27 Luglio Lug 2012 1709 27 luglio 2012

La politica si accorge solo ora che l’Ilva inquina

La politica si accorge solo ora che l’Ilva inquina

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Pierluigi Bersani, segretario del Pd: «Sono molto preoccupato per la sorte dell'Iva di Taranto. È decisivo che nel contesto delle iniziative della magistratura sia possibile mantenere l'attività produttiva e l'occupazione del più grande stabilimento siderurgico d'Europa».

«Il provvedimento con cui la magistratura ha disposto il sequestro dell’Ilva lascia sconcertati», ha detto Raffaele Fitto, deputato Pdl ed ex ministro per gli affari regionali.

«Sono profondamente scosso per il clima di profonda tensione sociale che sta montando in queste ore a Taranto», parole di Sergio Blasi, segretario regionale Pd della Puglia.

«Quanto sta accadendo a Taranto è un vero e proprio terremoto sociale, dai drammatici effetti socio-economici del tutto paragonabili alle tragiche conseguenze dei terremoti». Lo scrive in una nota il presidente Udc rocco Buttiglione.

Ma come mai la politica è “preoccupata”, “allarmata”, “sconcertata”, solo oggi? Dov’era fino all’altro ieri? Facciamo un passo indietro.

Scena prima: in un tribunale assediato da centinaia di ambientalisti si è svolto il primo incidente probatorio nella storia procedurale contro l’Ilva di Taranto. Lo scorso marzo i chimici, nominati dal giudice e quindi “terzi” rispetto a difesa e accusa, hanno scritto nero su bianco quello che esce dai camini dell’acciaieria più importante d’Italia. In pratica nelle 500 pagine di documentazione si attesta chiaramente che i livelli di diossina e Pcb (policlorobifenili) rinvenuti negli animali abbattuti e accertati nei terreni circostanti l’area industriale di Taranto sono riconducibili alle emissioni di fumi e polveri dello stabilimento Ilva. Molti applaudirono felici perché la loro tesi era giusta, qualcuno non lo fece e contestò la perizia, qualcun altro rimase in silenzio.

Scena seconda: qualche settimana dopo, altra perizia indipendente, questa volta epidemiologica. Numeri ancora più pesanti: in 13 anni sarebbero da imputare all’Ilva 386 decessi totali, 237 casi di tumore maligno, 247 eventi coronarici, 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (in gran parte tra i bambini), 17 casi di tumore maligno in età pediatrica. Molti applaudirono ancora, l’Ilva fece scrivere sui giornali che quelle perizie non erano attendibili, senza peraltro contestarle in aula; qualcun altro rimase in silenzio.

Nella terza scena tutti si allarmano, sono preoccupati, o sconcertati: il gip Patrizia Todisco, in seguito alla chiusura delle indagini preliminari, ha indagato otto dirigenti, tra cui il patron dell’Ilva, Riva, e suo figlio, e ha stabilito la chiusura dei sei impianti che costituiscono l’area a caldo. Da ieri gli operai sono in piazza, hanno bloccato la città, urlano contro gli ambientalisti, e il clima che si sfiora è da guerra civile. Anzi, da guerra dei poveri: chi teme di ammalarsi contro chi teme di perdere per sempre il lavoro. Tutto parlano: dichiarazioni del presidente della regione, dei capi di partito, degli industriali, ministri, parlamentari che qui hanno il collegio elettorale e anche chi a Taranto ci veniva solo per mangiare le cozze.

Parlano oggi, a terremoto avvenuto, per dirla alla Buttiglione. «Quanto è accaduto era decisamente prevedibile. Le perizie parlavano chiaro e con quei numeri la magistratura non poteva far altro che intervenire. Non avrebbe mai potuto lasciare che si continuasse a inquinare e a uccidere. Nessuno ha agito prima, ora questa è la conseguenza». A parlare non è un ambientalista della prima ora ma il professor Luca Masera avvocato e legale che segue il comune di Taranto nel procedimento penale. «I chimici nelle loro 500 pagine arrivavano anche a dire cosa avrebbe potuto fare l’azienda per limitare le emissioni. Era lì, sotto gli occhi di tutti. Ma l’azienda non ha mosso un dito e anzi sui giornali ha criticato lo studio egli esperti. Adesso quest’azione della magistratura dovrà servire a correre ai ripari». Come dire: magari il riesame aggiusterà il tiro annullando l’atto di sequestro, però è stata indicata una verità processuale. L’Ilva inquina. Cosa fare?

Affrontare e risolvere il problema in un anno si può. Può bastare un mese e mezzo al ministro per l’Ambiente Clini per riaprire e chiudere la procedura di autorizzazione ambientale integrata (Aia), dotarla di parametri più stringenti di quelli inclusi nell’Aia firmata dall’allora ministro Prestigiacomo, e in un anno l’Ilva, investendo dei capitali, potrà adeguare emissioni e scarichi alla normativa. La ricetta è di Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, esperto di insediamenti industriali. «Le acciaierie non sono certo campi di margherite – ci dice – ma in Germania e negli Stati uniti non sono così impattanti».

Ed ecco che torna in campo la politica: avrebbe dovuto costringere l’industriale a rispettare le leggi. «Quando la Puglia stava per approvare la legge regionale che obbligava l’Ilva a emettere diossine nell’ordine di 0,4 nanogrammi al metro cubo invece che 10, Riva diceva che era impossibile, che era un limite irrealizzabile. Ma la legge è passata, loro sono stati obbligati a seguirla e ce l’hanno fatta. Ecco cosa è mancato in Puglia: la volontà politica di disinnescare questa bomba». E a proposito: quella è stata definita da tutti una buona legge regionale, scritta grazie all’apporto del professor Alessandro Marescotti di Peacelink che ci racconta: «In fase di approvazione qualcuno cancellò quella parte in cui si diceva che nei fumi deve esserci il 15,5% di ossigeno. Sembra un tecnicismo ma non lo è: se la percentuale è maggiore, vuol dire che quei fumi sono stati diluiti. E allora i valori delle sostanze nocive possono cambiare».

In sostanza, tutto quanto adesso l’Ilva dovrà eseguire in fretta, secondo quanto riportato nelle disposizioni del gip, avrebbe potuto farlo prima, con più calma. «L’Aia concessa dalla Prestigiacomo era una vergogna. Aveva le maglie talmente larghe che l’impressione era che fosse stata scritta da Riva in persona – spiega Ciafani – Ma l’Ilva volle opporsi anche a quel provvedimento. Clini ha dichiarato che bisogna riaprire l’Aia per l’Ilva: il proprietario dell’impianto avrebbe potuto cogliere l’occasione e adeguarsi alle normative, ma non è accaduto. Adesso dovrà farlo, anche se il Riesame dovesse stabilire di riaprire i reparti, quegli interventi costosi devono essere attuati, anche per dare un segnale alla magistratura».

La politica è oggi preoccupata per i posti di lavoro. Ma perché non preoccuparsene prima che arrivassero i sigilli? «Abbiamo firmato un protocollo per la bonifica proprio ieri», ci è stato risposto dal ministero dell’Ambiente. Peccato però che quei 336 milioni stanziati non sono per ridurre le emissioni ma per bonificare quanto è già inquinato: i suoli, le falde, i mari di Taranto. È per pulire quanto è contaminato e nulla si propone di fare per evitare che si continui a diffondere veleno. «L’intervento necessario riguarda il futuro – ci dice Ciafani e in altri paesi è stato fatto». Anche in Italia.

Porto Torres era un buco nero in Sardegna. Oggi non è certo un eden, ma sulle ceneri della vecchia raffineria sta per nascere un polo di bio-raffineria che, utilizzando materiali naturali di scarto, produce plastiche. Eni e Novamont hanno investito in ricerca industriale, cosìs un’area potenzialmente depressa è oggi in piena trasformazione. E può guardare al futuro. 

* redattrice di Metro

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