26 Settembre Set 2012 0814 26 settembre 2012

Alla festa Pd, dove il popolo di Bersani sembra piccolo piccolo

Alla festa Pd, dove il popolo di Bersani sembra piccolo piccolo

Pd

Chiamarle feste, davvero, non si può più. C’erano, una volta, delle vere “feste di partito”: erano posti dove militanti, simpatizzanti, e spesso anche giurati avversari andavano a cena o a sentire dibattiti. Inutile perdersi in amarcord: diciamo solo che la gente sapeva che c'erano, aveva voglia di andarci e lo faceva.

Andateci oggi e, se avete una qualche memoria di quel passato non poi così lontano, confrontatelo con quel che vedete. In questo confronto, naturalmente, il conto più salato lo pagano i partiti che una tradizione di popolo lunga, vera, ce l'hanno nel dna. Il popolo delle Libertà non è mai esistito, mentre esistevano milioni di italiani che votavano per ragioni diverse e confluenti Silvio Berlusconi. Il piccolo comitato con la spilla scudocrociata di Casini non è mai stato popolo, se non forse in certe zone della Sicilia e della Ciociaria. La Lega un popolo ce l'aveva, ma Maroni probabilmente sa che, per salvare il partito, serve ripartire da un nucleo duro di opinione informata e radicata in elementi strutturali dell’Italia, piuttosto che da sagre di paese che hanno perso sapore dopo Belsito e certi exploit della famiglia Bossi. Gli ex di An hanno perso vecchi slogan e raduni per strada e, sia come sia, i cuori in alto non si portano più.

Invece, un popolo democristiano e un popolo comunista sicuramente c’erano e sono sopravvissuti fino a pochi anni fa. E ci si ritrova di fronte al Partito Democratico: un partito che nasceva da quelle tradizioni, sì, ma ormai digerite e pronte per diventare retroterra lontano, coscienza del proprio passato, per un popolo nuovo e, appunto, democratico. Un partito nato da partiti di popolo vero, che organizzavano feste di successo. A tratti, vere e proprie attrazioni per le città e le regioni in cui si svolgevano. Le feste targate Pds-Ds del Monte Stella si tenevano fino a pochi anni fa, ma sono già un ricordo sbiadito: la nuova location ha portato il Pd a Sesto San Giovanni lungo tracce davvero faticose. Da un lato, in quella che fu Stalingrado, la città operaia delle acciaierie e dei plebisciti bulgari per il partito comunista. Dall’altre, e in continuità con questo passato, è la città di Filippo Penati, già capo dell'organizzazione di Bersani: una specie di disco lampeggiante che ricorda, ben oltre le sue personali colpe ancora da accertare, che la questione morale riguarda anche i nipotini di Berlinguer e, più in generale, il Pd delle varie nomenclature.

E così, l’ultima sera della Festa democratica della federazione provinciale di Milano, aria e facce da festa non se ne vedevano. Pochi sparuti gruppi di dirigenti noti e militanti semplici passeggiavano tra stand deserti e ristoranti semivuoti anche perché da mangiare “non c'è quasi più niente”. Un po' di facce giovani, normali come sono di solito le facce dei giovani militanti democratici. Giovani e normali, sì, ma già schiacciati dai giochini di partito e correnti, dagli allineamenti interni che si portano dietro da passati che paiono secolari, a dispetto dei loro 30 anni. Capita insomma che l’ultima sera, quella in cui parla il Segretario, ci sia Giorgio Gori, il “guru” di Renzi (che alla Festa era sgradito) a parlare con altri (tra cui chi scrive) di primarie in Italia e in America. Ma il segretario viene tenuto lontano, rigorosamente, da quell'incontro organizzato dai giovani democratici e quasi “gentilmente concesso”, tanto da dove ringraziare chi nel partito si è adoperato perché succedesse una cosa men che normale.

La domanda, forse enfatica ma certamente non retorica, passeggiando per questo smorto fine festa, veniva spontanea: ma dov’è la passione politica? Dove sono ideali condivisi, pertinenti al presente e capaci di scaldare qualcuno? In giro, per la festa del Pd e ad attendere Bersani nella sala in cui parlava, molti, moltissimi capelli bianchi. L’esperienza è una risorsa, certo, ma solo se miscelata con forze fresche e pezzi di società che per le feste e le sezioni del Pd non si vedono più, se non per sbattere sul muro impenetrabile di piccole e grandi nomenclature, contro vecchie e nuove posizioni di privilegio o di rendita, che permettano di vedere la torta che si restringe senza però perdere mai il controllo del coltello che serve per dividerla.

Ed è proprio il controllo di quel coltello e la paura di perderlo, che ha fatto ingrandire e giganteggiare il fantasma di Matteo Renzi. Lo ammetteva anche Giorgio Gori, al dibattito dell'altra sera, quando diceva che “l’ostracismo fa bene alla campagna elettorale di Renzi”, che in questo Pd entra come un coltello caldo nel burro e, senza aver ancora mostrato i colpi del fuoriclasse, sembra in grado di scuotere un partito. In quell’establishment che, da troppi anni, conosce solo i colori della tattica, qualcuno si accorgerà che a scarseggiare, oggi, è ciò che di più prezioso ha un partito, e cioè un popolo.

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