26 Luglio Lug 2012 1322 26 luglio 2012

I banchieri di Londra sono scettici: “Quelle di Draghi? Parole”

I banchieri di Londra sono scettici: “Quelle di Draghi? Parole”

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LONDRA - Serviva un segnale. E questo è arrivato. Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha ribadito con forza che «la Bce farà qualunque cosa per preservare l’euro». Nessun riferimento a nuove operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-Term refinancing operation, o Ltro), taglio dei tassi d’interesse o altre misure straordinarie. Dalla Global Investment Conference nella City, Draghi non ha voluto rivelare quali sono le sue idee sulle armi da mettere in campo. Ha solo detto che ciò che ha in mente «sarà abbastanza». Eppure, di fronte all’eurozona ci sono sfide che sembrano insormontabili, almeno in questa struttura.

Non è della stessa opinione di Draghi buona parte della City londinese. «Talks are cheap», commenta senza giri di parole Sony Kapoor, numero uno del think tank ReDefine Europe. «I rischi di un deragliamento ci sono e ci saranno, perché la Spagna è diretta verso un pieno piano di salvataggio», dice Kapoor a Linkiesta. E come ha ricordato stamattina il think tank OpenEurope, una operazione di questo tipo su Madrid potrebbe costare fra i 450 e i 650 miliardi di euro, l’equivalente di un’estromissione triennale della Spagna dai mercati obbligazionari. «La via è questa», ha ricordato Raoul Ruparel, capo della ricerca economica di OpenEurope. Le chiacchiere sono poco costose, è vero, ma hanno il potere di ridare fiducia a mercati finanziari che l’hanno persa totalmente negli ultimi mesi. Non è un caso quindi che il principale indice azionario italiano, il Ftse Mib, sia schizzato in alto di oltre 4 punti percentuali dopo le dichiarazioni di Draghi.

Tuttavia, la reazione della City, dove parlava Draghi, è stata tiepida. «Cosa doveva dire? Che l’euro è finito? Che il progetto originario della moneta unica è completamente fallito?», si chiede un senior trader sulle valute di Threadneedle Investments. Stessa idea per uno dei gestori del fondo hedge Brevan Howard, uno dei maggiori al mondo. Il timore dei banchieri londinesi non è tanto che l’euro non venga salvato, quanto la velocità con cui questo processo sarà fatto. «I costi di un full break-up dell’eurozona sono incalcolabili, nessuno vuole provare a sfidare la sorte», dice a Linkiesta un funzionario della Financial services authority (Fsa), l’authority di vigilanza finanziaria britannica. Da mesi, sia la Fsa sia la Bank of England hanno messo in guardia il sistema bancario inglese su un possibile collasso dell’eurozona. Quasi tutte le istituzioni finanziarie hanno messo in piedi dei piani di contingenza per questa possibilità, che però rimane remota. Da HSBC ai Lloyd’s, passando per Barclays e Royal Bank of Scotland, le analisi su cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi sono state effettuate. E se è opinione comune che un collasso totale sia improbabile, dati i costi, così non è per una singola uscita. Sebbene Draghi abbia ribadito oggi che «non è possibile che un Paese esca dall’eurozona», il funzionario della Fsa ricorda che questa è una frase che si può leggere in un doppio senso. «È vero che, attualmente, non può uscire nessuno, ma nessuno sa che cosa potrebbe succedere entro fine 2013», ha sottolineato a Linkiesta. Infatti, il Trattato di Lisbona, a oggi, disciplina solamente l’eventuale secessione dall’Unione europea all’articolo 51 e non quella dalla zona euro. «Se ci fosse una riforma dei Trattati, come vorrebbe la Germania, allora l’uscita potrebbe diventare realtà», ha detto il funzionario dell’authority della City.

L’obiettivo era prendere tempo. E questo, per ora, forse è stato raggiunto. I rendimenti dei titoli di Stato di Italia e Spagna, i due Paesi più sotto i riflettori in questi giorni, hanno iniziato a contrarsi. I Btp decennali italiani sono tornati a ridosso del 6%, mentre i bond iberici sono scesi sotto quota 7 per cento. Allo stesso modo il prezzo dei Credit default swap (Cds), cioè le assicurazioni contro l’insolvenza di un asset, su Roma e Madrid ha iniziato la sua discesa. La sola idea che possa esserci l’attivazione di un qualche meccanismo di acquisto di bond governativi, che sia tramite la Bce o che sia tramite i fondi European financial stability facility (Efsf) o European stability mechanism (Esm), è bastata per iniziare un rally che ha dato respiro a Madrid e Roma.

Nel frattempo, però, ci ha pensato Citigroup a gettare un’ombra di sconforto all’eurozona. Nell’ultimo rapporto sulla crisi europea, il capo economista Willem Buiter ha detto che le probabilità che la Grecia possa uscire dalla zona euro nell’arco di 18 mesi sono salite al 90 per cento. Colpa della possibile instabilità politica, spiega Buiter. Eppure, dopo nemmeno due giorni dall’inizio della missione della troika (Commissione europea, Fondo monetario internazionale, Bce) sono stati approvati i tagli da 11,5 miliardi di euro necessari per l’erogazione della prossima tranche di aiuti. Mai nella storia del salvataggio di Atene era successo che si facesse così in fretta. Nonostante ciò, il ministro austriaco delle Finanze Maria Fekter ha detto che potrebbe esserci un meeting europeo straordinario su Atene entro fine agosto.

Citigroup non è la sola banca d’investimento che continua a essere convinta che l’eurozona sta andando verso il baratro. Infatti oggi la banca giapponese Nomura ha spiegato di aspettarsi che sia Italia sia Spagna possano chiedere un sostegno finanziario esterno nell’arco di alcune settimane. «Nonostante i tentativi di stabilizzazione da parte delle istituzioni europee, non ci sono abbastanza margini per evitare una soluzione che veda una richiesta di aiuti», hanno sottolineato gli analisti di Nomura. Colpa anche della riduzione, ai minimi storici, dell’esposizione dei Money market fund (Mmf) americani sulle banche europee. A fine giugno, come riportato da Fitch, gli investimenti hanno subito una contrazione del 33% su base mensile e ora l’esposizione verso l’eurozona è a quota 8 per cento. Mai stata così bassa.

Sebbene il discorso di Draghi abbia ridato un minimo di fiducia, il percorso rimane irto di ostacoli. «L’appuntamento che farà da spartiacque sarà il 12 settembre, quando la Corte costituzionale tedesca si esprimerà sullo Esm», fa notare Don Smith di ICAP Securities. L’approvazione è scontata e se non ci sarà bisogno, spiega Smith, è possibile che inizi il dialogo per dare allo Esm la licenza bancaria, per agire in supporto della Bce. «Ipotesi difficile - dice Smith - ma molto dipende da come si arriva a settembre, le aste spagnole in agosto sono tante e i rischi di vederle deserte sono elevati». L’impressione è che per Draghi, e per le azioni straordinarie della Bce, il momento della verità arriverà quanto prima.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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