14 Maggio Mag 2012 1355 14 maggio 2012

Piangere per Del Piero ci può stare ma per Gattuso no: è pura sciatteria

Piangere per Del Piero ci può stare ma per Gattuso no: è pura sciatteria

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Nel gran giorno dei pianti - piange chi lascia, piange chi tifa, sono un pianto pure le televisioni che lacrimano retorica - è magari il caso di sapere per chi si piange e soprattutto per cosa. Il tifoso ha il maledetto vizio di ricordare poco o nulla di quel che servirebbe per capire dove commuoversi e dove no, e butta tutto in un unico calderone affettivo che gli rende la vita anche un po’ più facile. Ma insomma, ieri che se ne sono andati (sportivamente) un bel po’ di giocatori, è forse il caso di mettere ordine nella catena sentimentale. Partendo dal passato. E da un addio che non si è mai celebrato. L’addio di Paolo Maldini.

Paolo Maldini è stato un’autentica bandiera rossonera. Fuoriclasse assoluto, giocatore impeccabile dentro e fuori dal campo, ha semplicemente vinto cinque finali di Champions delle otto giocate (solo Gento come lui) e una montagna di altri trofei, ma visto che in carriera non ha mai baciato la pantofola degli ultras, i medesimi, nella giornata dell’addio, maggio 2009, gli prepararono lo scherzetto più vigliacco: fischiargli la giornata più bella, con relativi striscioni infami: «Grazie capitano, sul campo campione infinito. Ma hai mancato di rispetto a chi ti ha arricchito». E ancora: «Per i tuoi 25 anni di carriera sentiti ringraziamenti da chi hai definito mercenari e pezzenti».

Wikipedia, per ricordarlo, apre la sua pagina con una frase dell’Equipe del 2007: «In 23 anni di carriera non si è mai allontanato da un senso della morale, del dovere, della fedeltà e dell’etica che ne fanno una delle icone del calcio».

I tifosi «migliori» forse ricordano chi rimase in silenzio quel giorno, chi evitò pavidamente di commentare, chi fece nettamente la sua scelta di campo: Adriano Galliani. Da quel giorno, non a caso, Paolo Maldini è stato tenuto consapevolmente fuori dalla società, complice anche le sue parole affatto tenere nei confronti dell’amministratore delegato rossonero.

Ieri si è pianto molto nei nostri stadi. Anche molto a capocchia. Hanno pianto giocatori che lasciavano una maglia molto amata, e tifosi che rivendicavano per sé l’idea antica secondo cui una lunga permanenza nella stessa squadra possa valere di per sé eterna e commossa gratitudine. Tanto per fare un esempio, lacrime inopportune sono state versate persino per Rino Gattuso, onesto pedalatore di questa disciplina sportiva, il cui valore rispetto a un giocatore come Carlo Ancelotti, che giocava più o meno nel suo ruolo, è pari a un sesto, se non a un settimo. Qualcuno, poi, ha inteso premiare con l’inumidirsi della pupilla anche il PippoInzaghichelascia, e va bene tutto, ma come è stato possibile provare un brivido postumo ed emozionale per il giocatore meno emozionante della storia rossonera, sublime succhiaruote di quei labili confini tra fuorigioco e l’apoteosi del gol rubato, ma niente, proprio niente a che vedere con la poesia del calcio?

Se poi si è pianto più del dovuto è anche perché il Milan ha messo tutti nella condizione di farlo, portando contratti e giocatori sino al limite umano della tollerabilità sportiva, completamente fuori da ogni logica di mercato. E per di più producendo nei protagonisti di quegli addii esattamente l’effetto opposto alla gratitudine che avrebbero dovuto esibire per una carriera così ricca. Chi faceva il mezzo offeso, chi credeva d’essere fermato perché (ancora) indispensabile, chi si immaginava già una carriera da dirigente rimuovendo magari Braida da via Turati. Pedalare, grazie. Tutti, comunque, nel giorno finale della maglia rossonera NON hanno voluto ringraziare Allegri. Davvero bella compattezza di squadra.

L’unico luogo fisico dove la commozione ha avuto una sua definizione anche morale è stato lo Juventus Stadium, in cui la celebrazione del Campione ha assunto finalmente i tratti distintivi di quel rapporto paritario e meraviglioso che lega i tifosi ai suoi beniamini. Il vecchio Alex ha colpito anche nell’addio. Intanto non ha pianto come quei giocatorelli rossoneri da collezione di Harmony. Si è commosso, certo, ma ha mantenuto quel sorriso lieve e consapevole che ne ha fatto un atleta davvero ragguardevole per compostezza, misura, senso di rispetto per un’impresa che è sempre collettiva e mai può diventare personalistica. Essere rimasti calmi anche nell’anno di Capello alla Juve definisce la struttura del grande uomo-giocatore.

Altri pianti straordinari si sono potuti apprezzare sulle tribune del City, dove sino a un paio di minuti dalla fine della partita contro il Qpr gli uomini di Mancini stavano buttando nel cesso lo scudetto più vinto della loro storia (44 anni dopo). Il regista di Sky opportunamente indugiava sui volti affranti dei tifosi, dimenticando la partita che ne era ormai solo l’infelice contrappunto. Poi il sorprendente finale e l’apoteosi. Che calcio da quelle parti.  

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