29 Febbraio Feb 2012 0000 29 febbraio 2012

In Unicredit vince Palenzona, la politica ha di nuovo una banca

In Unicredit vince Palenzona, la politica ha di nuovo una banca

Palenzona OKOK

Non si sa di preciso che cosa sia successo nella riunione fiume di ieri del consiglio di amministrazione di Unicredit, la più grande banca italiana che ha appena concluso un aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro, abbondantemente sottoscritto da investitori esteri. Lo scarno comunicato ufficiale dice solo che il presidente Dieter Rampl non è disponibile al rinnovo del mandato, anche se fino a pochi giorni affermava il contrario. Tornerà in Germania, con tanti ringraziamenti da parte di tutti. È probabile che emergano retroscena gustosi: del genere voleva consegnare la banca agli stranieri, così abbiamo difeso l’italianità di Unicredit, e via romanzeggiando. Il solito copione, insomma. Del resto, per una banca che per il 60% è di proprietà di azionisti stranieri e che ha all’estero gran parte dei suoi possedimenti, queste sono dettagli di secondaria importanza.

Con buona approsimazione si può dire, quindi, già da ora che cosa significhi il passo indietro di Rampl, quale che sia il giudizio sul manager tedesco che nel 2005 consegnò una disastrata Hvb a Unicredit (erano tempi in cui le banche italiane salvavano quelle tedesche). Significa che ha vinto la politica. La politica peggiore, però, quella degli affari che vanno a braccetto con il clientelismo: la politanza, metà politica metà finanza. Quella che dice di voler fare le operazioni di sistema e intanto sistema i problemi di qualche amico, quella degli scambi di favori e delle poltrone in quota tizio e delle consulenze in quota caio. La politica dei prestiti dati all’imprenditore amico e negati a chi non ha santi in consiglio di amministrazione, e quella delle carriere fulminee perché nipote di questo e vicino di casa di quell’altro.

È la stessa politica che, a dispetto di tutte le privatizzazioni degli anni ’90, ha trovato rifugio nelle “fondazioni di origine bancaria”. Qui ha prosperato mentre sperperava il patrimonio che la legge impone di investire in modo oculato per distribuire poi i proventi sul famoso territorio. E però intanto trovava il tempo di piazzare accoliti di varia estrazione nei cda. Ecco perché il «progetto di governance valido per tutti gli azionisti, italiani e internazionali» prospettato da Rampl è finito in una palude negoziale da cui sono usciti vincitori quegli scampoli di Prima Repubblica che hanno trovato il loro habitat naturale nelle fondazioni. Un mondo ben rappresentato da Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit in quota Crt, e da Paolo Biasi, presidente di Fondazione Cariverona, da un inamovibile democristiano come Dino De Poli, sotto la cui gestione la Fondazione Cassamarca si è ridotta sul lastrico o quasi, cui si aggiunge un “filosofo e critico letterario” come Giovanni Puglisi, presidente della Fondazione Banco di Sicilia, che pur avendo una partecipazione da prefisso telefonico parla come un redivivo J.P. Morgan ai suoi dipendenti.

Non vale nemmeno la pena di perdersi nelle numerose beghe giudiziarie di alcuni di questi personaggi e dei loro collaboratori – il lettore interessato ne troverà abbondante traccia nel pur giovane archivio de Linkiesta. Perché ciò che è realmente malefico di questo sottobosco di potere abbarbicato a una banca, ormai diventato foresta di intrecci politico-finanziari che sovrasta la banca, non è la patologia ma la sua fisiologia.

L’idea, o l’illusione, che la scossa sismica e poi l’happy end dell’aumento di capitale potessero rappresentare una nuova ripartenza per l’istituto di Piazza Cordusio, rischia di evaporare in fretta: per reazione alle ultime notizie. Perde l’idea fresca di un assetto di governo snello – banalmente, ma non solamente, con meno poltrone e con chiare responsabilità gestionali e manageriali. Vince, invece, la suggestione stantìa di un cda come salotto e camera di compensazione fra soci che si immischiano nella gestione per farsi gli affari loro con i soldi degli altri: ciascuno con i propri manager di riporto. Ha perso l’idea leggera di una public company basata in Italia e invitante per gli investitori internazionali, con amministratori all’altezza del compito. Ha vinto l’idea pesante del solito accrocchio, dei molti Palenzona che affliggono l’economia e le speranze di un paese come l’Italia. Con questa gente specializzata in traffico di potere, e che si prepara a farsi un cda su misura, e dunque per fisiologica necessità oversize, chi lavora in Unicredit non ha scampo. A contare non saranno obiettivi, competenze e risultati ma favori, relazioni e cordate di potere. È questo il “merito” che ci meritiamo?

Twitter: @lorenzodilena

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