21 Settembre Set 2012 0816 21 settembre 2012

Basta bugie: per tenere Milano nel mondo Linate va chiusa

Basta bugie: per tenere Milano nel mondo Linate va chiusa

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L’ altra domenica, nella prestigiosa cornice di Villa d’Este a Cernobbio, dove era radunata gran parte dell’Italia che conta, è stato presentato uno studio realizzato con il contributo di Sea (la concessionaria degli aeroporti milanesi in predicato d’essere quotata in Borsa), ponderoso ma molto chiaro e lineare, che ha riportato alla ribalta il problema principale dell’aviazione del Nord Italia, cioè la concorrenza nefasta fra gli aeroporti di Malpensa e Linate.

Sia il Ministro dei Trasporti Passera che il presidente dell’ Ente Nazionale per l’ Aviazione Civile Riggio hanno fatto propria la conclusione del rapporto: oggi come quindici anni fa, se l’ Italia del Nord vuole avere un posto non insignificante nelle mappe dell’ aviazione mondiale, se vuole «high speed links with emerging markets», come ha scritto il Financial Times a proposito dell’aeroporto di Londra Heathrow, pure al centro di controversie politiche, bisogna fare quello che tutta l’ Europa fa quando si inaugura un nuovo aeroporto, cioè chiudere il vecchio.

La posta in palio, in un mondo che sempre più si globalizza, è poter volare direttamente nel maggior numero di aeroporti di tutti i continenti, evitando le perdite di tempo in scali intermedi, ma soprattutto, come bene ha spiegato Lanfranco Senn, essere fra le bandierine piazzate sulle mappe altrui. Se forse è tollerabile dover cambiare aereo a Parigi, Londra o Francoforte per raggiungere Los Angeles o Taipei, bisogna capire che il businessman di Los Angeles o Taipei, se per raggiungere Milano deve fare scalo a Parigi, Londra o Francoforte, sarà molto disincentivato a proseguire per Milano, farà affari con le aziende francesi, britanniche o tedesche che facilmente incontra a Parigi, Londra o Francoforte. Non a caso in tutti i Paesi del mondo, salvo l’Italia, i voli intercontinentali fanno capo alla capitale economica e finanziaria, che da noi è indubbiamente Milano.

La fuga di Alitalia da Malpensa nel 2008 ha grosso modo cancellato il Nord Italia dalle carte geografiche di chi manda avanti il mondo. Non è l’unica ragione per cui non abbiamo crescita, ma è una delle più gravi e si può risolverla a costo zero, con un semplice decreto governativo.

Negli ultimi decenni a Oslo, Stoccolma, Monaco, persino ad Atene e l’ anno prossimo a Berlino, si è fatto quello che a Milano le miopi giunte di Albertini e Moratti hanno vietato: l’ aeroporto vecchio si chiude o lo si limita a poco più che i voli dei business jet.

Il motivo è semplice, per quanto non arrivino a capirlo i professori universitari lombardi, che ignorano le dinamiche del settore aereo e anche queste settimane hanno straparlato di libero mercato e competizione fra gli aeroporti, distogliendo cocciutamente lo sguardo dal fallimento che hanno davanti agli occhi e che, se non si fa nulla, vedrà allo scadere della Cigs, a Pasqua, qualche migliaio di lavoratori senza lavoro né sussidi.

Se vogliamo che ci sia un volo quotidiano da Milano a Los Angeles, rendere la California più facile da raggiungere per i lombardi, i piemontesi, i liguri, gli emiliani etc., se vogliamo che lo sia anche per le merci prodotte in una delle aree più industrializzate d’ Europa come è il Nord Italia e che ora viaggiano nella pancia di aerei che decollano da Francoforte, con enormi ritardi, se vogliamo che la West Coast veda Milano come uno dei tanti posti di serie A facilmente raggiungibili con un volo diretto e non come quelli di serie B raggiungibili con uno scalo che fa perdere tempo e affatica, sappiamo che dobbiamo offrire alle linee aeree interessate il modo di riempire un aereo da almeno 250 posti senza regalare i biglietti.

Milano registra poco meno di 40 milioni di passeggeri all’ anno, non è come Londra che ne ha 130 e può riempire quell’aereo con i cosiddetti passeggeri point-to-point, cioè quelli che proprio da Londra vogliono andare proprio a Los Angeles. Non esistono aerei da 70 posti in grado di volare da Milano a Los Angeles, se sono solo 70 i passeggeri che mediamente desiderano volare ogni giorno fra le due città. Perché esista un volo che le colleghi ci vogliono 250 passeggeri e allora, come si fa ovunque in Europa, persino in quella Londra che non ne avrebbe bisogno, si deve riempire l’ aereo con passeggeri che vengono da città più piccole e si cerca di evitare che i propri passeggeri volino attraverso un altro scalo.

La mancata chiusura di Linate da una parte rende più facile la fuga di passeggeri milanesi verso altri scali europei, dall’altra rende quasi impossibile riempire l’aereo per Los Angeles con passeggeri provenienti, per esempio, da Napoli o Catania, perché queste città sono collegate bene con Linate e male con Malpensa ed è impossibile convincerli a un transito che preveda un lungo trasferimento fra i due aeroporti, anziché una comoda passeggiata fra i negozi dello stesso terminal.

Le conseguenze della scelta milanese sono innegabili: Milano ha meno voli per l’ America che negli anni ‘80 e i miliardi spesi per Malpensa sono stati in gran parte gettati al vento. Monaco ha fatto la scelta opposta, "dirigista" secondo i prufesur che pontificano con le fette di mortadella sugli occhi, ha chiuso il vecchio aeroporto e la Baviera ora è ben collegata con i centri economici pulsanti del pianeta. I Tedeschi, che forse hanno qualcosa da insegnarci quanto a crescita, hanno deciso che a Berlino si farà lo stesso.

La casta accademica nostrana invece, chiusa nella propria torre d’avorio e non disposta nemmeno a dare un’occhiata seria alla realtà europea, dibatte modelli teorici che lasciano il tempo che trovano e purtroppo ha ancora ascolto in una stampa sempre pronta a intervistare sedicenti esperti.

L’ intero mondo dell’ aviazione, intendo proprio il mondo nel significato di globo, guarda alla situazione aeroportuale milanese nello stesso modo in cui si guardava un anno fa al bunga bunga. Siamo aeronauticamente buffi, bizzarri, soprattutto pigri e chiusi al cambiamento e ci infliggiamo gravi danni per non voler fare quel che si sarebbe dovuto fare sin dall’ inizio: ridimensionare fortemente Linate, se non addirittura chiuderlo.

Non mi stupisco che sia proprio un Ministro del governo tecnico a guardare ora la realtà per quella che è, senza ragionare come i politici che si fermano alle reazioni di pancia di quella parte che non accetta mai il cambiamento.

È ovvio, andare a Malpensa richiede più tempo che andare a Linate, ma lo stesso succede a Monaco come a Oslo e a Stoccolma, succederà a Berlino, ma il gioco vale ampiamente la candela, nonostante la miopia dei professori che non sanno calcolare quelle che gli economisti chiamano "esternalità" e che sono enormi.

La cosiddetta élite milanese è refrattaria al cambiamento e a qualsiasi sacrificio per un domani migliore.

Purtroppo, appena si è accennato al ridimensionamento di Linate, è subito nata un’alleanza spontanea fra i terun e i fighetta milanesi, subito levatisi insieme a difesa del piccolo aeroporto vicino all’Idroscalo, col quotidiano sostegno casciaball dei più famosi giornalisti del quotidiano Corriere della Sera.

Stefano Boeri, mancato sindaco PD, architetto urbanista super chic, figlio di tanto architetto, nonché fratello di tanto economista e di tanto giornalista, emblema supremo della Milano radical chic, è andato subito a braccetto coi terun De Corato e Larussa, che almeno hanno il forse giustificabile paraocchi per cui badano solo al desiderio dei parenti dei propri elettori “etnici”, che vogliono viaggi brevi dall’Italia del sud e pazienza se dal sud poi si va più velocemente a Milano città, ma scartando Malpensa si raggiunge a fatica il resto del mondo e l’ economia del Sud langue. D’altronde, se non lo capiscono i prufesur, non si può pretendere che lo capisca De Corato. Ma Boeri, il colto, il raffinato, il poliglotta e l’internazionalizzato architetto?

Essendo il Boeri Assessore a Cultura, Expo, Moda e Design nella Giunta di Giuliano Pisapia, forse sarebbe più ovvio se si preoccupasse delle sorti future, oltre che naturalmente della gracile EXPO, delle sfilate e del Salone del Mobile, senza i quali Milano diventerebbe inesorabilmente provincia, backwater, ora che Eto’o ha lasciato San Siro per l’Anži.

L’EXPO, la moda, il Salone del Mobile, Milano, la Lombardia e il Nord Italia hanno bisogno di essere collegati col mondo il più possibile e il primo a doversene preoccupare, per l’incarico che ha, è proprio lui, Boeri, anche se gli crea qualche problema a cena coi radical chic o con i pigri fighetta, anche se per prendere l’ aereo dovranno salire tutti sul Malpensa Express, che non ha nemmeno la prima classe. A proposito, perché non c’è? E perché il taxi costa uno sproposito?

Milano, nomen omen, è in quanto Mediolanum, terra di mezzo, nata e cresciuta perché in mezzo alle vie di comunicazione. Se diventa stagno, provincia, muore e lo ha finalmente capito persino un vecchio arcidifensore di Linate come Carlo Sangalli, storico presidente della Camera di Commercio, al quale gli associati avranno fatto sapere che i turisti acquirenti giapponesi di Montenapo sono diminuiti insieme ai voli da Tokyo, mentre sono raddoppiati quelli da Hong Kong da quando c’ è il volo diretto di Cathay Pacific.

Peggio ancora ha fatto il primo giornale cittadino, quello che si diceva rappresentasse la borghesia “illuminata”. Il Corriere della Sera si è storicamente distinto nel mettere in cattiva luce Malpensa e nell’avversare ogni forma di ridimensionamento di Linate, tanto da diventare una spada di Damocle per i pavidi sindaci del centrodestra Albertini e Moratti. Io non ho mai dubitato dell’ onestà mentale della posizione del Corriere, il fatto che Malpensa avesse sottratto i voli intercontinentali Alitalia all’aeroporto di Fiumicino, il cui padrone era allora Cesare Romiti e che padrone del Corriere della Sera fosse… Cesare Romiti era solo una coincidenza.

I tempi cambiano, Cesare Romiti non controlla più né Fiumicino, né il Corriere. In via Solferino c’è un patto di sindacato che ha in comune alcuni soci con quell’ Alitalia che a Linate gode di rendite monopolistiche rilevanti: i gruppi Ligresti, Benetton, Pirelli e IntesaSanpaolo, per cui a onor del vero bisogna registrare il plauso di Micciché al rapporto Ambrosetti.

Certo, sono solo coincidenze, ma il Corrierone sforna quasi un articolo pro Linate al giorno. Ieri ce n’ era uno più indecifrabile di un responso della Sibilla Cumana, l’ho letto più volte e non ho capito come, davanti al piano Ambrosetti, sostenesse che mancava un piano. Boh, forse non ho capito che si trattava del solito pizzino tra potenti che lamentava l’ assenza di un accordo di quelli che mettono d’ accordo gli interessi di tutti. E passi, magari chi compra il giornale avrebbe forse il diritto che gli si spiegassero i pro e i contro della rediviva proposta di limitare Linate ai voli per Roma, invece di leggere banalità quali l’impagabile piacere di arrivare presto a casa dall’aeroporto, ma quel che non ammetto è che la linea editoriale del Corriere della Sera venga sostenuta a suon di ball, di fandonie, falsità, menzogne, chiamatele come volete. Il Corriere della Sera manda in campo i suoi più famosi giornalisti a cascià ball.

Isabella Bossi Fedrigotti ha scritto che Berlino ha bloccato il piano per chiudere gli aeroporti cittadini e concentrare tutto il traffico nel nuovo aeroporto intercontinentale, più lontano dalla città, per le proteste dei passeggeri, non disposti a impiegare più tempo per raggiungere le piste. In 0,13 secondi Google sforna un elenco di recenti notizie sull’ aeroporto di Berlino e chiunque, persino Isabella Bossi Fedrigotti, può leggere che il rinvio dell’ apertura del nuovo aeroporto di Berlino all’ ottobre 2013 è dovuto alla necessità di correggere gravi difetti di costruzione e non al desiderio di mantenere aperti i vecchi aeroporti di Tempelhof (peraltro già chiuso), Tegel e Schoenefeld, che verranno comunque definitivamente pensionati, anche se con un anno di ritardo. Si aprirà il nuovo aeroporto e contemporaneamente si chiuderanno i vecchi, come si è fatto con successo a Monaco di Baviera e come non si è fatto, in Europa, solo a Milano. Certo anche a Berlino, come a Monaco, qualcuno si è lamentato, ma in Germania si decide in base all’ interesse generale, facendo di conto, non in base alle chiacchiere.

Un vero record imbattibile di disinformazione è però quello di Beppe Severgnini, giornalista che si vanta di conoscere il mondo. Sono rimasto agghiacciato leggendo: «Le grandi città che non hanno un city airport se ne costruiscono uno; noi a Milano ce l’abbiamo e vogliamo smantellarlo: mistero».

Se chiedessimo a Severgnini di indicarci quali città che non hanno un “city airport” ne stanno costruendo uno difficilmente potrebbe rispondere, perché in nessun luogo si sta costruendo un aeroporto più vicino al centro, sempre ammesso che sia questa l’interpretazione da dare all’ espressione “city airport” che non vuol dire proprio nulla. City Airport è quello di Londra, l’aeroporto della City di Londra, che peraltro con i suoi 3 milioni scarsi di passeggeri annui non impensierisce certo l’aeroporto intercontinentale di Heathrow che ne ha 70. A Milano, Linate va verso i 10, da confrontare con quelli di Malpensa, che tolti low-cost, charter e simili supera a malapena i 12.

In Europa negli ultimi decenni hanno chiuso il “city airport” Oslo, Monaco, Atene, Stoccolma lo ha limitato a poco più di due milioni di passeggeri annui. Berlino ne ha già chiuso uno e chiuderà l’altro, Roma ha ridotto fortemente Ciampino, che anzi vuole chiudere. Parigi, Francoforte, Amsterdam, Madrid, Zurigo, cioè le città che hanno un hub, non hanno nessun “city airport” e, se esiste, hanno un aeroporto low cost molto lontano, dove dà il minor fastidio possibile, nulla a che vedere con Orio al Serio.
Fretta? Ignoranza? Malafede? Severgnini, risponda di quello che scrive.

Il pericolo UE da evitare

Purtroppo per gli annoiati lettori tornerò più volte su questo tema, troppo lungo perché lo si esaurisca in un solo pezzo. Per ora mi limito ad accennare ad un problema che può impedire il cambiamento. L’Italia è libera di chiudere Linate, ma secondo le norme UE non può mantenerlo aperto stabilendo a suo piacere chi voli e per dove. Può farlo solo se la regolamentazione non è discriminatoria.

Chiudendo completamente Linate, soluzione caldeggiata da Riggio, la Ue non potrebbe obiettare, ma si perderebbe il traffico per Roma, che a quel punto opterebbe in toto per l’AV ferroviaria. Si vuole dunque mantenere a Linate solo la rotta per Roma, ma questo presta il fianco all’obiezione che si favorirebbe Alitalia, unica a poter alimentare da Linate il proprio hub, a svantaggio delle compagnie europee che da anni mangiano il filetto del mercato milanese e non hanno alcuna intenzione di mollare né quello, né l’osso e spingeranno i propri Governi a metterci i bastoni fra le ruote.
Si cercherà di garantire che il passeggero in partenza da Linate per Roma non possa proseguire per Buenos Aires o Chicago, ma un verdetto furbo e interessato a Bruxelles, come già avvenne nel ’98 all’ apertura di Malpensa 2000, potrebbe bloccare tutto.

C’ è una soluzione semplice, mantenere a Linate solo la rotta per Roma sì, ma verso l’ aeroporto di Ciampino anziché quello di Fiumicino dove c’ è l’hub Alitalia. Ciampino è la meta dei business jet, quindi i passeggeri avrebbero lo stesso trattamento dei Vip e nessun danno.

La popolazione che vive a ridosso di Ciampino non accetterebbe un aumento dei voli, perciò andrebbe proposto loro un livello di traffico costante, spostando forzosamente alcuni degli attuali voli di Ciampino ad altro aeroporto romano, nell’ ottica di avere in futuro soli quelli per Milano Linate, che indubbiamente diminuiranno nel tempo, al ridursi progressivo del tempo di percorrenza dell’AV ferroviaria. Certo Ryanair si opporrebbe, ma si potrebbe accordarsi evitandole il prospettato trasloco verso il lontanissimo aeroporto di Viterbo. A sua volta Alitalia non vorrebbe la concorrenza di Ryanair a Fiumicino, ma siccome è in cerca di un acquirente le fa molto bene la prospettiva di sfruttare nel medio periodo anche il mercato intercontinentale milanese, ora regalato agli stranieri e in particolare al fidanzato francese con cui le nozze paiono sempre meno probabili.

Insomma la risistemazione del sistema aeroportuale lombardo si può fare senza obiezioni da Bruxelles e anzi cogliendo l’occasione di sistemare altri pezzi mal funzionanti della nostra aviazione. Basta mettere a tacere i settori più retrivi di Milano, tra cui purtroppo dobbiamo annoverare l’accademia e la cosiddetta élite.

Teniamo le dita incrociate.
 

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