27 Marzo Mar 2012 1600 27 marzo 2012

Più dell’articolo 18, la Cina vuole il petrolio dell’Eni

Più dell’articolo 18, la Cina vuole il petrolio dell’Eni

Monti Seoul

Il piano per ora ha funzionato. Nel secondo giorno di roadshow asiatico del presidente del Consiglio Mario Monti, arriva un’apertura importante agli investimenti, quella del presidente cinese Hu Jintao. E un ruolo cruciale, come rivelano fonti diplomatiche italiane a Linkiesta, lo avrebbe giocato Eni. Ieri la notizia di un nuovo, ampio, giacimento di gas al largo del Mozambico, oggi l’intenzione cinese di investire nel nostro Paese. «Gli asiatici sono stati attratti dai siti africani di Eni ed è una buona vittoria per la diplomazia commerciale italiana, anche se per ora si tratta solo di promesse», spiega il funzionario della Farnesina dietro anonimato. Intanto, si attende che l’Europa decida se e come adottare una rete di protezione, il cosiddetto firewall, per evitare il contagio della crisi finanziaria nell’eurozona.

Più che l’articolo 18 ha fatto la diplomazia economica. Per ora si tratta solo di promesse, come da attese, ma è la fonte di esse che lascia ben sperare. Il presidente cinese Hu Jintao ha infatti invitato la comunità industriale e finanziaria cinese a investire in Italia. Merito, come spiegano fonti diplomatiche a Linkiesta, di un particolare rapporto bilaterale, le cui basi sarebbero state messe in questi giorni. Pechino ha liquidità per gli investimenti: proprio quello che serve adesso all’Italia. E la promessa di diverse forniture di gas verso la Cina sarebbero state decisive per uno sblocco della situazione da parte di Pechino.  

L’Italia partiva in una posizione di debolezza, dato il lungo processo di riforme che deve affrontare nel prossimi anni. L’assist, volontario o involontario, di Eni e quello di Hu Jintao possono aiutare a capire nella sua complessità l’intera missione asiatica. A cominciare dagli incontri di domani per concludere con quello di venerdì, in cui Monti sarà al Boao Forum for Asia, il più importante evento di networking finanziaria in Asia. Diversi gli sponsor, come Volvo, Merrill Lynch, ma soprattutto Sabic, il colosso petrolchimico di saudita con sede a Riyadh e guidato dal principe Saud Bin Abdullah Bin Thunayan Al Saud, con il quale lo staff di Monti avrà diversi colloqui, secondo quanto viene riferito dal ministero dello Sviluppo economico. Non solo. Un lungo dialogo è previsto coi vertici della China fortune land development corporation, una delle prime società cinesi per lo sviluppo industriale nel Paese. Ma era inevitabile che il piatto più ricco fosse un altro, quello delle contropartite energetiche.

Proprio su Eni e le sue nuove scoperte avrebbero fatto leva gli sherpa di Monti. Il colosso energetico ha infatti comunicato ieri, con una tempistica perfetta, di aver scoperto una nuova riserva di gas naturale in Mozambico, nel giacimento offshore Mamba. L’entità è rilevante, dato che si tratta di circa 283 miliardi di metri cubi, che portano quindi a oltre 1.100 miliardi di metri cubi la capacità di estrazione dal paese africano. Data la particolare posizione del Mozambico e dei giacimenti, fra 50 e 100 chilometri da Capo Delgado, nel nord-est del Paese, al confine con la Tanzania, l’area può diventare rilevante nel soddisfare le esigenze energetiche asiatiche. Nessuno si sbilancia e da Eni non confermano che si sia messo sul tavolo la discussione di partnership future, ma il piatto è potenzialmente ghiotto. Secondo Deutsche Bank i giacimenti in Mozambico «sono un’opportunità incredibile per l’Asia e per l’Africa». Per questo Eni ha previsto circa 50 miliardi di dollari di investimenti per rendere sfruttabili i siti fin dal 2016.

Fonti diplomatiche confermano a Linkiesta la dinamica. «Con il nuovo potenziale in Mozambico, questa regione potrà diventare strategica per le forniture di gas naturale nel sud-est asiatico», ha spiegato uno degli sherpa al seguito di Monti. Negli incontri con i leader asiatici si è dato molto peso a questa scoperta di Eni. Del resto non si poteva fare altrimenti. «La sola riforma del lavoro non avrebbe mai soddisfatto le esigenze degli investitori cinesi, dato che preferiscono guardare a qualcosa di tangibile», spiegano dal team di Monti. Meglio quindi lavorare su partnership e accordi di fornitura in campo energetico, un bene molto più spendibile rispetto ad altri. E non bisogna stupirsi di questo: le materie prime come strumento di diplomazia commerciale non sono certo una scoperta recente.

Nel frattempo, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha espresso soddisfazione per le misure intraprese dall’Italia. In particolare, il segretario generale Angel Gurria ha affermato di essere fiducioso nella bontà delle azioni del governo Monti, ma ha sottolineato che l’Europa deve comunque mettere in campo «la madre di tutti i firewall». Chiaro il riferimento al meccanismo di protezione dal contagio della crisi, sia verso la Spagna sia verso l’Italia. Le discussioni sono ancora in corso e Monti non ha potuto utilizzare questo stratagemma per invogliare gli investitori asiatici a riportare capitali in Europa. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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