5 Luglio Lug 2012 1334 05 luglio 2012

I cinesi vogliono il gas del Caspio, ma l’America non ci sta

I cinesi vogliono il gas del Caspio, ma l’America non ci sta

Oil Pipeline

PECHINO – Lo chiamano “Il Nuovo Grande Gioco”, la complessa e sanguinosa partita per conquistare le immense risorse energetiche custodite in Asia Centrale, in un intreccio di accordi, progetti di gasdotti, guerra ai talebani e continui capovolgimenti di fronte. Adesso scende in campo anche la Cina. Un intervento che per gli americani è poco meno di un fallo a gamba tesa.

Si dice che i funzionari statunitensi, tanto a Kabul che a Washington, siano rimasti senza parole davanti alla mossa del governo afgano: all’inizio di giugno, dopo un incontro con Hu Jintao a Pechino, il leader Hamid Karzai ha annunciato il progetto di una nuova pipeline da realizzare con il sostegno del colosso energetico cinese CNPC.

I tecnici cinesi visiteranno l’Afghanistan nel giro di qualche settimana, o forse –vista la segretezza che circonda il programma – potrebbero essere già sul posto. Obiettivo: valutare la fattibilità di un gasdotto che, attraverso il nord dell’Afghanistan e il Tajikistan, rifornirà la Cina con un volume ancora sconosciuto di gas turkmeno.

Difficile che Kabul e men che meno Pechino si siano consultate con Washington prima della decisione: la pipeline sino-afgana non ha ancora neanche un nome, ma si pone come il rivale più diretto di TAPI (Turkmenistan-Afghanistan- Pakistan- India), il complesso di gasdotti che gli americani di Unocal cercano di realizzare da almeno dieci anni, su una rotta completamente diversa.

La posta in gioco è rappresentata dalle riserve di gas seppellite nella più misteriosa delle repubbliche centroasiatiche, il Turkmenistan, una nazione talmente isolata da autoescludersi persino dalla Shanghai Cooperation Organization, il patto transnazionale stabilito tra Cina, Russia e tutte le altre ex repubbliche sovietiche nel cuore dell’Asia.

Il gioco dei gasdotti

Nella partita di poker delle forniture energetiche globali, difficilmente qualcuno dichiara davvero i punti che ha in mano. Secondo le statistiche di British Petroleum, le riserve di gas naturale stimate in Turkmenistan nel 2009 sono pari a 8100 miliardi di metri cubi, una capacità che rende la nazione del Caspio il quarto paese al mondo dopo Russia, Iran e Qatar. Secondo altre stime – sostenute dai turkmeni, smentite dai russi – la repubblica centrasiatica potrebbe vantare riserve combinate fino a un massimo di 26200 miliardi di metri cubi.

Sia come sia, il Turkmenistan è la fonte principale dalla quale parte TAPI, un progetto ideato all’inizio degli anni ’90 dalla società argentina Bridas, di proprietà della famiglia Bulgheroni. Se i gasdotti fossero un’opera d’arte, TAPI sarebbe un quadro visionario, ma dalle proporzioni perfette: solo un tocco latino, di gente che sa come muovere i piedi nel tango e con il pallone, avrebbe potuto concepire i doppi passi necessari a stringere accordi col Turkmenistan e poi disegnare un affresco che passa attraverso l’Afghanistan già allora sconvolto dalla guerra civile, si snoda attraverso il Pakistan, e approda infine all’India. Un progetto che attira subito l’attenzione di un consorzio concorrente, formato dagli americani di Unocal e dai sauditi di Delta.

All’epoca, sia gli argentini che gli statunitensi trattano con i talebani, che nel gennaio 1998 siglano un accordo con il gruppo guidato da Unocal ed escludono per sempre la società di Buenos Aires dal progetto. Nell’agosto dello stesso anno, però, Osama Bin Laden bombarda le ambasciate USA in Kenya e Tanzania: il Mullah Omar si ritira dai negoziati e afferma il suo totale appoggio allo sceicco saudita. I progetti per un oleodotto che attraversa l’Afghanistan riprenderanno solo nel 2002, migliaia e migliaia di morti dopo, con l’avvento di Hamid Karzai alla presidenza, e non si sono ancora realizzati.

TAPI resta un disegno sulle carte geografiche che attraversa il cuore delle regioni pashtun tuttora sotto il controllo dei talebani. Gli analisti sostengono che per sbloccarlo sia necessario il coinvolgimento di un’importante compagnia energetica come Chevron, ExxonMobil o Gazprom, che difficilmente si impegneranno in un’area così rischiosa. E adesso, oltre che con la geopolitica e con la religione, TAPI deve vedersela con un rivale in più: il Dragone cinese, che ha bisogno d’immani quantità di energia per sostenere il suo vertiginoso sviluppo economico.

Il Dragone in Asia Centrale

«La relazione tra Cina e Turkmenistan è molto misteriosa, è difficile sapere cosa stia succedendo nel dettaglio. Dall’esterno, sembra comunque che cinesi e turkmeni stiano intrattenendo rapporti sempre più stretti», spiega a Linkiesta Raffaello Pantucci.

Pantucci è un ricercatore che si muove tra Cina ed Europa; ha collaborato col Center for Strategic and International Studies e con lo European Council on Foreign Relations, occupandosi di terrorismo e relazioni Cina-Asia Centrale. «Da quello che ho sentito dire da diversi funzionari turkmeni, dal loro punto di vista anche il progetto TAPI riveste un ruolo di importanza nazionale. A mio avviso, il loro obiettivo principale è stringere quanti più accordi possibile, con chiunque, per non dipendere esclusivamente dai russi».

Secondo Pantucci è ancora difficile stabilire quale sarà il preciso impatto della pipeline cinese sugli interessi americani: «Gli Stati Uniti stanno mantenendo un atteggiamento molto positivo su TAPI, ma di fatto non è possibile stabilire con sicurezza a quanto ammontano esattamente le riserve turkmene, quindi non si può capire se c’è spazio sia per la Cina che per gli USA. Di sicuro, anche se Pechino progetta una pipeline attraverso il territorio afgano, non vuole svolgere un ruolo troppo impegnativo in Afghanistan. Per i cinesi, l’Afghanistan è il cimitero degli imperi».

Anche Pechino ha una serie di problemi nell’area, pur se non paragonabili a quelli americani: «I funzionari cinesi che lavorano allo sviluppo di alcuni piccoli pozzi petroliferi afgani, ad esempio, sono stati recentemente taglieggiati dal signore della guerra Rashid Dostum. Mi sembra che la Cina stia entrando nel Nuovo Grande Gioco, ma è interessata ad avere una presenza economica nella zona, senza rivestire un ruolo militare. Pechino si rende conto di non avere abbastanza esperienza in questo ambito».

Ma intanto i progetti rivali per lo sfruttamento dei giacimenti turkmeni proseguono, e secondo uno studio compilato dalla Jamestown Foundation Pechino è in vantaggio: «La nuova produzione turkmena non potrebbe sostenere contemporaneamente i due gasdotti e, almeno nel medio-breve periodo, i giacimenti che verranno sviluppati più velocemente sono quelli concessi ai cinesi. Inoltre, la Cina è nella posizione di finanziare direttamente il suo progetto, cosa che le permette di anticipare TAPI di qualche passo. Questi due fattori potrebbero fornire al progetto cinese un’ottima partenza, e addirittura consentirgli di mettere TAPI alle corde, sempre se la situazione militare in Afghanistan non dovesse peggiorare». Per decidere che direzione prenderà il gas turkmeno, bisogna sempre fare i conti con i fucili dei talebani.

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