12 Aprile Apr 2012 0858 12 aprile 2012

“Ikea, dalla Cina all’Italia”: ma è vero o è solo marketing?

“Ikea, dalla Cina all’Italia”: ma è vero o è solo marketing?

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Ikea: prima la brutta notizia o la buona? La brutta: la presunta rivincita del made in Italy nei confronti della delocalizzazione cinese, che ieri campeggiava su tutti i giornali, coinvolge soltanto due aziende piemontesi, una delle quali specializzate in rubinetteria. Un po’ pochino. La buona notizia riguarda invece il distretto del mobile, che si estende dalla provincia di Treviso a quella di Pordenone, dove si trovano molti terzisti del colosso svedese: la loro superiorità tecnologica permette ancora di mantenere un discreto vantaggio rispetto alla spietata concorrenza della Polonia.

Sulla supremazia italiana, insomma, tanto rumore per nulla. Addirittura, come scriveva ieri La Stampa, la Paini di Pogno, in provincia di Novara – una delle due prescelte – ha 330 dipendenti a Pogno «E altri 200 nelle aziende satelliti del bresciano e della Cina». In Cina. Paese dove, specificano da Ikea, la multinazionale del mobile low cost continuerà a investire, anche se l’Europa rimane il mercato principale, con il 63% degli acquisti e l’80% delle vendite di mobili. Oltre alla questione della logistica, che ha un impatto non secondario nel costo di produzione, il ragionamento dietro alla scelta delle due imprese italiane è legato alla combinazione di tre fattori: maggiore qualità, flessibilità e prezzi più bassi.

Guardando ai numeri complessivi, si scopre che l’8% degli acquisti del gruppo avviene in Italia, mentre il mercato nazionale pesa sul 7% delle vendite mondiali della società svedese, per un totale di 24 fornitori. Di questo 8%, l’80% è rappresentato da mobili e il 20% complementi d’arredo. La percentuale sale per le cucine: il 34% degli approvvigionamenti proviene dall’Italia. Considerando soltanto i mobili, il Veneto fa la parte del leone con il 38% degli acquisti, seguito da Friuli Venezia Giulia (30%) e Lombardia (26%), territori che pesano più della Svezia e della Germania. Dal quartier generale di Carugate sottolineano che Ikea si relaziona da tempo con le medie imprese brianzole, venete e friulane, in grado di aggregare un indotto locale a seconda delle commesse, che valgono 1 miliardo di euro l’anno per 2.500 posti di lavoro, cui si sommano i 6.600 dipendenti della rete commerciale e logistica. Entro fine anno saranno 20 i punti vendita totali. 

A Nordest, tra Treviso, Pordenone e Gorizia, hanno sede alcuni tra i più grandi fornitori del colosso fondato nel 1943 da Ingvar Kamprad, dalla Mediaprofili di Mansuè alla 3B di Salgareda, nella marca trevigiana, dal Gruppo Maccan di Prata di Pordenone alla Ilcam Group di Cormons, uno degli ultimi Comuni italiani prima della Slovenia. Ikea, com’è ovvio che sia, mantiene il più stretto riserbo sui nomi dei fornitori, che dal canto loro non si dimostrano particolarmente loquaci. Alcuni di loro, contattati telefonicamente, hanno consigliato a Linkiesta di rivolgere le domande al prestigioso cliente. 

«Per il legno i due poli europei sono Italia e Polonia, ma soltanto qui a Nordest è presente tutta la filiera» spiega Fabio Simonella, presidente della Sezione legno-arredo dell'Unione Industriali della provincia di Pordenone e amministratore delegato del Gruppo SinCo, impresa che fa da terzista a un fornitore Ikea di cui Simonella, ovviamente, preferisce non svelare il nome. «L’ingrediente base dei mobili Ikea», osserva Simonella, «È il pannello truciolare nobilitato melamminico, prodotto da aziende come Frati, Saviola o Fantoni, che viene poi trasformato da macchinari ad alta tecnologia nei tipici kit che si trovano nei negozi della multinazionale».

Ed è qui che sta l’eccellenza italiana: «Il prezzo del nobilitato è uguale in tutto il mondo, da Shanghai a Pordenone, ma con macchine tecnologicamente avanzate, ad altissima automazione e in grado di produrre mille pezzi all’ora, si ottengono volumi tali da supplire al maggiore costo del lavoro rispetto alla Polonia», nota Simonella, che conclude: «Producendo il sestuplo il prezzo rimane dunque vantaggioso, anche se si lavora sempre sul filo del rasoio: Ikea è una multinazionale e perciò guarda al centesimo, e se uno non accetta uno sconto del 5% da un anno all’altro, o la riduzione di una commessa, la minaccia dello spostamento della produzione da un’altra parte del mondo è reale».

Un altro vantaggio del distretto del mobile triveneto è nell’integrazionecon altri distretti, come quello della plastica e dell’imballaggio, presenti nel medesimo territorio. Ragione per cui le Pmi della zona non lavorano soltanto per gli svedesi, ma anche per Castorama, Leroy Merlin e Nobilia, e cercano di internazionalizzarsi in Russia e Cina. Chi ha subito la vera crisi, da queste parti, sono i piccoli artigiani del mobile tradizionale. Non tanto per l’ingombrante presenza di Ikea, quanto per colpa di un sistema distributivo ancora troppo spezzettato.

Twitter: @antoniovanuzzo 

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