7 Aprile Apr 2012 1750 07 aprile 2012

Ecco perché la Resurrezione non si spiega con le prove

Ecco perché la Resurrezione non si spiega con le prove

Crocifisso Paladino

Si può andare ancora oggi al Santo sepolcro, e cosa vediamo? Niente! Siamo di fronte al problema di un’assenza, l’unica assenza indebita: sappiamo che si nasce per caso, si vive non si sa come e non si sa quanto, si è sicuri che si torna al sepolcro e lì si rimane. E Lui non è lì.

Il sepolcro vuoto infrange l’unica certezza che ha l’uomo, l’unico ricordo. In greco, la lingua dei Vangeli, la parola ‘ricordo’ e ‘sepolcro’ sono la stessa parola; anche ‘morte’ ha la stessa radice. Praticamente è infranta la memoria di morte che ha l’uomo. Ma non basta che il sepolcro sia vuoto, come faccio a incontrare il Risorto?

C’è un cammino da fare. Tra l’altro, il segno dell’incontro col Risorto è una cosa semplicissima. Già Nietzsche lo diceva: «Non è vero che Cristo è risorto, se no i cristiani avrebbero un’altra faccia». Cioè l’incontro con il Risorto vuol dire risorgere. Se t’incontri con la luce, hai luce; se t’incontri col fuoco, bruci; se t’incontri con l’acqua sei bagnato perlomeno!

Domenica di Pasqua 

Giovanni 20, 1-10  
Il primo giorno dei sabati, Maria la Maddalena viene all’alba, mentre era ancora tenebra al sepolcro e guarda la pietra levata dal sepolcro. Corre allora. E viene presso Simon Pietro e presso l’altro discepolo del quale Gesù era amico. E dice loro: «Levarono il Signore dal sepolcro! E non sappiamo dove lo posero».
Uscì allora Pietro e l’altro discepolo e vengono al sepolcro. Ora, correvano insieme i due, ma l’altro discepolo corse innanzi più veloce di Pietro e venne per primo al sepolcro, e chinatosi, guarda i lini stesi, tuttavia non entrò.
Viene allora anche Simon Pietro, seguendo lui. Ed entrò nel sepolcro. E contempla i lini stesi e il sudario che era sulla sua testa, non con i lini, ma separato, avvolto in un determinato luogo. 
Allora entrò dunque anche l’altro discepolo che venne per primo al sepolcro, e vide e credette.
Infatti non avevano ancora capito la Scrittura che bisognava che Lui risorgesse dai morti. Allora se ne andarono di nuovo, ognuno presso di sé, i discepoli.

Dal sepolcro vuoto parte la ricerca. Fra l’altro, nella filosofia come nelle scienze, ogni ricerca che fa l’uomo non è altro che evitare il sepolcro. Principio di ogni sapere umano e di ogni tecnica umana è come vincere in qualche modo la morte: è il nostro grande desiderio. Ma la morte resta l’unica certezza che abbiamo. Vediamo ora il testo.

Il primo giorno dei sabati, Maria la Maddalena viene all’alba, mentre era ancora tenebra al sepolcro e guarda la pietra levata dal sepolcro.

Il racconto è lineare: Maria, che è stata ai piedi della Croce con l’altra Maria e con Maria madre di Gesù, aspetta la prima luce per correre al sepolcro. Lo trova vuoto, pensa che Gesù sia stato rubato. Si dice all’alba, mentre era ancora tenebra: ma c’è luce o tenebra? All’alba c’è già la prima luce, però non è sufficiente, la terra è ancora nelle tenebre. Così è lo stato d’animo di Maria Maddalena che già vede luce perché ama il Signore: ma fino a quando non incontro quello che amo e cerco, c’è tenebra in me, e pianto.

Il primo giorno: letteralmente, “il giorno uno”. In greco, sabati, al plurale, vuol dire settimana. Il testo comincia con il giorno uno e poi con la parola sabato, che è il giorno ultimo. Cosa vuol dire giorno uno dei sabati? Il giorno uno è il giorno che contiene tutti i giorni: nel racconto della creazione non viene detto “giorno primo” ma “giorno uno”. Dentro quel giorno c’è già tutta la storia. Questo giorno uno è insieme anche il sabato, il giorno del riposo di Dio, il giorno in cui noi entriamo nel suo riposo.

Era un grande giorno quel sabato, era il sabato di Pasqua. Di quel grande giorno sappiamo nulla, se non che il Signore della vita è stato nel vuoto del sepolcro. Cosa ha fatto in quel giorno Gesù? Sarà quello che scoprono Pietro e Giovanni: ha preparato il letto nel sepolcro, i lenzuoli sono stesi, il sudario avvolto a parte. Siccome in quel letto ci entreremo tutti, allora vuol dire che il nostro giorno ultimo sarà il giorno uno, sarà il congiungimento con il nostro principio. Dicendo nulla di quel giorno, dice tante cose: il giorno uno (principio di tutto), il giorno ultimo (l’arrivo di tutto) e la Pasqua (la liberazione di tutto).

In questo racconto il sepolcro esce sette volte. In greco è mnemeion, parola che si preferisce sempre eliminare. Eppure è la memoria fondamentale dell’uomo, ciò che rimane di una persona. Il sepolcro è il primo segno che ha inventato l’uomo per dire “lì sotto c’è uno che era come me”, c’è un ‘soma’, da cui ‘sema’, il mucchio sopra il sepolcro. Per noi tutto diventa significativo perché sappiamo di finire lì, e allora ci chiediamo: questo mi fa andare lì o mi fa uscire da lì? Ogni realtà è significativa a seconda che ci dà vita o ci toglie vita.

Corre allora. E viene presso Simon Pietro e presso l’altro discepolo del quale Gesù era amico. E dice loro: Levarono il Signore dal sepolcro! E non sappiamo dove lo posero!

Entra dunque in scena Simon Pietro, che è il primo dei discepoli. Perché è il primo? Perché è il primo che ha fatto l’esperienza del Signore che mi-è-fedele-nella-mia-infedeltà. È il primo che ha capito ciò che fa discepoli: non l’essere bravi, non l’essere perfetti, ma l’amore gratuito del Signore per me, la sua fedeltà a me che sono infedele.

Poi c’è l’altro discepolo che invece ha un altro tipo di primato. Di solito si dice il discepolo che Gesù amava. Qui è chiamato amico. L’amicizia è amore reciproco. Questo discepolo che ha posato il capo sul petto del Signore, che era ai piedi della Croce, che ha visto l’amore estremo, ora è diventato amico. Cioè risponde a questo amore. Se una persona è assente e la ami, ti è più presente di qualunque persona presente: e occupa il tuo pensiero, la tua fantasia, il tuo affetto, il tuo agire, la tua vita. Per queste ragioni può capire la Resurrezione.

Uscì allora Pietro e l’altro discepolo e vengono al sepolcro. Ora, correvano insieme i due, ma l’altro discepolo corse innanzi più veloce di Pietro e venne per primo al sepolcro, e chinatosi, guarda i lini stesi, tuttavia non entrò.

A questo punto abbiamo la prima visita al Santo sepolcro. Che cosa vanno a vedere i due discepoli? E perché vanno lì tutti ancora adesso? Credo che sotto questo viaggio verso il sepolcro ci sia l’intuizione del grande mistero: vogliamo vedere quel sepolcro perché non c’è più la morte. È per questo che andiamo a vederlo: se no, in un altro sepolcro non è bene entrare a vedere... se non per depredare, nel caso uno faccia il tombarolo.

Questo amore per il sepolcro è qualcosa di profondo per il credente che ha intuito che lì è la vittoria sulla morte. La morte non è un male, il male è il nostro modo di intendere la morte. Noi siamo necessariamente limitati nello spazio e nel tempo, ma il nostro luogo, il nostro limite spaziale, non è il luogo di contesa con l’altro ma è luogo di comunione. Così il nostro limite di tempo, il limite della nostra vita, non è la fine di tutto: lo diventa se io centro la mia vita su di me – è questo il peccato – , se invece io mi ritengo figlio di Dio, dove finisco io trovo Lui, dove finisco io, trovo l’altro. Il limite con l’Assoluto diventa la mia comunione con l’Assoluto.

Il grosso inganno dell’uomo è intendere male e la vita e la morte: vive in lotta con sé, con gli altri e con la vita, e poi finisce lì, in un sepolcro. Entrare in quel sepolcro vuol dire capire che non è così. Cioè entrare in quel sepolcro è guarigione dalla memoria di morte che è dentro la nostra esistenza e la chiude nell’egoismo e nella paura. È l’evangelizzazione dell’inconscio.

Pietro e l’altro discepolo corrono al sepolcro. L’altro discepolo corre più veloce e arriva primo: perché l’amore dà ali al cuore ma anche ai piedi. E alla mente: arriva primo a capire. E il segno che lui ama è che non entra e aspetta Pietro: il più grande amore aspettare l’altro. Per noi importante è arrivare primi e fregare l’altro, ma l’amore sa aspettare l’altro, mettersi dietro. Per questo lui è l’altro discepolo: altro da ciò che facciamo noi, altro come Dio.

Il discepolo non entra ma si china e guarda. I lini che prima erano avvolti intorno al corpo, ora sono stesi: cioè il letto è preparato. Lui non è stato rubato, se no sarebbe tutto arruffato e i lenzuoli non sarebbero stesi, Lui non è più avvolto dentro come un cadavere, Lui dov’è? Ha preparato il letto coi lini stesi, che nella sepoltura erano stati profumati. Vede che il sepolcro non è più il luogo della morte, ma del profumo, della comunione, delle nozze: è diventato un letto nuziale.

Viene allora anche Simon Pietro, seguendo lui. Ed entrò nel sepolcro. E contempla i lini stesi e il sudario che era sulla sua testa, non con i lini, ma separato, avvolto in un determinato luogo.

Pietro arriva seguendo lui. È l’amore che va seguito per incontrare il Signore. Cosa trova nel sepolcro? Non il cadavere, non la puzza, ma lenzuola di lino, stese, pronte, preparate con il profumo. Il sudario che era sulla sua testa non è più con i lini, non fa parte del letto nuziale, ma è avvolto in un determinato luogo, separato. Questo richiama il luogo per eccellenza: il tempio. Il sudario è il velo della morte. Alla morte di Gesù si squarciò il velo del tempio. Dio non è più lì, la gloria non sta più nel tempio e il nuovo santuario è lo Sposo, è il corpo di Gesù.

Allora entrò dunque anche l’altro discepolo che venne per primo al sepolcro, e vide e credette.

Pietro fa soltanto una cosa: constata che il sepolcro è vuoto, il dato oggettivo della fede. L’altro discepolo, amico di Gesù, vedendo le stesse cose, crede che Gesù è risorto. Se nessuno l’ha rubato e non è lì, che spiegazione c’è? Ci vuole l’amore per capire la Resurrezione. A chi ama, basta vedere i segni. Come l’elemento fondamentale per capire una persona è amarla. Così il Signore risorto lo incontri se lo ami, e se lo ami dopo aver visto il suo amore estremo sulla Croce. Come con qualunque persona: se no, non la incontri, e se l’hai davanti ti dà solo fastidio e la elimini. Quindi il vero problema non è tanto se Cristo è risorto – è chiaro che deve essere risorto, se no è vero nulla! Il problema è se lo ami, se lo ami dopo aver visto il suo amore estremo sulla Croce. Allora se hai visto questo amore che ha Lui verso di te, se diventi amico, ti interessa cercarlo: è lì che lo incontri.

Infatti non avevano ancora capito la Scrittura che bisognava che Lui risorgesse dai morti. Allora se ne andarono di nuovo, ognuno presso di sé, i discepoli.

Queste parole sembrano in contraddizione con le precedenti («e vide e credette»). Dicono: non avevano capito che bisognava che Lui risorgesse. Ma allora l’altro discepolo aveva capito che bisognava che risorgesse o no? O dice queste cose solamente degli altri, affermando: io ho capito – il discepolo che credette è anche l’autore del racconto evangelico – e io ho capito perché amavo. Probabilmente l’interpretazione giusta è questa, che però vuol dire anche: capirai la Resurrezione e incontrerai il Signore Risorto solamente se lo ami, e dopo capirai anche che cosa dicono le Scritture. 

La Resurrezione, allora, non è un teorema ma un incontro con il Cristo risorto. Puoi dare anche mille prove che Cristo è risorto, ma non sono le prove il problema. Il problema è incontrare Lui. E chi ama lo incontra sempre: gli basta poco, gli basta il segno per capire. La fede è vedere. È quel vedere concesso a chi guarda e a chi guarda con amore, a chi guardando con amore contempla, e si ferma, e alla fine capisce.

*sacerdote della Compagnia di Gesù, biblista e scrittore

Il testo riportato è una sintesi rivista e autorizzata della lectio divina tenuta nella Chiesa di San Fedele in Milano nel corso di vari anni. L’audio originale integrale può essere ascoltato qui. Questa lettura l'abbiamo originariamente pubblicato il 24 aprile 2011.

Nella foto, Crocifisso, di Mimmo Paladino, tecnica mista su legno, 2010. In esposizione fino al 10 luglio presso la mostra «Alla luce della croce», a cura di Andrea Dall’Asta, Galleria Raccolta Lercaro - Bologna

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