14 Agosto Ago 2012 1642 14 agosto 2012

Gli Usa sono un paese per le sparatorie

Gli Usa sono un paese per le sparatorie

Usa

Un agente di polizia, un passante e l’uomo che aveva aperto il fuoco per primo. Sono le vittime dell’ultima sparatoria d’America, i morti di ieri pomeriggio a College Station, cittadina del Texas. La casa da cui Thomas Caffall, 35 anni, ha iniziato a sparare, è a due isolati dalla A&M University. Ma questa volta l’università, la follia omicida che spesso colpisce nei campus, non c’entra niente. C’entra la perdita di una casa, perchè la polizia si era presentata a consegnare all’uomo un avviso di sfratto. E c’entrano, ovviamente, le pistole.

Tutti si chiedono cosa stia succedendo negli Stati Uniti, quale sia la causa di tante vittime in così poco tempo. I morti in quelli che qui chiamano “mass shootings”, sparatorie di massa, sono 22 nelle ultime tre settimane. Alle 12 vittime del cinema in Colorado sono seguiti i sette morti del tempio sikh in Wisconsin e ora i tre del Texas. C’è una ragione particolare, un comune denominatore sotto tanta violenza? La risposta è semplice, ed è no. No perchè questa, in America, è la normalità. No, perchè lo dicono i numeri.

La Brady Campaign è un gruppo che si batte per un maggior controllo della vendita di armi e, tra le altre attività, compila un elenco delle sparatorie con almeno tre vittime tra morti e feriti, aggiornato a ogni episodio. Basta consultare l’elenco per rendersi conto della loro frequenza. Questi, ad esempio, i dati dei morti dal 9 giugno al 9 luglio:

9 giugno, 3 morti in una residenza universitaria di Auborn, Alabama;
20 giugno, 3 morti all’uscita di una discoteca di Houston, Texas;
1 luglio, 1 morto in una sparatoria a Chicago, Illinois;
2 luglio, 1 morto in una lite ad una festa in casa a Seattle, Washington;
9 luglio, 3 morti ad un torneo di calcio a Dover, Delaware.

Sono quindi 11 i morti nel mese precedente le ultime settimane. Non cambia molto, e ad andare indietro nelle statistiche si scopre che in America si spara e si muore sempre. 

Il 30 maggio, ancora a Seattle, un uomo è entrato in un caffè e ha aperto il fuoco uccidendo quattro persone. Il 1 maggio a Gilbert, in Arizona, in seguito a una lite familiare un uomo ha ucciso la sua fidanzata e altre tre persone. E così via, in una lista senza fine. Negli Usa morire per un colpo di pistola è cosa comune, e il Paese si trova ogni giorno a leccarsi le ferite aperte dalla mano dei suoi stessi cittadini.

Del resto gli Stati Uniti hanno già visto quattro presidenti in carica essere uccisi a colpi di un’arma da fuoco: Abraham Lincoln nel 1865, James Garfield nel 1881, William McKinley nel 1901 e John Fitzgerald Kennedy nel 1963.

Ci sono stragi che fanno più scalpore di altre perché palesemente ingiustificate, o per l’elevato numero delle vittime. Quello della prima di Batman ad Aurora, ad esempio, ha riaperto il dibattito sul possesso di armi. Editoriali sui quotidiani, scontri nei talk show televisivi, appelli al presidente Obama e allo sfidante Romney per inserire il tema delle armi nel dibattito della campagna elettorale, come quello lanciato dalla Brady Campaing. Ma finora nessuna risposta concreta. 

Romney, da buon repubblicano, ritiene che irrigidire le norme sul possesso di pistole e fucili non porterebbe a meno casi di violenza. Mentre Obama resta sulla difensiva. «Esaminerò nuove soluzioni per ridurre la violenza», queste le sue parole dopo i sette morti del Wisconsin. È chiaro che a meno di tre mesi da un confronto elettorale molto incerto il presidente non vuole rischiare di impantanarsi in un terreno difficile come quello del possesso di armi, protetto dal secondo emendamento alla costituzione americana per cui ogni cittadino ha diritto a possedere un’arma a scopo di difesa personale.

La terza e ultima faccia della questione, dopo i morti e le pistole, sono i soldi, perché il giro d’affari che sta dietro alle armi è impressionante. Per la Cnn in America ci sono 5.400 produttori di armi e tra i civili americani circolano 310 milioni di armi da fuoco. Tante armi significano ricavi per chi le vende, e naturalmente per chi le produce. Ma anche denaro che finisce nelle casse dei partiti.

Il Center for Responsive Politics, un gruppo di ricerca che monitora la spesa delle lobby a Washington, calcola che solo nel 2010 le organizzazioni per la libera circolazione di armi hanno speso 5.800.000 dollari in lobby, contro i 280.000 dei gruppi a favore di un maggiore controllo. La differenza è netta, i “gun rights” spendono 21 volte in più dei “gun control”.

È difficile, quindi, immaginare che qualcosa cambi nel breve periodo. Anche perché, denaro e interessi particolari a parte, gli americani amano le loro armi. Un sondaggio di Gallup del 2011 parla chiaro: negli ultimi 20 anni la percentuale di cittadini che vorrebbero inasprire le norme sulla vendita di armi è diminuita in modo consistente, dal 78 al 44 per cento. Al contrario, sempre più persone ritengono che queste norme vadano semplificate: si va dal 19% del 1990 al 54% del 2010. Gli americani a favore delle pistole libere hanno superato quelli per un maggiore controllo, 54% contro 44% appunto. 

Più armi per essere più sicuri, sembra questa la ricetta vincente. E neanche a farlo apposta, ieri sera su Nbc ha preso il via il reality “Stars earn stripes”, in cui un gruppo di personaggi famosi viene allenato da militari a combattere come loro. A colpi di mitragliatrice. 

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