31 Maggio Mag 2012 0921 31 maggio 2012

"Mettere in sicurezza l’Italia raddoppierebbe il debito pubblico"

"Mettere in sicurezza l’Italia raddoppierebbe il debito pubblico"

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«Quel che è successo in Emilia era ampiamente prevedibile. Il problema è che contro i sismi oramai in Italia non si può fare granché». Giulio Ballio è uno dei massimi esperti italiani di scienza delle costruzioni, ingegnere e professore universitario, è stato rettore dal 2002 al 2010 del Politecnico di Milano.

Il suo realismo – o pessimismo, a seconda di come lo si guarda – deriva da un’osservazione molto banale: in Italia moltissime persone vivono in case in muratura, costruite prima che venisse compiuta la mappatura del rischio sismico e fossero emanate le leggi sull’edilizia nelle zone sismiche. «A fine anni ’80 è stato fatto un conto brutale, per cui ristrutturare tutte queste abitazioni - secondo gli studi dell’Istituto di ricerca sul rischio sismico del Cnr, guidato da Vincenzo Petrini – avrebbe richiesto un investimento pari al debito pubblico. Allora non è stato ritenuto economicamente fattibile, e oggi la quantificazione dei costi è ancora attuale».

Il problema non è il presente ma il passato. «Le nuove costruzioni devono rispettare i criteri di legge previsti per le zone a rischio, a seconda della loro collocazione sulla mappa sismica. Le vecchie costruzioni devono essere adeguate a tali criteri se subiscono restauri, come l’aggiunta di un balcone o il mutamento delle pareti interne. Il problema più grave – illustra l’ex rettore Ballio – sono le abitazioni vecchie che non vengono modificate. E sono una quantità enorme in Italia. Si pensi a tutti i piccoli e medi centri storici del Paese. Poi c’è una questione monumenti e case in cemento degli anni ’50 e ’60, ma meno grave».

Per decenni si è proceduto con un approccio che l’ex rettore Ballio definisce “artigianale”. «Man mano che si verificavano i terremoti, le zone coinvolte venivano classificate come a rischio sisma. Il Friuli, prima del terremoto, non era zona sismica. Idem l’Irpinia. Il primo vero sforzo per avere un approccio scientifico al problema è successivo. Solo negli anni ’80 il Cern ha iniziato a lavorare a una mappatura completa, e nel giro di due decenni l’ha approntata». I tempi non devono scandalizzare. Secondo la letteratura scientifica americana è più o meno il tempo necessario per operazioni di questo tipo. E altri due decenni servono perché studi e normativa penetrino il settore, venendo conosciute e rispettate dagli operatori. «Facendo due calcoli si può dire che i conti tornano. In Italia adesso e per il futuro il problema è risolto – ricordando che comunque la scienza può limitare le conseguenze delle catastrofi naturali, non eliminarle del tutto. Il problema resta quanto fatto nel passato, e il nostro patrimonio edilizio è molto vecchio. Ogni tanto una banca o un hotel ristruttura qualche edificio storico, ma è una casistica minoritaria».

In Emilia le strutture che più hanno subito danni, e il cui crollo ha causato più morti, non sono case in muratura, ma capannoni. «Il discorso non cambia», spiega Ballio. «Un articolo di oggi (ieri, ndr) del Corriere della Sera spiegava bene la questione: se sono stati costruiti prima che l’Emilia venisse dichiarata zona a rischio sisma, sono strutture non pensate per resistere a una forte azione orizzontale, a parte quella del vento. Solo i capannoni con un carroponte erano sicuri, perché già progettati per resistere a forze addirittura superiori a quelle del terremoto. Io non penso che ci sia una colpa generale degli imprenditori, salvi ovviamente i singoli casi che toccherà alla magistratura appurare».

La colpa semmai è di chi per decenni ha trascurato il rischio sismico nella pianura padana. «Secondo un luogo comune molto diffuso, quest’area del paese è stata ritenuta esente dal pericolo-terremoti. E’ possibile che abbiano dato la priorità ad altre zone, nel percorso di mappatura, e quindi l’imposizione di certi vincoli sia arrivata solo di recente. Comunque va smentito il luogo comune che le costruzioni più vecchie siano più solide di quelle recenti, e che ci sia una sorta di continuo decadimento della qualità dell’edilizia. Anzi, è il contrario».

Crollo dopo crollo, il vecchio sparirà, sperando che ci sia il minor numero possibile di vittime e prestando grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico italiano. Il nuovo che sarà creato dovrebbe reggere. «In questo caso il problema potrebbero essere i controlli, che in Italia, anche nelle zone a rischio, si fa male o non si fa. Il collaudatore dell’opera spesso non ha abbastanza potere per imporsi, e poi ci sono conflitti d’interesse con le imprese costruttrici, o collusioni. In Francia, ad esempio, esiste l’assicurazione obbligatoria per gli edifici: quando si costruisce una nuova costruzione, i controlli li fanno i periti tecnici dell’assicurazione che sono molto competenti. Ed è molto difficile trovare scappatoie. Io ricordo che quando ho lavorato in Algeria per i francesi, i tecnici delle assicurazioni ne sapevano tanto quanto noi ingegneri».

Alla domanda se il regime di assicurazioni private che vorrebbe introdurre il governo, possa essere una buona soluzione, l’ex rettore Ballio storce un po’ il naso. «E’ tutto da dimostrare che poi non farebbero solo i loro interessi, o che non rifiutino di assicurare chi ha case vecchie che sono oggettivamente esposte a gravi pericoli. In Francia il sistema funziona perché è molto risalente nel tempo e perché lo Stato ha un’altra forza contrattuale nei confronti delle assicurazioni. Il sistema attuale italiano oramai è di un certo tipo, e finalmente è stato razionalizzato, non vedo l’esigenza di cambiarlo».

Quando si parla di terremoti, quasi inevitabile arriva il paragone con il Giappone o la California. «La differenza», spiega ancora Ballio, «è proprio a livello di cultura della gente. Fino a che non è arrivato il lavoro del Cern negli anni ’80, l’Italia non si considerava un paese a grave rischio sismico. Questo perché da noi i terremoti forti arrivano con una cadenza molto bassa. Quasi sempre passa più di una generazione, se non molto di più, tra un terremoto devastante e l’altro. Il ricordo si perde, chi costruisce continua a costruire come sempre si è fatto e si pensa che per i prossimi mille anni non succederà più. In Giappone, per esempio, avendo terremoti sia violenti che frequenti fin dai tempi antichi hanno rinunciato ai muri interni nelle abitazioni, sostituiti coi paraventi. E il crollo dei muri interni è la causa del maggior numero di morti nei sismi. Allo stesso modo in California è concentrato il maggior numero di mobil-house degli Stati Uniti. Essendo di fatto delle “scatole” appoggiate sul terreno, a meno che questo si spacchi e le inghiotta, sono salve in caso di terremoto. Qui da noi una vera e propria cultura del sisma non c’è mai stata». Arrivata tardi, e in costante evoluzione, la speranza è che riduca sempre più i danni. Un crollo dopo l’altro.

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