23 Maggio Mag 2012 1105 23 maggio 2012

Benzina alle stelle ma la raffinazione italiana chiude

Benzina alle stelle ma la raffinazione italiana chiude

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Ieri si è tornato a discutere di abbassare il limite delle trivellazioni in mare alla ricerca di petrolio, da 12 alle 5 miglia dalla costa. Niente di ufficiale, ma neanche smentite su una riunione a Roma nel pomeriggio tra rappresentanti dei ministeri allo Sviluppo economico e all’Ambiente e tra le parti sociali. L’incontro, il primo di una serie a quanto pare, da svolgersi anche in sede europea, arriva in seguito a un sussulto della crisi della raffinazione: dopo la chiusura della raffineria Tamoil di Cremona nel 2011, pochi giorni fa la TotalErg ha deciso di fermare la produzione nello stabilimento di Roma.

Come a Cremona, l’impianto si trasformerà in un deposito di carburanti; ancora non c’è un piano di esuberi per i 250 dipendenti più un centinaio dell’indotto. Si sa solo che entro settembre la raffineria chiuderà e nel deposito lavoreranno circa 70 persone.
Ma al di là del dibattito sulla tutela dell’ambiente (sul limite alle trivellazioni vicino alla costa imposto dal precedente governo nel 2010, dopo l’incidente nel Golfo del Messico, si era già parlato a inizio anno per il decreto liberalizzazioni), non saranno nuovi giacimenti petroliferi a risolvere la crisi strutturale della raffinazione. Nessuno può nominare i prossimi stabilimenti che chiuderanno, ma è certo che tutte le raffinerie italiane sono in profonda difficoltà e altre due o tre dovranno abbandonare la produzione. A meno di un improvviso rialzo dei consumi, «un’eventualità improbabile, visto che dal 2009 lanciamo allarmi senza essere ascoltati e i dati dimostrano che il problema da affrontare è l’eccesso di produzione», spiega Marco D'Aloisi, responsabile relazioni esterne dell’Unione petrolifera.

Dal 2004 a oggi il consumo di prodotti petroliferi in Italia è diminuito di 5 miliardi di litri. Il primo trimestre 2012 ha segnato complessivamente un -10% rispetto allo stesso periodo del 2011, e così la produzione delle quindici raffinerie nostrane è dovuta scendere di circa il 6 per cento. Significa che gli impianti vengono utilizzati all’80% delle capacità: troppo poco per sopportare i costi. L’anno scorso le auto italiane che bruciavano benzina, secondo le prospettive dell’Unione industriali, erano 17,8 milioni: nel 2025 saranno due milioni in meno. Dal 2013, il gas naturale prenderà il posto del petrolio come principale fonte energetica del Paese.

Senza dimenticare che India, Cina e Medio Oriente fanno una concorrenza spietata, grazie a raffinerie sempre più competitive, aiuti statali, minori costi del lavoro e minori vincoli ambientali.
Questi sono solo alcuni tra i dati che non lasciano speranze per una ripresa del settore, e i numeri si riflettono sulle strategie aziendali.
Eni, in seguito a un accordo con i sindacati, dal 10 maggio ha fermato gran parte degli impianti della raffineria di Gela; la sospensione della raffinazione andrà avanti per un anno e la cassa integrazione coinvolgerà 400 lavoratori.

La strategia del colosso italiano è la “fermata a rotazione” delle sue cinque raffinerie. Per sei mesi è toccato a Porto Marghera, ora è la volta di Gela, con 480 milioni di euro di investimento da qui a tre anni per migliorare gli impianti. «Certo, l’accordo con Eni si è trovato - dice Marco Nappi, segretario della Femca-Cisl di Cagliari - ma bisognerà vedere negli anni come andrà a finire. Può essere meglio fermare la produzione piuttosto che perdere soldi, ma per questioni di sicurezza e ambiente non è la soluzione: le raffinerie sono impianti molto complessi e particolari». 

Lo stabilimento Saras a Sarroch della famiglia Moratti sembra avere un’altra strategia. «Qui siamo in una situazione un po’ paradossale - spiega Nappi - perché la raffineria è competitiva, può lavorare greggi sporchi e pesanti, ma nonostante ciò l’azienda perde circa 2,5 dollari per ogni barile di prodotto raffinato venduto: c’è un saldo negativo tra costi e guadagni. Usando un eufemismo, se non ci fossero gli incentivi come il Cip6 per la produzione di energia elettrica, la Saras sarebbe messa male».

Per questo motivo in visita a Sarroch ci sono stati ospiti russi: «I Moratti hanno sempre investito nello stabilimento, a differenza degli altri impianti non abbiamo avuto cassa integrazione - dice il sindacalista della Cisl - e si stanno facendo forti manutenzioni. Significa che una prospettiva c’è, magari non vincolata alla proprietà, e magari agevolata dai circa 600 milioni di debiti con le banche, di cui 160 in scadenza a giugno. Non si può nascondere che si stiano cercando partnership, e i russi un po’ di shopping nel Mediterraneo lo vorrebbero fare, come è successo con la TotalErg in Sicilia».

Recentemente lo stabilimento Isab a Priolo è passato per l’80% alla Lukoil e la TotalErg si è tenuta il resto incassando 400 milioni dalla vendita. A Sarroch, la Lukoil potrebbe acquistare la raffineria e con la sua potenza economica tessere una rete di distribuzione, che oggi alla Saras manca. Sono solo ipotesi: «La proprietà sta guardando da ogni parte - dice Nappi - anche in Libia, Cina, India. Si vedrà, magari non succederà niente, l’importante è che qui non si fermi nulla, altrimenti oltre alle 4mila persone che lavorano in raffineria salta tutto il sistema sardo».

Anche se le raffinerie Api a Falconara Marittima e la Sarpom a Trecate sono gli stabilimenti citati senza dubbio nel toto-chiusura, perché piccoli e poco competitivi come la Tamoil di Cremona e la TotalErg di Roma, i grandi non sono fuori dalla tetra lotteria. «Il dato di fatto - spiega Sergio Gigli, segretario generale della Femca Cisl - è che oggi il margine di guadagno della raffinazione del petrolio è zero. Per questo il governo dovrebbe ridurre i costi della benzina per ridare fiato ai consumi, ed è incredibile che non risponda alle sollecitazioni: non hanno neanche risposto a una lettera a firma di sindacati e Confindustria che abbiamo mandato mesi fa. Il governo deve prendere atto che la raffinazione è una produzione strategica, non la si può abbandonare. E per gli stabilimenti che non reggeranno bisogna pensare a un piano nazionale per la conversione alla produzione di biocarburanti e per la bonifica, in alcuni casi mostruosa, delle aree industriali».

Investimenti, questi ultimi, utili a creare nuovi posti di lavoro. È quel che avverrebbe anche con nuove trivellazioni in mare, sia per il petrolio che per il gas: si parla di alto Adriatico, Abruzzo, isole Tremiti, Calabria, Sicilia e Isola d’Elba. I posti di lavoro persi nella raffinazione potrebbero essere compensati in nuove attività. «Abbiamo una quantità enorme di riserve di gas e petrolio non utilizzate, più altre da scoprire - dice Andrea Fiordelmondo della Uilcem - ed è un vero peccato che con le tecnologie che garantiscono sicurezza ambientale, in questo momento di crisi non sfruttiamo le risorse che la natura ci offre».

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