2 Maggio Mag 2012 1548 02 maggio 2012

Debito, fondi esteri lontani dall’Italia fino al 2014

Debito, fondi esteri lontani dall’Italia fino al 2014

Montipasseranapolitano

Il ritorno degli investitori esteri non avverrà prima del 2014. Per i titoli di Stato italiani le sofferenze non sembrano essere terminate. A comprare i bond del Tesoro sono infatti per larga parte investitori domestici, banche soprattutto. L’appeal che hanno le obbligazioni italiane è poco e non sono servite le operazioni del governo di Mario Monti per attirare le istituzioni finanziarie estere, da quelle asiatiche a quelle statunitensi. Ecco quindi che si cerca qualsiasi mezzo per piazzare i bond italiani.

Dalla Banca centrale europea (Bce) alla Banca europea per gli investimenti (Bei), passando per la Cassa depositi e prestiti (Cdp), tutto va bene per sostenere Bot e Btp. Fino a oggi la domanda di bond governativi italiani è stata sostenuta principalmente dalle banche italiane. Da settembre a oggi, come spiega una nota di Morgan Stanley, i principali attori sul mercato primario, ovvero le aste del Tesoro, sono stati gli istituti di credito italiani. «Circa il 75% dell’ammontare in asta è finito in mano all’Italia», rivelano gli analisti della banca americana. Da registrare c’è il buon risultato dell’operazione Btp Italia, che ha portato circa 7,5 miliardi di euro nelle casse del Tesoro grazie alla lunga campagna mediatica per invogliare la clientela retail.

Eppure, gli esteri non si vedono da mesi. Due recenti ricerche, una di Société Générale e una di Santander, hanno messo in evidenza la crisi di fiducia che gli investitori stranieri hanno nelle obbligazioni italiane. Un anno fa la quantità di debito pubblico detenuto dai non residenti era intorno al 43%, ora si è scesi attorno al 38 per cento. «La ricerca di sicurezza sta portando gli investitori esteri verso i Bund tedeschi o il Treasury americano», spiega SocGen. Il giudizio della banca francese su quando potranno tornare le richieste di Bot e Btp da parte dell’estero lascia poco spazio all’ottimismo. «Se il processo di integrazione europea, soprattutto legato al Fiscal Compact (la nuova governance di bilancio Ue, ndr), andrà secondo le previsioni, è possibile che solo nel 2016 la quota di investitori non residenti detentori di debito italiani torni al livello del 2008», spiegano gli analisti transalpini.

Stessa diagnosi per la spagnola Santander, che però fa notare che «il percorso dell’Italia sui mercati obbligazionari non è nemmeno paragonabile a quello iberico». Infatti, se il debito spagnolo un anno fa era detenuto dal 55% da non residenti, ora la quota è al 38 per cento. «Un crollo di fiducia che è destinato ad aumentare e rischia di contagiare anche le aste italiane», fa notare Santander. Leggermente più ottimista è l’olandese Rabobank, che stima un ritorno degli esteri nelle aste di bond condotte dal Tesoro nel 2014. Eppure, anche in questo caso, lo scenario rimane di estrema incertezza: «La crisi europea potrebbe costringerci a una revisione peggiorativa di questa stima».

Intanto, l’Italia fa quello che può tramite i mezzi che ha a disposizione. Le banche italiane hanno infatti potuto comprare i titoli di Stato italiani grazie alla Banca centrale europea. Con le due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-term refinancing operation, o Ltro) di dicembre e febbraio, l’istituzione di Mario Draghi ha fornito una finestra di liquidità triennale del valore di 1.030 miliardi di euro per le banche europee. Di questi, 255 miliardi di euro (dati Bloomberg) sono finiti in mano alle banche italiane, che hanno potuto sostenere il Tesoro durante le aste del primo trimestre dell’anno, considerato uno degli ostacoli più ostici da superare per Roma. «Senza l’intervento della Bce tramite l’Ltro avremmo visto delle aste particolarmente pesanti per l’Italia», dice a Linkiesta un trader di UniCredit.

Sono tanti, fanno notare dalle sale operative, gli investitori esteri che tastano il mercato (sia primario sia secondario), si informano, chiedono prezzi. Ma, alla fine, non comprano. «Troppo timore, troppa poca visione su una politica stabile, specie su scadenze più elevate», continua il trader di UniCredit. E dire che i tentativi di approccio a livello istituzionale non sono mancati. Negli ultimi due mesi i contatti fra Tesoro e le diverse realtà bancarie internazionali si sono fatti più fitti. Dopo il secondo Ltro, quello di febbraio, sono partite le discussioni su un possibile intervento delle banche estere.

E nonostante gli sforzi del vice ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, i risultati sono stati poco positivi. Nelle ultime aste di Bot, Ctz e Btp la presenza estera è stata marginale, eccezion fatta per la tedesca Deutsche Bank, che ha mostrato un tiepido interesse sul mercato primario, e per la spagnola Bankia, che ha comprato Btp per utilizzarli come collaterale presso la Bce. A nulla, almeno per ora, sono serviti i roadshow di Monti e Grilli in Asia. I fondi sovrani asiatici hanno infatti delle regole ben precise in tema di portafoglio. E l’Italia non rientra nei loro obiettivi.

Ma allora chi è che compra le obbligazioni del Tesoro? Oltre alle banche italiane, ci sono diversi attori che lo hanno fatto e continuano a farlo. In primis la Bce, tramite il Securities markets programme (Smp), lo speciale programma di acquisti di bond governativi sul mercato secondario. Nonostante sia dormiente da un mese e mezzo, l’Smp rimane l’arma più potente dell’arsenale dell’Eurotower nel brevissimo termine. E non è un caso che il suo utilizzo sia stato notevole fra agosto, data dall’attivazione per Italia e Spagna, e dicembre. Oltre alla Bce, ha sostenuto l’Italia sul mercato obbligazionario anche la Banca europea per gli investimenti. Gli acquisti di Btp da parte dell’istituzione di Werner Hoyer sono aumentati in modo considerevole fra il 2010 e il 2011. Infatti, a fine dell’anno scorso il portafoglio titoli della Bei aveva in pancia 2,547 miliardi di euro, mentre un anno prima era a quota 1,385 miliardi. E lo stesso ha fatto con i Bonos spagnoli, il cui valore in portafoglio è aumentato di circa 2 miliardi di euro da un’anno all’altro. Terzo, ma non ultimo, grande attore per il sostegno dei bond italiani è stata la Cassa depositi e prestiti.

Come risulta effettuando un confronto fra i bilanci 2010 e 2011, la Cdp ha avuto un incremento del 214,7% degli asset contenuti nel suo portafoglio dei titoli di debito sovrano. Se al 31 dicembre 2010 il valore era di 5,464 miliardi di euro, a fine 2011 questa cifra è lievitata a 17,194 miliardi. La dinamica dell’acquisto di bond governativi è rivelata dalla nota semestrale della Cdp, che sottolinea come al 30 giugno 2011 il portafoglio di questi titoli aveva un valore di 5,967 miliardi di euro, il 9,2% in più rispetto alla chiusura del 2010. Vale a dire che da luglio a dicembre, la Cassa depositi e prestiti ha acquistato almeno 11,227 miliardi di euro di obbligazioni governative. «Sono per il 95% tutti bond italiani, comprati sul mercato secondario nel tentativo di dare una mano alla Bce», rivela a Linkiesta un funzionario della stessa Cdp dietro anonimato. Risultato raggiunto, almeno per ora.

«Il peggio è passato». Così commentano dal ministero delle Finanze l’attuale periodo per le aste di titoli italiani. Guardando il calendario dettato dal Maria Cannata, direttore generale del Debito pubblico del Tesoro, la parte più ostica sarà nell’ultimo trimestre. La Cannata, tuttavia, continua a rimarcare che non ci saranno problemi. Le vere sfide sono però nei prossimi anni. Secondo il Centre for european policy studies (Ceps) di Daniel Gros, fra 2013 e 2016 le esigenze di rifinanziamento dell’Italia ammontano a 764 miliardi di euro. Decisamente troppo, specie senza un aiuto esterno.

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