del settore credito, gli “interni” Antonella Baldino, numero uno della divisione incentivi, e Paolo Martella a capo di BancoPosta al posto di Carlo Enrico, tra i più convinti sostenitori dell’iniziativa, ma poi tagliato fuori per le sue presunte ambizioni da amministratore delegato.

Il progetto del governo Berlusconi è stato ridimensionato e con alcuni paradossi. A rileggere i programmi fissati con la Finanziaria 2010 (legge 191 del 23 dicembre 2009) e poi consegnati nelle mani del mai del tutto operativo “Comitato promotore, la “Banca del Sud” avrebbe dovuto servirsi dell’ampia rete di banche di credito cooperativo e Popolari e, tra le altre cose, sostenere di forza la nascita di nuove imprese, l’imprenditoria giovanile e femminile. Nella nuova Bdm, invece, di soci privati nemmeno l’ombra (anche se a capo del Comitato c’era proprio Augusto dell’Erba, presidente della Federazione Puglia e Basilicata delle Bcc) e le linee di credito attivate non prevedono un solo euro a start up né agevolazioni a iniziative imprenditoriali con particolar riferimento a età o genere.

Nelle lunghe trattative sull’azionariato forte, l’unico accordo con Bcc e Popolari era stato trovato sul funding da affidare alla Cassa depositi e prestiti (70% in mano al Tesoro e 30% a fondazioni bancarie). Per il resto, tutti gli attori sono rimasti ai blocchi di partenza: Poste Italiane in prima linea con i progetti di sviluppo sul banking (favoriti dai provvedimenti del Tesoro), Bcc e Popolari convinte al contrario della scarsa esperienza bancaria della società di Sarmi e perciò irremovibili nel chiedere il controllo di almeno il 60% della futura “Banca del Sud”.

Le intese, in realtà, sono tramontate anche per i malumori intorno all’operazione dello Stato su Mcc. Bcc e Popolari sono infatti rimaste al palo per mesi con un interrogativo: perché spendere soldi per rendere di nuovo pubblica una banca già privatizzata negli anni ’94 e ’99, rinominarla in “Banca del Mezzogiorno – Mcc” sapendo già in anticipo di legarne l’accesso al credito sempre al Fondo di garanzia per le Pmi gestito unicamente dallo stesso MedioCredito?

Le linee di finanziamento di Bdm, “linea impresa” e “linea agricoltura”, escludono poi dai crediti anche enti finanziari e assicurativi, amministrazioni o controllate pubbliche, attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro, organizzazioni ed organismi extraterritoriali, imprese no profit o in fase di start up. Per ottenere i finanziamenti, le aziende, dichiarate “economicamente e finanziariamente sane” in base ai dati contabili degli ultimi due esercizi, devono aver sede legale in una delle otto regioni del Sud e aprire uno dei due conti di Poste per l’accredito diretto (Conto BancoPosta in Proprio e Conto BancoPosta Impresa).

In ogni caso, la “linea impresa” mette a disposizione di micro, piccole e medie imprese mutui da 10mila fino a 200mila euro con rate mensili e durata fino a 10 anni (minimo 18 mesi) per investimenti o esigenze finanziarie collegate all’attività d’impresa (escluso il consolidamento delle passività) ammissibili al Fondo di Garanzia Pmi (legge 662/96). La “linea agricoltura”, invece, prevede gli stessi crediti ad aziende agricole, agroalimentari o ittiche, ma con pagamenti fino a sei mesi per spese di miglioramento fondiario, innovazione tecnologica e commerciale dei prodotti, costruzione e acquisto di beni immobili, ammissibili al Fondo di garanzia in mano alla Società di gestione fondi per l’agroalimentare (Sgfa) e all’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea).

E MedioCredito? Se Banca del Mezzogiorno svolgerà attività di banca di garanzia (compresi i consorzi di garanzia collettiva dei fidi), Mcc continuerà a gestire fondi pubblici (comunitari, nazionali e regionali) e strumenti agevolativi per il sistema produttivo nazionale.
I dubbi restano ancora molti. A cominciare da quelli del governo Monti sui riflessi che la Banca dovrebbe avere a breve-lungo termine sul mercato del lavoro nel Sud come teorizzato da Tremonti. Poi, come spiegato in qualche modo dal ministro dello Sviluppo economico (e primo ad di Poste dal ‘98 al 2002), Corrado Passera, intorno alla prospettiva finanziaria della banca se si procederà allo scorporo di Bancoposta da Poste Italiane. In più, in relazione alle scelte dei cacciatori di teste (su tutti la Russel Reynolds) per il successore di Montani sulla poltrona di amministratore delegato.

Il famoso “gigante con 7mila sportelli” sognato da Tremonti si è seduto e, non da ultimo, sembra scemato soprattutto il feeling con i vertici di Via XX Settembre. Il cambio di passo è anche nella stessa conferenza stampa per il lancio della Banca: in pompa magna nel marzo di due anni fa alla presenza di Berlusconi, Tremonti, Claudio Scajola (titolare del Mise) e Vittorio Grilli, allora vice direttore generale del Tesoro e oggi viceministro nel governo tecnico; del tutto in sordina il 9 febbraio scorso quando per la presentazione ufficiale è stato scelto il Senato e all’appello mancavano Monti, Passera e lo stesso Grilli. C’erano soltanto l’ex sottosegretario all’Economia, Antonio Gentile (Pdl), e come ovvio Tremonti che un minuto prima annunciava depositi personali in BdM e un secondo dopo sosteneva che «a volte sono le banche a fare le rapine». Se ne sarà accorta la Banca del Mezzogiorno?  

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