16 Marzo Mar 2012 1840 16 marzo 2012

L’Italia è il paese delle trivelle e se c’è il petrolio non paghi

L’Italia è il paese delle trivelle e se c’è il petrolio non paghi

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Dopo il danno, si corre ai ripari. Però, il problema resta. Nel Metaponto, in Basilicata, tra i fiumi Basento e Bradano, da un oleodotto dell’Eni è fuoriuscito del petrolio, per un guasto, e lo sversamento ha interessato 6mila metri quadrati di terreno. L’allarme non l’ha dato l’azienda, ma alcuni cittadini preoccupati dal forte odore di greggio. Così i tecnici dell’Eni sono potuti intervenire cercando di riparare al danno del pozzetto chiamato HV519. Fortunatamente, a sentire l’azienda, «l’area circostante è caratterizzata da una composizione del terreno limo-argillso che ha evitato l’interessamento delle falde acquifere». Insomma, se i campi agricoli di Pizzica-bivio Giulianello non sono stati contaminati è grazie alla natura argillosa del terreno.

L’incidente è avvenuto sabato scorso, la bonifica è in corso ma le polemiche stanno aumentando, giorno dopo giorno, nel silenzio quasi generale della cronaca nazionale. Gli enti locali hanno preteso spiegazioni ufficiali in un incontro che si è tenuto al comune di Bernarda. E se il presidente della provincia di Matera Franco Stella ha sottolineato che lo sversamento è avvenuto in prossimità di numerose e ricche falde acquifere, l’Eni ha risposto: «Abbiamo attivato le procedure previste dalla normativa nazionale e regionale».

Bene, ma bastano? Il dipartimento Ambiente della Regione ha chiesto all’Eni una verifica di tutti i sistemi di controllo dell’oleodotto che trasporta il greggio, in un percorso di 140 chilometri, fino alla raffineria di Taranto.

La Basilicata è una regione strategica per la produzione italiana di oro nero: contribuisce per il 6% al fabbisogno nazionale di petrolio, il 60% del territorio è interessato da attività di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi, il parco nazionale dell’Appennino lucano, Val D’Agri e Lagongerse è assediato dalle attività di perforazione, non senza conseguenze di inquinamento delle acque e del suolo e rischi per la salute della popolazione. 

«Quasi certamente – ha denunciato l’attivissima associazione Ola (Organizzazione lucana ambientalista) – dobbiamo cominciare a fare l’abitudine ad incidenti del genere, vista la ragnatela di oleodotti interrati nel nostro sottosuolo e visti i chilometri di oleodotti che dovranno essere ancora realizzati per trasportare, prima nei centri oli e poi a Taranto, il petrolio da estrarre da Corleto Perticara, 50 mila barili al giorno, e dai monti di Marsico-Tramutola, 26 mila barili al giorno».

Il tutto, con una favorevole legislazione italiana per le compagnie petrolifere, come ha denunciato il Wwf nel dossier “Stop trivellazioni”: legislazione favorevole per l’ampio spettro di incentivi e agevolazioni, compresi gli incentivi per le ricerche di prospezione e per la coltivazione dei cosiddetti giacimenti marginali, e agevolazioni sul gasolio utilizzato nelle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi. Ed eccoli qui gli aiutini fiscali concessi ai petrolieri: le prime 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma e le prima 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare, come i primi 25 milioni di smc di gas in terra e i primi 80 milioni di smc in mare, sono esenti dal pagamento di aliquote allo Stato; l’aliquota oscilla tra il 7% e il 4%, a seconda che si tratti di idrocarburi gassosi o liquidi estratti in mare, mentre in terraferma sale al 10% sia per gli idrocarburi liquidi che quelli gassosi, mentre la media delle aliquote applicate da altri Paesi al mondo oscilla tra il 20 e l’80% del valore del prodotto estratto; anche le concessioni di coltivazione, sia pur adeguate nel tempo, partono, a valori 1996, dalle 5 mila lire a Kmq per i permessi i prospezione, alle 10 mila lire a Kmq per i permessi di ricerca, alle 80 mila lire a kmq per i permessi di coltivazione.

Oltre al danno, la beffa. Sì, perché il Wwf rileva che su 136 concessioni di coltivazione in terra di idrocarburi liquidi e gassosi attive in Italia nel 2010, solo 21 hanno pagato le royalty alle amministrazioni pubbliche italiane, su 70 coltivazioni a mare, solo 28 le hanno pagate. Su 59 società che nel 2010 operano in Italia solo 5 pagano le royalty (Eni, Shell, Edison, Gas Plus Italiana ed ENI/Mediterranea idrocarburi).  Insomma è come se avessimo regalato porzioni di territorio alle trivelle internazionali e in cambio non c’è nemmeno una garanzia economica. Tanto che la ricerca di idrocarburi anche sovradimensionata, anche perché la nostra produzione è notoriamente di scarsa qualità: la produzione italiana di petrolio equivale allo 0,1% del prodotto globale e il nostro Paese è al 49esimo posto tra i produttori.

Ma forse è proprio per queste agevolazioni fiscali che la corsa all’oro nero in Italia non si ferma, nonostante gli scarsi risultati. Al 2011 sono 82 le istanze di permesso di ricerca e i permessi di ricerca di idrocarburi liquidi o gassosi in mare (74 dei quali nelle regioni del Centro-Sud, 39 nella sola Sicilia) presentati al ministero dello Sviluppo economico. Sono invece 204 le istanze di ricerca e i permessi di ricerca in terra (89 al Nord pari al 44%, 61 al Sud, pari al 30% e 54 nel Centro Italia, pari al 26%; tra cui spiccano nelle diverse aree geografiche: le 52 tra istanze e permessi presentati in Emilia Romagna che vanta il primato del Nord, i 22 in Abruzzo, prima nel Centro, e i 27 nella già colonizzata Basilicata, che ha il primato del Mezzogiorno, seguita dalla Sicilia, con 16). E il Mediterraneo soffre: costituisce lo 0,7% delle acque del globo ma passa da qui il 25% del trafifco petroliero mondiale. E vanta, si fa per dire, il primato mondiale per la concentrazione di catrame in mare aperto: 38 mg/m2, di 3 volte superiore superiore a quello registrato nel Mar dei Sargassi, 10 mg/m2.

Partendo proprio dall’incidente in Basilicata, quattordici associazioni ambientaliste hanno deciso di unire le forze: Enpa, Animalisti Italiani, Sea Shepherd conservation society Italy, The Black Fish, Centro studi cetacei, Ketos, Aeolian dolphin research, Centro ricerca cetacei, Comitato parchi Italia, Federazione nazionale Pro Natura, Pro Natura Mare Nostrum, Bottlenose dolphin research institute, Istituto per gli studi sul mare, Lega italiana dei diritti dell'animale e California State University at Northridge. Hanno sottoscritto un patto contro le attività di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi nel Mar Mediterraneo e hanno inviato un documento (Ricerca di idrocarburi in Mediterraneo e impatto sull'ecosistema marino e sulla vita dei Cetacei) ai ministeri interessati.

Nel rapporto è possibile leggere che: «da diversi mesi, numerose compagnie e società petrolifere italiane e straniere avanzano istanze per  richiedere permessi di ricerca di idrocarburi nei mari italiani, con particolare interesse per l'area del bacino Adriatico e del Canale di Sicilia. Le attività di ricerca di idrocarburi prevedono diverse fasi, ognuna delle quali legata ad un particolare impatto ambientale».

E Greenreport.it descrive tutti i pericoli per l’ambiente. La prima fase, quella della prospezione geosismica, prevede l'utilizzo di una sorgente energetica ad aria compressa, meglio conosciuta come air-gun, che  «genera una violenta onda d'urto che si propaga nel fondale e successivamente viene riflessa, mostrando in questo modo la presenza e la natura di idrocarburi nel sottosuolo». Le associazioni scrivono nel rapporto: «è noto che molte specie appartenenti all'Ordine Cetacea sono particolarmente sensibili a forti emissioni acustiche, quali quelle generate dai sonar militari e dagli air-gun, le quali vanno sommate al rumore di fondo sottomarino e a quello generato dal normale traffico marittimo». Zifii e Capodogli sono tra le specie più sensibili e questo tipo di emissione acustica che può far impaurire e stordire gli animali «sino ad indurli a un'emersione rapida e improvvisa senza adeguata decompressione, con conseguente morte per la "gas and fat embolic syndrome", ossia morte per embolia».

Se viene trovato petrolio o gas, si passa alla seconda fase: la trivellazione di un  pozzo esplorativo e poi alla costruzione di una piattaforma permanente di estrazione «che implicherà attività di stoccaggio e trasporto di idrocarburi con strutture a terra e ulteriore traffico navale annessi - si legge nel rapporto.  In aggiunta potrà essere costruito un impianto di raffinazione a terra o a mare, nel caso fosse necessaria la desolforazione degli idrocarburi estratti, spesso caratterizzati, specie in territorio italiano, da scarsa qualità. Le attività associate a queste ulteriori fasi si protraggono per decenni e costituiscono una ulteriore fonte di inquinamento acustico, per l'attività di trivellazione del fondale e un'ulteriore fonte di inquinamento ambientale, per i fanghi e fluidi perforanti utilizzati (miscele a base di oli minerali, gasolio, idrocarburi, acqua e materiali sintetici) e per le eventuali (e storicamente frequenti) perdite di idrocarburi durante l'estrazione. Nel caso in cui si verificassero eventuali incidenti e scoppi (non rari, anche in Italia) la situazione sarebbe disastrosa». Senza considerare il traffico delle imbarcazioni che servono le attività petrolifere.

Le istanze e gli studi di impatto ambientale (Sia) che si riferiscono ai progetti di ricerca di idrocarburi cercano di limitare il reale impatto attraverso una lottizzazione del mare (in particolare per il bacino Adriatico, un mare chiuso da considerarsi come un sistema naturale unico), senza mai valutare attentamente l'impatto cumulativo che le diverse istanze. 

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