26 Luglio Lug 2012 1741 26 luglio 2012

“Tasse umane e servizi”: la moda italiana sta in Svizzera

“Tasse umane e servizi”: la moda italiana sta in Svizzera

Hugo Boss

Sono allineate lungo l’autostrada che attraversa il confine con la Svizzera, supera Chiasso, si inoltra qualche chilometro fino a raggiungere le alture di Mendrisio. Sono qui, in un arco di nemmeno venti chilometri, le aziende dei grandi marchi della moda. In paesi dalle strade strette e ondulate, case basse, campi e qualche vigneto, capita allora che appaiano, d’improvviso, gli stabilimenti di Ermenegildo Zegna a Stabio, verso Gaggiolo (e pochi metri dal confine) o l’architettura complessa della sede della tedesca Hugo Boss a Coldrerio, di fronte a un negozio di brocantage e una strada poco battuta. Ma non solo: negli ultimi anni sono arrivati anche Tom Ford, Gucci, The North Face, Guess, un fiorire di grandi firme internazionali che ha invaso il basso Ticino. E dalle ceneri della moda e del gusto italiano nascerebbe, secondo alcuni, la nuova “Fashion Valley” svizzera. O di più: il nuovo distretto della moda, strappato al nostro paese.

«Vengono qui perché da noi hanno a disposizione servizi migliori», spiega a Linkiesta Franco Cavadini, presidente dell’associazione di categoria Ticino Moda e della Camera di Commercio ticinese. Che consistono in una «burocrazia efficiente, che ti assiste. E poi una giustizia veloce e snella, grande disponibilità da parte delle istituzioni». E poi «c’è una ragionevole tassazione, che offre soluzioni congrue ai bisogni di ciascuno», spiega. Per ragionevole, si parla di una tassazione che non supera il 25%. Un altro mondo, rispetto all’Italia. L’idea di formare un “distretto” della moda, poi, è sua: «Quello che cerco è proprio questo: le grandi aziende che trasferiscano qua le loro competenze, trovando e costruendo tutta la filiera, dall’inizio alla fine». Lui promuove la cosa, e molti, anche dall’Italia, lo seguono. Ma a ben guardare, della filiera manca un punto importante: la produzione. In Ticino ce n’è poca, anche includendo le piccole aziende «centenarie» che operano nel settore dell’abbigliamento, sempre di meno.

Cosa ancora più vera, soprattutto per quanto riguarda le grandi griffe. L’ultimo colpo che è balzato alle cronache risale a un mese fa, quando Gucci ha deciso di investire 40 milioni nella costruzione di un nuovo polo logistico vicino a Sant’Antonino, proprio sotto Mendrisio. Un grande hub, su un’area di 320mila metri quadrati, che sorgerà per la gestione delle merci, immagazzinamento e commercializzazione in tutta Europa e Asia. Dall’azienda tengono a precisare che Gucci è in Svizzera dal 1996 e che la scelta di aprire a Sant’Antonino, pertanto, non è diversa, dal punto di vista strategico, rispetto a quella fatta quindici anni fa. E aggiungono che «la nostra presenza in Ticino riguarda da sempre le funzioni commerciali direttive e logistiche. Non la produzione», spiegano a Linkiesta.

La produzione, ormai, è in gran parte delegata ad altri paesi, perlopiù in Asia. Ma la Svizzera, invece, presenta un grande vantaggio, rispetto all’importazione e alla logistica: funzionare da porto franco. Le merci extra-Ue che entrano nello spazio comunitario sono sottoposte a tassazioni che i produttori dovrebbero pagare subito. In Svizzera, invece, possono arrivare ed essere immagazzinate, senza bisogno di passare la dogana e senza, cioè, pagare nessuna tassa, prima di venire distribuite nel resto d’Europa. Anche per questo fiorisce l’attività logistica. «Noi cerchiamo di attirare aziende che fanno sì logistica, ma che impiantino attività ad alto valore aggiunto», spiega Stefano Rizzi, direttore del dipartimento dell’Economia del Canton Ticino a Linkiesta. Cioè «gestione marchi, ricerca e sviluppo, marketing, supply chain management». Un tipo di attività che, dal punto di vista lavorativo, «può interessare molto chi vive nel Cantone», dal momento che il dipartimento incentiva le aziende, «quando è possibile, ad assumere residenti», spiega.

In ogni caso, il quadro è più chiaro. Il “distretto” della Fashion Valley ticinese ha un’anima e un carattere logistici. Le grandi aziende cercano di sfruttare il fattore territoriale, dato dall’essere in un Paese extra Ue ma nel cuore dell’Europa. Per quelle italiane ci sono anche il fattore linguistico e la vicinanza al confine. Ma parlare di distretto, inteso nel senso tradizionale, non si può. Manca, al momento, la componente produttiva, e la sinergia tra grandi e piccole imprese, come nel modello italiano.

Di produttivo, al momento, ci sono gli stabilimenti di Ermenegildo Zegna. Ma è «un’azienda che ha scelto il Ticino più di trent’anni fa», spiegano i portavoce, «per motivi del tutto diversi rispetto a quelli che spingono adesso le aziende a emigrare». Una questione ancorata nella storia e legata all’instabilità sociale, ai rischi connessi dell’Italia degli anni Settanta. Zegna ha una sede nel tranquillo paese di Stabio: prima veniva usata come fabbrica, ora solo come base per uffici e direzione. Le sedi produttive, comunque, ci sono: una a Mendrisio e l’altra a Rancate. La manodopera? «Frontaliera, per la maggior parte. Si tratta di operai del varesotto e del comasco», Un affare per tutti: per l’azienda e per i lavoratori, che donano competenze sono italiane, con stipendi elvetici. 

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