30 Giugno Giu 2012 1010 30 giugno 2012

Il Messico al voto col terrore della violenza narcos

Il Messico al voto col terrore della violenza narcos

Mexico

CITTÀ DEL MESSICO – Proprio agli sgoccioli della campagna elettorale per le presidenziali del primo luglio, il governo messicano annunciava il 21 giugno d’aver inferto un duro colpo al più importante cartello del narcotraffico del Messico, il Cártel de Sinaloa, e al suo capo Joaquín “El Chapo” Guzmán. Dopo mesi di operazioni d’intelligence nello stato settentrionale di Jalisco era catturato dalla marina e subito mostrato ai mass media uno dei sei presunti figli del Chapo, Alfredo Guzmán.
A livello mediatico era un indubbio successo propagandistico per l’attuale presidente Calderón, del conservatore Partido Acción Nacional (PAN), e per la “sua candidata” Josefina Vázquez. Ottanta milioni di messicani sono chiamati alle urne in questa domenica 1° luglio per eleggere presidente, parlamento, sei governatori e il sindaco di Mexico City.
Nonostante sia la prima donna del Pan candidata alla presidenza e abbia scelto lo slogan “Josefina, differente” per prendere le distanze dal suo predecessore, dopo due dibattiti televisivi tra gli aspiranti e quasi tre mesi di campagna resta chiara la sua continuità con la politica di Calderón.

L’opzione liberale che teoricamente il suo partito rappresenta è tradita da proposte, dettate da vincoli storici con le gerarchie ecclesiastiche, contro la libertà di decisione delle donne sull’interruzione della gravidanza – l’aborto è addirittura un reato punito con la prigione in molti stati governati dal Pan – e i matrimoni omosessuali.
Dopo sei anni di militarizzazione del territorio contro la criminalità organizzata, con un saldo di 60.000 morti e una crescita annuale dell’1,96% – la media latino americana è del 3,61% –, sembrava che la cattura per lo meno del figlio del capo dei capi, vista l’incapacità di prendere il boss latitante dal 2001, potesse invertire la tendenza alla discesa nei sondaggi della candidata. La strategia di Vázquez è mantenere la presenza dei militari, oltre 20.000, con funzioni di polizia cui va affiancata una nuova polizia nazionale ancora da creare.
In realtà qualche ora dopo l’arresto è stato confermato che non si trattava del figlio del boss: era un bluff per cercare di risollevare le sorti del partito di governo che aveva promesso di catturare il Chapo, ricercato numero uno negli Usa, già inserito dalla rivista Forbes tra le 500 persone più ricche e influenti del mondo per il suo giro d’affari paragonabile a quello di Facebook o Amazon.

Quindi Vázquez continua a restare al terzo posto nelle preferenze, intorno al 20% dei suffragi. Perde terreno rispetto al candidato delle sinistre, Andrés López Obrador, e al favorito, Enrique Peña, del Partido Revolucionario Institutional (Pri), che a seconda dei sondaggi otterrebbe intorno al 35-40%, tra i 5 e i 10 punti in più di Obrador.
Al quarto posto c’è il candidato “cittadino” Gabriel Quadri di Nueva Alianza con un discorso e un’immagine liberale e progressista. In realtà il suo partito non proviene dalla società civile, ma ha origini politiche e autoritarie, essendo una costola del corporativo Sindacato Nazionale dei Professori, un ente controllato dalla presidentessa vitalizia Elba Gordillo.
Il probabile ritorno al governo del Pri, partito egemonico al potere per 71 anni fino alla sconfitta nel 2000 contro il Pan, e la vittoria di Peña significano per molti messicani una regressione democratica per cui da due mesi si moltiplicano le iniziative popolari contro questa possibilità: tre manifestazioni anti-Peña, convocate per la prima volta sui social network contro un candidato e non contro un presidente in carica, hanno riempito le piazze di Città del Messico e di altre 20 città in maggio e giugno riunendo tra le 50.000 e le 100.000 persone ogni volta.

A queste iniziative s’è unito anche il movimento studentesco YoSoy132, la grande novità di questo momento politico. IoSono132 è nato in maggio grazie alle reti sociali, in reazione all’autoritarismo del Pri mostrato in alcune dichiarazioni di esponenti del partito contro gli studenti, e in opposizione alla dittatura mediatica del duopolio televisivo nazionale.
TvAzteca e TeleVisa, secondo un reportage del quotidiano inglese The Guardian, hanno sostenuto nettamente il ritorno del Pri e l’imposizione di un candidato via spot, marketing e propaganda svuotando la campagna elettorale di contenuti.
Le intenzioni dichiarate dai candidati in favore della concorrenza e il libero mercato nelle telecomunicazioni si scontrano sia con il potere delle tv che con il monopolio del magnate Carlos Slim, l’uomo più ricco del pianeta proprietario di America Movil, quarta compagnia di telefonia cellulare al mondo, e di Telmex, principale gestore di telefonia fissa in Messico. Slim ha dichiarato «di non avere un suo candidato, di voler lavorare insieme al vincitore», anche se la sua fruttuosa relazione con i partiti di sinistra, al governo dal 1997 nella capitale, aizzano le speculazioni circa una sua preferenza per Obrador.

Peña è alleato dei verdi, un partito gestito da una sola famiglia che da anni propone la pena di morte per i colpevoli di rapimento e pratica il trasformismo per non perdere la sua quota di seggi. Il Pri promette pensioni di vecchiaia universali e il mantenimento dell’esercito per le strade.
Fondamentale sarà il risultato elettorale di camera e senato in cui il Pri può ottenere la maggioranza assoluta e governare da solo oppure si può configurare la coabitazione, scenario privilegiato nei recenti sondaggi, che implica la ricerca di accordi con gli altri partiti per portare avanti il programma governativo.
Obrador ha definito in anticipo i membri del suo futuro governo, considerati autorevoli ed elementi di forza della sua proposta, e ha parlato di una riforma fiscale progressiva, di tagli ai costi della politica, di lotta alla corruzione e ritiro progressivo dell’esercito. È criticato per il suo passato “radicale”, i tentennamenti su temi sociali come l’aborto e i matrimoni gay e la sua difesa a oltranza della sovranità nazionale, per esempio con la chiusura totale della compagnia petrolifera Pemex agli investimenti privati.
Nessun aspirante s’esprime chiaramente sui due enormi business criminali che interessano Messico e Stati Uniti: il traffico di armi e persone. Nemmeno il problema dei 16.000 desaparecidos che lascia questo governo è stato denunciato e affrontato, così come non pare sia un tema rilevante la lotta al riciclaggio del denaro dei narcos e alle loro fonti di finanziamento nell’economia legale da entrambi i lati della frontiera.

L’indice di povertà resta fisso al 50% e la disuguaglianza sociale non accenna a diminuire, malgrado una gestione macroeconomica oculata ma poco coraggiosa sulla crescita e il lavoro. In questo contesto l’infiltrazione dei narcos nelle elezioni, specialmente a livello locale e amministrativo, è un dato di fatto: il Nordest del paese, dominato dal cartello degli Zetas, e Guerrero, lo stato di Acapulco, vivono un’emergenza senza precedenti per cui bisogna «chiedere il permesso alle bande criminali» per fare campagna elettorale, come spiega il candidato alla camera per il Pri, Ernesto González, e i politici devono destreggiarsi nel fuoco incrociato di narcos e cacicchi locali. Basta solo non comprendere o mettersi contro questi interessi mafiosi per essere uccisi, com’è successo al candidato alla camera Margarito Genchi, sindacalista sostenitore di Obrador freddato l’11 giugno in casa sua con 5 colpi di pistola.

Ciudad Juárez, città gemella di El Paso tristemente nota per il fenomeno dei femminicidi, è emblematica, essendo diventata tra le più pericolose al mondo con una media di oltre 2,.500 assassinii all’anno. In un decennio sono oltre 80 i giornalisti uccisi nel Paese, il più insicuro per l’esercizio della professione dopo l’Iraq.
L’agenda dei candidati messicani, inevitabilmente vincolata a quella statunitense nei temi migratori e commerciali, ha privilegiato promesse “fuori budget” e benefici selettivi più che proposte concrete su come generare lavoro, crescita, distribuzione della ricchezza e ricostruzione del tessuto sociale nei territori in guerra e nelle regioni, come l’area di Monterrey e la frontiera nord, che da poli di sviluppo si stanno trasformando in zone fantasma.
In questa prospettiva la recente dichiarazione d’incostituzionalità della legge Arizona, che criminalizzava i migranti messicani e violava i loro diritti fondamentali, da parte della Corte Suprema Usa pare solo un leggero palliativo rispetto alla dimensione e alla drammaticità dei problemi migratori e di sicurezza.
 

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