1 Settembre Set 2012 1138 01 settembre 2012

Solo la stampa italiana non si indigna per il monumento a Rodolfo Graziani

Solo la stampa italiana non si indigna per il monumento a Rodolfo Graziani

Graziani

La stampa internazionale ha rilanciato più volte negli ultimi giorni la notizia dell’inaugurazione l’11 agosto scorso ad Affile (a poca distanza da Roma) del monumento dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani (nato l’11 agosto 1882 a Filettino e morto l’11 gennaio 1955 a Roma), sepolto nel comune laziale del quale era originario il ramo paterno della sua famiglia. Dopo una carriera militare costruita quasi interamente nelle guerre coloniali d’Italia, dove si macchiò di gravissimi crimini al punto di guadagnarsi il titolo di “macellaio” d’Etiopia, Graziani finì la sua “carriera” come ministro della Difesa della Repubblica sociale italiana, rendendosi responsabile della condanna a morte di renitenti alla leva e partigiani, crimini per i quali venne condannato nel 1948 a 19 anni di carcere (17 dei quali gli furono poi condonati).

Non stupisce dunque lo sdegno, misto a incredulità, dei pezzi apparsi su testate quali The New York Times, El Paìs e BBC, che hanno condannato un’operazione dal sapore revisionista con l’intento di riabilitare la memoria di uno dei personaggi più sanguinari del trascorso regime fascista e del colonialismo italiano. Stupisce e preoccupa invece lo scarso interesse dedicato alla vicenda dalla stampa nazionale, che ha relegato la notizia a una posizione marginale, soffermandosi più sul possibile sperpero di fondi pubblici in tempi di crisi economica per un manufatto che sarebbe costato 160 mila euro, piuttosto che interrogarsi seriamente sull’ineludibile portata politico-culturale di una simile iniziativa: un certo ottundimento dunque della società italiana che sembra fare da contraltare al clamore suscitato sulla scena internazionale e confermare quel rapporto controverso con il nostro passato coloniale.

Il monumento di Affile dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani

Se infatti Graziani venne condannato per i crimini perpetrati contro i partigiani italiani, fu in colonia che commise una sequela infinita di atrocità contro patrioti libici ed etiopici in particolare. In Libia Graziani portò a termine la “pacificazione” della colonia nel 1931 al prezzo di massacri, torture, fucilazioni e l’impiego di armi chimiche, oltre alla deportazione di 100 mila civili dalla Cirenaica ai campi di concentramento costruiti nella regione desertica della Sirte da dove molti non fecero mai ritorno. Al tempo si parlò di sterminio, poi c’è chi ha utilizzato il termine genocidio. Trasferitosi nel Corno d’Africa ai tempi della seconda guerra italo-etiopica che culminò con proclamazione dell’Impero fascista e la costituzione dell’Africa orientale italiana nel 1936, Graziani pianificò l’utilizzo estensivo di armi chimiche proibite, come le bombe all’iprite, sganciate dal cielo contro i patrioti etiopici e, una volta divenuto secondo viceré d’Etiopia, lasciò che, a seguito del fallito attentato contro la sua persona il 19 febbraio 1937, i fascisti per tre giorni si lasciassero andare a una violenza collettiva senza freni: furono colpiti mortalmente i giovani patrioti dei Leoni neri, l’elite istruita della società etiopica e il suo clero nel vano tentativo di azzerare la resistenza al dominio italiano. 

Non a caso fu il governo etiopico, dopo la liberazione nel 1941, a inserire il nome di Graziani nella lista dei dieci criminali di guerra italiani indirizzata alla War Crimes Commssion delle Nazioni Unite, senza però ottenerne mai l’estradizione e l’incriminazione. La nuova Italia repubblicana processava così Graziani per i crimini contro la resistenza italiana, ma poteva evitare di fare i conti con i crimini commessi in colonia non tanto o non solo dal fascismo, ma dall’Italia colonialista nel suo complesso.

Questa in estrema sintesi è la persona alla quale la giunta di centro-destra del comune laziale rende omaggio, presentandola sul proprio sito web come uno dei «personaggi illustri di Affile», dove Graziani trascorse la prima infanzia e gli ultimi anni di vita. A leggere la nota biografica online a cura di Giovanni Sozi che dipinge Graziani come colui che, «interprete di avvenimenti complessi e di scelte spesso dolorose, seppe indirizzare ogni suo agire al bene per la patria attraverso l'inflessibile rigore morale e la puntigliosa fedeltà al dovere di soldato», non rimane che constatare con grande amarezza come decenni di ricerca storica sul fascismo e sul colonialismo italiano non abbiano che scalfito il mito degli “italiani brava gente”. Intorno alla pagina africana della nostra storia nazionale permangono come cristallizzate memorie rimosse, spesso latenti e ancora oggi diversificate. In effetti anche chi in questi giorni si è giustamente levato contro questa operazione istituzionale di revisionismo storico aveva spesso in mente la guerra partigiana piuttosto che quelle coloniali.

A una mancata decolonizzazione delle memorie hanno contribuito rimozioni istituzionali e silenzi autorevoli se si considera che fino a tutti gli anni Settanta continuarono ad insegnare nell’Accademia italiana docenti di storia coloniale formatisi sotto il dominio fascista o i loro allievi. Eppure ancora oggi che le ricerche storiche hanno ormai indagato senza compiacimenti e compromissioni quel sistema di sfruttamento, razzismo e violenza che fu il colonialismo italiano, evidentemente proprio i risultati di quelle ricerche non si sono riversati nella società italiana.

L’apologia del criminale Graziani è solo l’ennesimo indice di un quadro più complesso nel quale si inscrive anche la partecipazione dell’Italia all’intervento militare internazionale contro il regime di Muammar Gheddafi nel 2011, proprio in quel Paese dove l’Italia e Graziani commisero alcuni dei loro crimini peggiori e per di più nel centenario della prima guerra di Libia quella che, dopo aver impegnato il Regno d’Italia contro l’allora Impero ottomano tra il 1911 e il 1912, continuò contro la resistenza libica fino al 1931, divenendo la più lunga guerra della nostra storia unitaria. Se siamo tornati senza complessi a bombardare l’ex colonia, ridotta per “ragioni umanitarie” a un Iraq qualunque, non ci si può stupire troppo per quel che è accaduto ad Affile e occorre riflettere attentamente sulla mancanza nella società italiana di una dimensione postcoloniale della propria storia nella quale con tale aggettivo non si vuole intendere tanto il periodo temporale successivo alla fine del dominio diretto in Africa, ma piuttosto la capacità di (ri)elaborare il presente alla luce proprio di quel passato.
 

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