3 Ottobre Ott 2012 0600 03 ottobre 2012

La ripresa? Per l’Italia niente uscita dalla crisi fino al 2015

La ripresa? Per l’Italia niente uscita dalla crisi fino al 2015

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La ripresa? Non prima del 2015. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sulla pesantezza della crisi italiana ha oggi trovato nel presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, un alleato. Non è una novità. Anche per il Fondo monetario internazionale (Fmi) la recessione italiana durerà più delle stime di governo e Tesoro. E, come ricordato nella scorsa primavera, il pareggio di bilancio sarà raggiunto, forse, solo nel 2017. Nonostante le rassicurazioni del presidente del Consiglio Mario Monti e del ministro delle Finanze Vittorio Grilli, continuano le analisi che vedono nell’attuale ricetta economica del Paese un freno, più che un acceleratore, della crescita economica.

La crisi? Tutt’altro che finita. Eppure, il governo continua a confermare le proprie previsioni. E cioè che un ritorno alla crescita economica avverrà nel corso del 2013. La situazione reale è però divergente. Sulla stessa linea del governo italiano è la Commissione europea, che però deve ancora rivedere al ribasso le ultime stime. Di contro, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e Fmi hanno già peggiorato le previsioni e sono pronti a farlo ancora. Intanto, anche la Corte dei Conti lancia l’allarme. «Austerità e aumento delle tasse sono una cura costosa e inefficace», ha detto il presidente Luigi Giampaolino nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato.

Ma è una banca d’investimento a tracciare la mappa più realistica di ciò che potrebbe succedere all’Italia nel prossimi mesi. Infatti, secondo Morgan Stanley, il mix di tasse e austerity potrebbe essere letale, proprio come spiegato dalla Corte dei Conti. «Senza misure in grado di liberare il potenziale di crescita del Paese, lo scenario di base per il periodo compreso fra il 2013 e il 2015 potrebbe essere quello della recessione, per la prima parte dell’intervallo, e della stagnazione nel restante momento», spiegano gli analisti. E tutto potrebbe evolversi in modo negativo se il contagio della crisi spagnola, come disse il presidente del Consiglio mesi addietro, si propagasse verso l’Italia. Come? Lo spiega un’analisi della Federal Reserve di New York. Dato che il meccanismo di trasmissione della politica monetaria della Banca centrale europea è ancora compromesso, ogni «minima incertezza degli investitori» potrebbe avere un riverbero negativo sui tassi d’interesse dei titoli di Stato italiani. In sostanza, oltre all’instabilità politica e alle deboli prospettive macroeconomiche di medio-lungo periodo, l’Italia potrebbe pagare a caro prezzo la crescita del rischio break-up.

Le stime sommarie di Squinzi sono quindi le stesse che hanno diramato le banche d’investimento internazionali. Secondo Citi, per esempio, l’economia italiana si contrarrà del 2,5% nell’anno in corso e del 2,1% nel 2013. E fino all’inizio del 2014, nessuna crescita. Nel frattempo, però, aumentano i costi vivi. In particolare, quelli relativi agli interessi sul debito pubblico. Come ricordato anche dall’aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) del ministero delle Finanze, la spesa per interessi passivi passerà dai 78,021 miliardi di euro del 2011 ai 105,394 miliardi per il 2015, un aumento di 27,373 miliardi, al netto delle variazioni future. E una stima di Lombard Street Research vede che un incremento di 50 punti base sul tasso d’interesse dei titoli di Stato italiani con scadenza a dieci anni può costare circa 6 miliardi di euro l’anno. «Nel caso la Spagna non chieda il sostegno entro fine anno, probabilmente gli investitori perderanno la pazienza e aumenteranno la pressione, alimentando l’innalzamento anche dei tassi sull’Italia», spiega Lombard Street. In quella fattispecie, il gioco sarebbe sempre più al rialzo. Infatti, sottolinea la casa d’affari londinese, «il tergiversare di Italia e Spagna potrebbe costare ben di più rispetto alla richiesta di aiuto».

La domanda cruciale che si stanno ponendo diversi investitori internazionali è solo una. Come conciliare le sofferenze sul mercato obbligazionario con l’austerity e con il ritorno alla crescita economica? «Paradossalmente è difficile che si possa pensare che l’Italia esca dalla recessione prima della seconda metà del 2014», afferma HSBC. La banca anglo-asiatica non ha dubbi. Con l’incremento degli interessi sul debito pubblico che erodono i margini operativi del governo, sia l’attuale sia quello futuro, è necessario un supporto esterno. In altre parole, l’utilizzo delle Outright monetary transaction (Omt) della Bce, il programma di acquisto di bond governativi sul mercato obbligazionario secondario. Ma guai a chiamarlo salvataggio.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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