16 Settembre Set 2012 1901 16 settembre 2012

Hamid: “Anche Wall Street ha i suoi fondamentalisti”

Hamid: “Anche Wall Street ha i suoi fondamentalisti”

Mohsin Hamid Interview Pic

Lo vediamo con triste ripetività: da Davos a Cenobbio, le élite non producono più idee. Anzi c'è un rischio connesso a questo: che gli ultimi fondamentalisti rimasti «siano a Wall Street». «È ovvio, le élite non hanno interesse a produrre idee che per essere tali in questa fase minerebbero i loro privilegi. Anch'io ne faccio parte, ma solo una pressione dal basso, solo con la gente che scende per strada e si fa sentire, potrà spingere le élite a riformulare i modelli in cui abbiamo vissuto finora». Moshin Hamid, nato nel 1971, è uno scrittore pachistano. Dal suo libro The Reluctant Fundamentalist è stato tratto il film d'apertura della mostra di Venezia diretto da Mira Nair con Kate Hudson e Kiefer Sutherland. Ma la sua vita è già un libro: nato in Pakistan, ha vissuto in California, ha preso una laurea con lode a Princeton, dove ha studiato con Toni Morrison, e ha poi continuato a Harvard con una specializzazione in diritto. Da lì è passato a McKinsey, la società di consulenza, dividendosi fra New York e Londra. Qui ha lavorato per anni, per lo più con un part-time, per ripagarsi gli studi. Trovando infatti l'ambiente noioso, e, avendo sempre amato scrivere, in quegli anni ha è nato il suo primo romanzo Moth Smoke. Da cui è nata la sua carriera con la penna in mano. Ora è tradotto in oltre 30 lingue e suoi racconti sono usciti su Granta e la Paris Review ma ha scritto anche per il Guardian, il New York Times e la New York Review of Books.

Ma torniamo a quel vuoto metodico delle èlite. Lo vediamo tutti i giorni: «nel momento di peggiore crisi del sistema, le idee vengono a mancare. Ma è ovvio se si pensa all'enorme processo redistributivo che andrà compiuto. Qui c'è un'élite che si è arricchita enormemente per anni e che ora deve gestire un passaggio complesso per cui il giardinierie di Lahore dovrà vivere come quello di Milano, dove l'accesso di milioni di persone all'istruzione in India e in Cina modifica e modificherà fortemente la distribuzione delle risorse». Il problema è che, per portare a compimento questo processo di redistribuzione, non è solo il panorama teorico che è carente, ma anche quello strutturale.

Prendiamo una data come oggi (11 settembre, giorno in cui si svolge la conversazione, ndr). Undici anni fa è stata dichiarata la prima guerra di un privato contro uno Stato. Un privato che, con dei coltellini, ha trasformato degli aerei in missili dando vita anche alla prima guerra senza una linea del fronte. Non è riuscito a produrre una razionalità diversa dalla nostra, non ha inventato nulla, ce l'ha semplicemente ritorta contro. Da quel punto in poi in molti preconizzarono un ritorno alla grande del potere dello Stato, un po' come accade ora davanti al fallimento del modello economico. «Se vogliamo - replica Hamid- anche l'uccisione dell'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo fu una guerra lanciata da un privato ma più in generale ci sono varie similitudini fra l'inquetudine di quell'inizio secolo e di questo». Tuttavia, dice, questi fenomeni non sono sufficienti per una restaurazione del potere centrale. «Perché lo Stato si è ripreso dopo le Torri Gemelle parte dei suoi poteri, con un maggior controllo delle frontiere, con un'intensa attività di spionaggio sulle nostre comunicazioni, con una serie di poteri di law enforcement che non aveva prima». Però «appare sempre più chiaro che lo Stato-nazione non è la forma giusta per risolvere i problemi del mondo interconnesso che invece necessita di soluzioni a livello più globale». 

Un momento della presentazione del film a Venezia 

Se pensiamo però alla grandi organizzazioni globali come le Nazioni Unite «ci troviamo davanti a un'archittetura assurda dove siedono Paesi piccoli come la Francia ma non quelli grandi come il Brasile» (e dove per altro, aggiungiamo noi, la Francia è riuscita nel miracolo di farsi passare per vincitrice della seconda guerra mondiale). Ma, dice Hamid, «ora siamo bloccati» fra grandi democrazie come gli Stati Uniti «che sono democratiche all'interno ma non verso l'esterno», e lui che è pakistano sa cosa dice quando si esprime così, e paesi come la Cina che sono più democratiche verso l'esterno (vedi la politica cinese di non-ingerenza in Africa) che verso l'interno. 

Il sogno dello scrittore sarebbe quello di abolire il Consiglio di Sicurezza e sostituirlo con un'assemble elettiva, anche per porre rimedio all'assurdità che il presidente Usa venga eletto da votanti che lo selezionano su tematiche locali quando l'impatto delle sue decisioni è globale. Hamid non spiega però se l'utopia di cui parla sia utopia nel senso di "luogo felice " o di "non luogo" ( a seconda della radice greca che si preferisce).  Spiega invece il senso di dolore a vedere i soldati Usa nel vicino Afghanistan anche se la loro imminente dipartita «lascia un pericoloso vuoto di potere» quella resta «una guerra sbagliata, interventi come quelli sono sempre un disastro». E poi il tema del fondamentalismo non può essere ridotto all'Afpak, a quella polveriera che è la regione fra Afghanistan e Pakistan.

No, il fondamentalismo non è solo quello. Proprio Mira Nair presentando il film a Venezia ha parlato dei «fondamentalisti di Wall Street». E Hamid concorda, almeno in parte: «Ci sono diversi tipi di fondamentalismo e possiamo definire il fondamentalismo come un set di credenze a-priori la cui correttezza non è radicata in un senso di compassione per chi soffre. Il capitalismo di per sé non è una cosa terribile, anzi, ma è chiaro che diventa fondamentalismo quando diventa un dogma, quando solo pochi ne traggono vantaggio e non ci si occupa di ciò che questa mentalità distrugge». È tardi, Moshin Hamid deve andare, ma non prima di chiedergli se per il film tratto dal suo libro valga quello che, secondo la leggenda, Nabokov disse del Lolita di Kubrick («è più bello del mio libro»). Si può dire anche per il film della Nair? La risposta è abile: «Il libro e il film sono come due gemelli». 

Twitter: @jacopobarigazzi

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook