27 Marzo Mar 2012 0718 27 marzo 2012

Senza tagli alla spesa le tasse di Monti ci affondano

Senza tagli alla spesa le tasse di Monti ci affondano

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Il risalto che sta venendo dato in questi giorni all’alleggerimento delle buste paga, che sarà causato dall’aumento dello 0,33% dell’addizionale regionale Irpef, già applicabile sui redditi 2011 e dunque ora da conguagliare, avrebbe un che di comico, se il contesto generale non fosse dannatamente drammatico.

Per chi ha un lordo di 1.200 euro mensili, si tratta di un aggravio su base annua di circa 50 euro e di un alleggerimento del netto in busta di circa 5 euro al mese. Senza dubbio molto sgradevole per chi deve contare ogni singolo euro, ma, se fossero questi gli aumenti di imposizione con i quali il governo dei tecnici e la maggioranza arcobaleno hanno sino ad oggi salvato lo status quo dello Stato italiano, ci sarebbe da fare festa.

L’aumento dell’addizionale regionale all’Irpef vale, complessivamente, poco meno di 2 miliardi di euro. Sciocchezze, rispetto alla sottrazione di risorse pro casse dello Stato che determina il feroce inasprimento delle accise varato dai medesimi: 5,7 miliardi di euro che già hanno cominciato a farsi sentire, in primis sul prezzo dei carburanti.

La vera botta si avrà però soltanto a partire da giugno, quando dalle tasche dei cittadini cominceranno ad affluire gli 11 miliardi all’anno di gettito aggiuntivo garantito dall’Imu. Ci vorrà un attimo a rendersi conto, anche per famiglie assolutamente normali, di doversi confrontare con le migliaia di euro piuttosto che con le centinaia.

Dopodiché, a partire dall’1 ottobre, l’aumento di due punti percentuali dell’Iva: altri 3,3 miliardi di euro di prelievo sul 2012, da moltiplicare per quattro nel 2013 (quando l’aumento sarà a regime per tutto l’anno) e da aumentare fino a 16,4 miliardi a decorrere dal 2014, quando dovrebbe scattare l’ulteriore mezzo punto di aumento. In totale, fanno 21 miliardi di euro in meno per il Paese ed in più per lo Stato nel 2012, 31 nel 2013 e 34 dal 2014.

Ecco perché, se i 2 miliardi scarsi dell’addizionale Irpef ci spaventano a tal punto, vuole davvero dire che, nonostante i ripetuti allarmi lanciati sin dallo scorso dicembre da chi guarda un pò più in là di ciò che gli stanno per prelevare dalle tasche il giorno dopo, vi è ancora una scarsissima comprensione della dimensione del problema.

Questo allucinante piano di aggravio fiscale è stato varato per circa il 75% dalle manovre del Governo Berlusconi e per il restante 25% dal Governo Monti. I mercati finanziari hanno risposto positivamente alla “cura” Monti perché, nell’aggiungere il suo pezzettino, ha dato contorni di certezza e credibilità anche alla parte di prelievo che era già stata messa in conto da Berlusconi, ma sulla base di presupposti talmente indefiniti (ricordate il nebuloso taglio lineare delle agevolazioni fiscali?) da rendere sin troppo chiaro l’intento imbonitorio e lo spirito da “appena passa la festa, gabbiamo lo santo”.

Tuttavia, i mercati finanziari hanno apprezzato la credibilità delle scelte varate dal Governo Monti nella convinzione che esse fossero la toppa provvisoria e lo spauracchio concreto per mettere poi in cantiere, nei mesi a seguire, una serie di interventi altrettanto e forse più duri sul fronte della riforma dello Stato, della pubblica amministrazione, del parastato e, più in generale, della spesa pubblica.

Invece, dopo un avvio drammatico, ma oggettivamente necessario sulle pensioni, tutto il dibattito è stato spostato fuori da questo recinto intoccabile. Prima le liberalizzazioni, ora la riforma del lavoro (rigorosamente per il solo settore privato), a breve una delega fiscale di rara quanto inevitabile pochezza contenutistica.

Quando i mercati finanziari verificheranno che la generalità degli incrementi di tassazione previsti a fine 2011 passeranno, da sufficientemente credibili per spingere alle riforme e ai sacrifici nel pubblico, ad incredibilmente effettivi perché le riforme e i sacrifici nel pubblico non li si è fatti, ecco allora che anche la sostenibilità del sistema Italia passerà da credibile a qualcos’altro. E saremo punto a capo. Solo con una pressione fiscale nettamente più alta e una possibilità di provare finalmente a salvare il futuro del Paese, invece che il presente dello Stato, nettamente più bassa. 

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