16 Luglio Lug 2012 0848 16 luglio 2012

Polizia violenta, la Spagna in crisi ha paura del “franchismo”

Polizia violenta, la Spagna in crisi ha paura del “franchismo”

Minerosmadrid

«Ma quindi in Spagna è vietato manifestare?» È la domanda che hanno fatto due turiste olandesi, madre e figlia, borse piene di vestiti in mano e espressioni terrorizzate, quando un gruppetto di manifestanti ha invaso uno dei più noti grandi magazzini di Madrid. Stavano scappando dai disordini di martedì, qualcuno con la maglietta strappata: dentro c’era la musica allegra che fa da sottofondo allo shopping di tutto il mondo, commessi cortesi, i cartelli dei saldi.

Manifestanti over 65

Fuori urla, fumogeni, per terra occhiali rotti e qualche macchia di sangue. Le manifestazioni di piazza sono diventate routine: spesso di venerdì, quando c’è la riunione del Consiglio dei Ministri. La gente li chiama “viernes negros”, neri come la lunga marcia dei minatori spagnoli, per oltre 300 Km fino alla capitale, che è culminata in un violento scontro con le forze dell’ordine, con 78 feriti tra agenti, manifestanti e giornalisti. Nonostante tutto sembrasse essere iniziato nel migliore dei modi: centinaia e centinaia di persone in fila nel buio, con i caschi gialli in testa e le torce accese, come una lunga fiaccolata.

Marcia nera di lutto per protestare contro i tagli del governo alle società minerarie non redditizie, imposti dall’Unione Europea, ma difficili da digerire. I sindacati avevano suggerito di fare un tentativo comunque, mettendosi in marcia appunto, per cercare di attirare l’attenzione della stampa. Perché un conto è spiegare che si mettono a rischio migliaia di posti di lavoro (e l’economia delle Asturie, della Castiglia, Leon e Aragona) un conto è vederli in faccia, i minatori: accompagnati dalle famiglie, con lo zaino sulle spalle e le facce stanche. Molti sulle magliette avevano le firme a pennarello e i messaggi dei compagni che non erano riusciti a partecipare. La speranza di ottenere una delega c’era: il governo Zapatero aveva infatti firmato un accordo con i sindacati che prevedeva, per il 2013, dei tagli del solo 10 per cento.

Un impegno reso nullo dal governo di Mariano Rajoy, che ha bisogno di liquidi per raggiungere gli obiettivi di bilancio, e data la situazione emergenziale ha deciso di accelerare i tempi. Come noto, dato che occorre risparmiare 65 miliardi di euro in due anni, il premier ha ribadito di non avere nessuna intenzione di fare passi indietro. I mineros si erano già resi protagonisti di scontri durissimi con le forze dell’ordine nei mesi scorsi, bloccando binari e autostrade, bruciando pneumatici e lanciando razzi artigianali e sassi.

Quando hanno raggiunto Madrid, acclamati da sostenitori di tutte le età, cantando l’inno a Santa Barbara Benedetta, protettrice dei minatori, sono rimasti inizialmente sorpresi: «Non mi aspettavo una cosa del genere, mi sento come il giocatore di una squadra di calcio, ma senza aver vinto nessuna coppa» ha detto uno di loro alle telecamere, commosso. Poi la tensione è esplosa. La mattina seguente hanno lanciati petardi e bottiglie verso la polizia, che presidiava il ministero dell’Industria. E loro, in assetto anti-sommossa, hanno reagito con i manganelli e i proiettili di gomma sparati ad altezza uomo.

Altri manifestanti

Nel frattempo i deputati del Partito Popolare applaudivano l’annuncio delle nuove misure di austerity. «Sono completamente scollegati dalla realtà: vogliono tagliare anche i sussidi di disoccupazione, per stimolare la ricerca di lavoro. Ma dove lo troviamo?» spiega Inès, una ragazza del movimento 15M, gli indignados di Plaza del Sol. «Il messaggio di tutti quei pestaggi è chiaro: non tollereremo altre proteste. Ma staremo a vedere».

Sul web gli indignados tentano di ricostruire quelle ore confuse. Nella foga retorica si esagera spesso e volentieri: in una fotografia titolata “la polizia tortura i manifestanti” si vede un gruppetto di ragazzi in ginocchio per terra, mani sulla testa, faccia contro il muro. Un video invece rappresenta la stessa scena, ma si nota chiaramente che i ragazzi si sono autonomamente inginocchiati «in segno di protesta».

Un’altra immagine raffigura quella che sembra una bambina stesa su un tavolo, con un grosso livido sulla coscia, a causa di un proiettile di gomma. Qualche ora di indignazione, per poi capire che in realtà si trattava di una ragazza, bassa e molto esile. Il gesto di violenza, certamente, rimane: «Sparavano contro tutto quello che si muoveva: vecchi, donne, turisti» prosegue Inès, attiva in un collettivo studentesco nella facoltà di Scienze Politiche. «Io e i miei compagni ci siamo spaventati e abbiamo iniziato a correre in calle Atocha, ci siamo nascosti in un garage, dietro a una moto. Un poliziotto, vedendo che avevo in mano il cellulare, ha mirato verso il mio occhio. Per fortuna un altro se n’è accorto e lo ha strattonato per il braccio prima che potesse colpirmi. Mi ha preso alla spalla, di striscio. Sentendo le urla il proprietario del garage è sceso quando i poliziotti se n’erano già andati. Ci ha fatto salire in casa, dove c’era la figlia, la nipote che piangeva e sua moglie in crisi di nervi».

Anziana strattonata dalla polizia 

C’è anche chi ha cercato rifugio nei bar, in metropolitana, negli hotel: nella Madrid a prova di turista. Molti sono convinti del fatto che stia tornando la dittatura. È vero? «Potrei rispondere di sì, ma solo a livello molto istintivo. C’è sempre stata: la Transizione è stata fatta a suon di compromessi. È solo che per anni è stata venduta all’estero un’immagine della Spagna democratica e soprattutto turistica, che non faceva pensare a nient’altro se non alla sangria e alla paella. A gennaio è morto Fraga, nel suo letto. Come il caudillo. Senza pagare il conto».

Manuel Fraga Iribarne è un ex ministro di Franco, oltre che fondatore di Alianza Popular. Grande vecchio della destra spagnola, è stato senatore e il capo della Xunta galiziana, per sedici anni. E quando nel 1976 la Polizia dissolse un’assemblea di lavoratori, e lo fece sparando, Fraga era Ministro degli Interni. Paragonare i due episodi non è però un po’azzardato? «Non si tratta solo di manganelli, anche se ogni protesta viene sempre sedata così, in tutte le provincie e in tutte le regioni. Si tratta di mentalità. Faccio un esempio: ad aprile è passata una riforma del sistema sanitario: forte aumento dei ticket e abolizione dell’assistenza agli immigrati irregolari. A loro saranno garantite solo le prestazioni urgenti, e quelle materno-infantili. Questo è fascismo».

Rispetto ai metodi repressivi delle forze di polizia, che secondo l’opinione pubblica sono frutto dell’eredità franchista, qualche dato oggettivo lo si trova nel rapporto 2012 di Amnesty International. Dove si fa riferimento a svariate «denunce di uso eccessivo della forza da parte della polizia durante le manifestazioni del movimento 15M in tutta la Spagna, tra maggio e agosto» (mesi prima, dunque, dell’elezione a primo ministro di Mariano Rajoy, il 20 novembre 2011).

Il 27 maggio, si legge nel rapporto, agenti in tenuta antisommossa della polizia autonoma catalana sono intervenuti per disperdere i manifestanti da piazza Catalogna, a Barcellona. Referti medici e registrazioni video hanno avvalorato le segnalazioni secondo cui la polizia ha picchiato con manganelli manifestanti apparentemente non violenti e ha sparato proiettili di gomma. Sembra che gli agenti non portassero numeri di matricola identificativi sulle uniformi.

L’8 giugno, il governo catalano ha dichiarato che non era necessario aprire inchieste sulle denunce di uso eccessivo della forza. Angela Jaramillo ha dichiarato che il 4 agosto, mentre si trovava da sola vicino alla manifestazione in via Castellana, a Madrid, un agente antisommossa l’ha colpita al volto e alle gambe. Un’altra donna che l’aveva aiutata ha detto di essere stata anch’essa colpita ripetutamente con i manganelli e di aver riportato ferite al collo, all’anca e alle gambe.

Entrambe hanno sporto denuncia contro gli agenti il giorno seguente. Il 17 ottobre l’Alta corte di Barcellona ha condannato due agenti della polizia municipale a 27 mesi di reclusione per aver torturato uno studente originario di Trinidad e Tobago, nel settembre 2006. Gli stessi due agenti erano stati coinvolti in un altro episodio all’inizio del 2006 e altri tre uomini avevano sporto denuncia per maltrattamenti contro di loro, ma le indagini erano state chiuse nel luglio 2007.

A gennaio, il governo catalano ha abolito il codice etico di polizia, che aveva recepito il “codice etico di polizia europeo”. Il comitato che aveva il compito di ricevere ed esaminare gli esposti presentati per la condotta degli agenti e di valutare il rispetto del codice etico da parte della polizia è stato sospeso. Motivo? La maggior parte dei suo membri si era dimessa. Nel frattempo la distanza tra ricchi e poveri si allarga violentemente, e questo inasprisce la rabbia collettiva.

Rubricare gli scontri di questi giorni come se si trattasse di un gruppo di violenti che bruciano cassonetti sarebbe troppo semplice. In piazza c’era gente comune, sessantenni che reggevano striscioni e intonavano slogan: «la terza età si unisce alla vostra lotta, minatori. Suerte». Una signora è stata bloccata dai poliziotti con le mani dietro alla schiena, mentre urlava: «Vergognati, potrei essere tua madre». C’è anche un gruppo di pensionati, gli “iaioflautas” (letteralmente: punk nonni) che da mesi contesta regolarmente il governo con megafoni e volantini. Hanno occupato autobus (per protestare contro l’aumento del prezzo del biglietto), ambulatori pubblici, banche. Spesso e volentieri si tratta di vecchi contestatori del regime franchista, che ora hanno scelto di ritornare in piazza. «Abbiamo lottato tanto per ottenere democrazia e benessere» dice uno dei loro slogan. «Non abbiamo intenzione di rinunciarci facilmente». 

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