20 Settembre Set 2012 1352 20 settembre 2012

“Expo 2015, le opere connesse non arriveranno in tempo, ma la vera sfida è il dopo”

“Expo 2015, le opere connesse non arriveranno in tempo, ma la vera sfida è il dopo”

Cantieri

Il conto alla rovescia è cominciato. Per il taglio del nastro di Expo 2015 mancano meno di mille giorni. Il tempo stringe. La società addetta alla realizzazione della piastra è al lavoro. Ma molte cose sono ancora da chiarire. Come: cosa rimarrà di quel milione di metri quadrati una volta che saranno smontati i padiglioni? E ancora: quanto ritardo abbiamo accumulato. «I tempi sono stretti», risponde Giuseppe Sala, amministratore delegato di Expo 2015 spa, la società che gestisce la realizzazione dell'evento, «ma ce la faremo». Qualche passo indietro, invece, sarà fatto sulla realizzazione delle infrastrutture previste. «Con molta probabilità», dice Sala, «non si arriverà alla realizzazione di tutte queste opere entro il 2015».

Dottor Sala, partiamo dai finanziamenti, che sono il tasto dolente di Expo 2015. Qual è la situazione attuale?
Anzitutto dobbiamo distinguere tra la nostra società, che gestisce solo la realizzazione dell’evento, e gli enti pubblici che hanno comprato i terreni e hanno progettato la realizzazione collaterale di infrastrutture. Nel nostro caso, la copertura dei costi non è un problema. Noi abbiamo un budget di 1 miliardo e 300 milioni di euro, di cui 833 milioni vengono erogati dal governo. Nessuno ha mai messo in discussione la tenuta dei finanziamenti, né sono mai diminuiti. Anzi, le nostre spese rientravano pienamente nell’ottica della spending review e io stesso ho ridotto i costi di 300 milioni di euro per servizi e progetti che non ritenevo indispensabili.

E gli enti pubblici?
A essere molto in difficoltà è la Provincia di Milano, che ha necessità di ridurre la quota dei suoi finanziamenti destinati a Expo 2015 spa, ora al 10 per cento. A dire la verità, il governo, che dovrebbe coprire il 30%, in realtà garantisce una copertura del 60 per cento. Quindi per noi i soldi non sono un problema.

In ogni caso, state cercando un partner bancario che garantisca liquidità alla società.
La nostra è una società che ha enormi costi ora, ma che farà gli utili solo a partire dal 2015. Lavoriamo quindi con una scopertura di cassa. È per questo che stiamo cercando un partner bancario al quale offriamo opportunità come ad esempio mettere i pos nel sito dell’esposizione e al quale chiediamo tre cose: la capacità di affrontare un evento come l’esposizione universale del 2015, un finanziamento di 20 milioni di euro cash e la disponibilità a erogare subito questi soldi per coprire i nostri costi. È per questo che a inizio ottobre ci sarà una gara per cercare questo partner.

E sul fronte degli investimenti da parte dei privati?
Il nostro obiettivo ora è raccogliere 200 milioni di euro di investimenti entro fine anno. In quattro gare, abbiamo raggiunto quota 150 milioni, firmando contratti con quattro grandi partner industriali e tecnologici: Telecom, Cisco, Accenture ed Enel. Il primo accordo è stato con Telecom, che si è aggiudicata la gara per fornire le infrastrutture, tecnologia e cash per un valore di 43 milioni di euro. In questo modo, se Telecom fa la rete per la banda larga nel sito, non devo farla io. 

Dal 2008 in poi, però, da quando Milano si è aggiudicata l’evento, Expo ha perso molti pezzi. Non solo in termini di poltrone, ma anche in termini di progetti da realizzare. Complice anche la crisi economica. 
In realtà, dell’evento in sé non è cambiato nulla. Per quanto riguarda le opere connesse, invece, molte aspettative si sono ridotte. Con molta probabilità, non si arriverà alla realizzazione di alcune di queste opere. Ci sono molti ritardi nelle realizzazione delle infrastrutture. Dal mio punto di vista, che mi occupo della realizzazione dell’evento, è importante per esempio che vengano potenziati i treni della linea M1 per arrivare al polo fieristico. E per questo sono già stati stanziati 300 milioni di euro. 

Dal 2008 a oggi, a Milano è cambiata anche l’amministrazione comunale. Crede che Letizia Moratti abbia fatto degli errori nella gestione di Expo?
Anzitutto bisogna riconoscerle il merito di essersi aggiudicata un evento di questo tipo, che non è una cosa di poco conto. Poi, certo, bisogna sempre tarare le aspettative. Probabilmente all’inizio c’erano aspettative troppo alte in termini della ricaduta sul territorio. Oggi quello che si percepisce è che l’asticella delle aspettative si è abbassata. Eppure 96 Paesi hanno già aderito. E continuiamo ad aspettarci 20 milioni di persone in termini di presenze. 

E la nuova giunta sarà in grado di gestire l’esposizione universale? Come giudica le dimissioni iniziali di Pisapia da commissario Expo?
Da quando si è insediato a palazzo Marino, Pisapia ha sempre difeso e appoggiato Expo. Con un impegno personale altissimo, soprattutto nella realizzazione dei cluster di prodotti. L’Expo, poi, è un momento di grande creatività. Non si può dire se si sta facendo bene o male. E anche le stesse dimissioni da commissario sono sintomo di grande onestà: Pisapia, come primo cittadino, ha troppi impegni e quindi ha bisogno di aiuto. È rimasto commissario, non si è tirato indietro, ma ha chiesto l’aiuto di altre persone come Giovanni Maria Flick, che insomma, non mi sembra per niente male. 

Altra questione spinosa: gli appalti. Con tutti i rischi connessi alle infiltrazioni delle organizzazioni mafiose. Per questo la società Expo 2015 spa e la prefettura di Milano nel febbraio 2012 hanno firmato un Protocollo di legalità. Che sembra già esser stato inficiato dal primo appalto per lo sbancamento.
Anche qui bisogna fare una distinzione tra Expo e le opere connesse. Nel caso dell’evento in sé, è molto difficile che ci siano infiltrazioni. Per le opere connesse, invece, potrebbe diventare più difficile controllare tutta la catena dei subappalti. D'altronde in Italia, quante società non sono coinvolte in qualche indagine? Nel caso della prima gara e dell’assegnazione del primo appalto per lo sbancamento del sito, assegnata alla società Cmc di Ravenna, la procura di Milano ha aperto una indagine, ma per questioni precedenti che riguardavano la società stessa. Noi abbiamo escluso la società, hanno fatto ricorso e il Tar ci ha dato torto e ci ha detto che la Cmc deve continuare a lavorare. La seconda gara, quella per la costruzione della piastra su cui poi verranno costruiti i padiglioni, è stata aggiudicata dalla società Mantovani spa. Ci saranno ancora altre gare per aggiudicare la realizzazione di singoli manufatti. 

Però il principio del massimo ribasso per le gare di aggiudicazione degli appalti sembra pericoloso. L’offerta vincitrice della Cmc è risultata più bassa del 40% rispetto alla base d’asta.
Questo principio è stato utilizzato per la prima gara, quando c’era una contingenza di tempo. Ma non è stata più utilizzata. 

Dagli appalti ai lavori. A che punto siamo?
Dopo lo sgombero, le aree sono state consegnate alla Mantovani per la realizzazione della piastra. La tempistica che ci hanno assicurato è di 600 giorni di lavoro. Entro il 2013 dobbiamo consegnare i lotti ai Paesi partecipanti, sui quali poi ciascun Paese deve realizzare il suo padiglione. La Mantovani si occuperà poi dell’acqua, delle tende ecc. In questi lavori, il 56% dell’area deve rimanere verde in base alle direttive comunali. Quindi non ci sarà una totale cementificazione come si dice.

Quanto ritardo abbiamo accumulato?
Non ci sono ritardi. Certo, i tempi sono tirati. Ma tecnicamente ci rientreremo. D’altronde abbiamo concordato delle date specifiche con il Bie dalle quali non si può sfuggire.

E per il padiglione italiano?
Di questo bisogna chiedere alla Bracco, che è il commissario del padiglione italiano dopo le dimissioni di Roth. Per noi l’Italia è un cliente come gli altri alla pari della Germania. 

In questi giorni a Milano si parla tanto di allarme sicurezza. Che tipo di progetti ci sono per garantire la sicurezza a Milano nel corso di Expo?
Ci stiamo lavorando, coordinandoci con il questore e il prefetto. Sono eventi complessi, che devono essere gestiti da forze di governo centrale e coordinate centralmente. 

Torneranno i militari a Milano per garantire la sicurezza sul modello delle Olimpiadi di Londra del 2012?
Questo non glielo so dire. Non sono io a deciderlo.

E cosa rimarrà di quel milione di metri quadrati una volta che saranno smontati i padiglioni? C’è già un progetto?
Dal nostro punto di vista, stiamo lavorando per lasciare l’area adatta a qualsiasi tipo di destinazione. Con la banda larga in primis, ad esempio. Noi lì stiamo in pratica facendo una simulazione di smart city. Ma da qua a dire che cosa ci sarà dopo il 2015, con la crisi del mercato immobiliare che abbiamo di fronte... mi metto nei panni del sindaco e degli enti pubblici e capisco come sia difficile fare progetti. Nel post delle altre esposizioni universali, alcune volte è rimasto poco, in altri casi, invece, è stata fatta una buona riconversione. Nel caso di Milano si parla della realizzazione della cittadella della giustizia, che ormai è diventato il tormentone. Si è parlato anche dello stadio dell’Inter, di un centro di sviluppo sostenibile o addirittura del nuovo polo degli uffici della Rai. Ma quanto sarà difficile spostare tutti i giornalisti dal centro, da corso Sempione, a Rho? D’altro canto, la società Arexpo, composta da enti pubblici, ha pagato per comprare i terreni e sarà obbligata a farne qualcosa, altrimenti potrebbe essere anche accusata di danno erariale. 

In ogni caso, Expo non è importante solo per l’evento in sé, quanto per le ricadute sul territorio.
Certo, Milano con Expo deve fare un salto di qualità. Deve diventare una città internazionale e offrire il suo miglior volto. Uno dei principali problemi che la città deve risolvere ancora non è tanto il traffico quanto l’inquinamento. 

Sul tema di Expo, invece, “Nutrire il pianeta”, sembra non ci sia abbastanza chiarezza su come verrà articolato. Può spiegarlo meglio?
Expo è uno show, in cui la gente deve imparare divertendosi. Il tema dell’alimentazione è talmente ampio, con sottotemi importanti, che è difficile spiegarlo in poche parole. Ci sono, ad esempio, questioni importanti come il land grabbing (l’accaparramento dei terreni) o l’aumento del prezzo delle materie prime alimentari. Sarà una piattaforma per il dibattito sui temi alimentari più vasti, oltre che uno spunto di riflessione per i visitatori. 

Mi fa un esempio su che cosa possiamo aspettarci dal 1 maggio 2015?
Un esempio potrebbe essere il padiglione della Svizzera, che ha appena presentato il suo progetto, dopo aver lanciato un concorso per il quale hanno presentato 120 studi diversi. Ci sarà uno spazio centrale per la mostra e i dibattiti. E poi silos di cristallo riempiti di riso, che spiegheranno come viene prodotto e dove viene venduto il riso. Uno di questi silos avrà poi uno spiller e il concetto sarà che chiunque potrà prendere del riso, ma con la premessa che una volta finito non verrà di nuovo riempito nel corso dell’esposizione. Un modo per educare all’abbattimento degli sprechi. Non le sembra divertente e accattivante?

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