20 Ottobre Ott 2012 1237 20 ottobre 2012

Thomas Edison è la prova che il genio sorge dai propri fallimenti

Thomas Edison è la prova che il genio sorge dai propri fallimenti

Edison

Sembra che non ci sia nessun aspetto della vita moderna che non sia stato toccato, e plasmato, da Thomas Alva Edison. Dalla luce, con la lampadina (che non ha inventato, ma portato a perfezione tecnica e, soprattutto, commerciale), al suono, con il fonografo. Ma è suo anche il primo modello di cinepresa, e i sistemi di distribuzione dell’energia elettrica, e dell’informazione telegrafica Il tutto, con la passione dello scienziato (che non era, ma che sapeva scovare) e l’intuito del grande imprenditore, che sapeva pensare a cose di utilità comune, da vendere in massa. Un genio della sua epoca e della nostra, Edison: da quando è passato lui nulla è stato più uguale a prima. Fonda 14 aziende (di cui una è la General Electric) e crea più di 1000 brevetti, in America e nel resto del mondo, diventando molto ricco. E porta la luce nel mondo. Di quanti si può dire?

Tutto comincia l’11 febbraio del 1847, a Milan nell’Ohio. Padre canadese e madre statunitense e radici olandesi. Thomas Edison era l’utimo di sette figli, in una famiglia affollata, «ma era come se fossi l’unico». I fratelli erano tutti più grandi, lavoravano e non si vedevano. La sua educazione passa attraverso la decisa tutela della madre, dopo tre mesi di scuola fallimentari. Gli insegnanti lo trovavano annoiato e lo lasciarono a casa. Ci pensò lei, «che mi insegnò tutto. In particolare a credere in me, cosa che ho vissuto sempre come un dovere», raccontò molti anni dopo. Negli anni giovanili si dedica, come molti ragazzi in quell’epoca, a lavori di ogni genere: vende caramelle, distribuisce giornali e soprattutto studia. Legge tantissimo e fa esperimenti chimici. A volte anche pericolosi: narra la leggenda che, a causa di un tentativo andato male, un intero vagone della stazione, su cui stava lavorando, andò a fuoco. Il proprietario, preso dall’ira, lo colpì a un orecchio e lo rese mezzo sordo.

Ma la ferrovia è, a quell’epoca, la grande opportunità di lavoro e anche lui, come molti altri, trova lavoro come telegrafista. Per segnalare la sua presenza, ogni ora doveva pigiare il pulsante 6. Edison però aveva di meglio da fare: studiare e fare esperimenti, e allora creò un macchinario che svolgesse questo ingrato compito al suo posto. Un’astuzia che però non gli servì quando, sempre a causa dei suoi esperimenti chimici, rovesciò dell’acido solforico sotto la scrivania del suo capo. Fu licenziato. Era il 1866, aveva 19 anni. Intanto aveva già il suo primo brevetto in mano, una nuova macchina per la registrazione dei voti nelle elezioni.

Si trasferì a Newark, si sposò e cominciò a lavorare su uno strumento per la riproduzione dei suoni. Di fronte allo scetticismo generale, ci riuscì. Una rivoluzione che gli valse il titolo di “wizard”, cioè mago. Fu il salto: gli comprarono l’invenzione per 10.000 dollari, cinque volte quello che aveva chiesto, e con il capitale fondò il primo laboratorio industriale della storia, a Menlo Park, con lo specifico obiettivo dell’innovazione tecnologica. Forse, più che le conquiste tecniche, fu l’idea stessa che portò il vero cambiamento nel mondo dell’industria. La ricerca associata alla produzione. Menlo Park era un quartiere di scienziati e ricercatori, tecnici e operai che lavoravano sulle invenzioni. Tutto era possibile, e tutto andava scandagliato. E, su volontà di Edison, a Menlo Park non poteva mancare nessuna materia esistente sulla terra, dagli elementi chimici, ai capelli. Tutto doveva essere disponibile.

È qui che, dopo anni di lavoro, nel 1879 Edison porta a perfezione la lampadina. Una vera rivoluzione, nata da anni di lavoro ed esperimenti. È l’anno di fondazione della Edison Electric Light Company, sorta con finanziamenti da parte di gente del calibro di J.P. Morgan e Vanderbilt. «Presto l’elettricità costerà talmente poco che solo i ricchi useranno le candele», disse.

L’invenzione, però, era contesa anche da altri, che rivendicavano la priorità rispetto all’opera di Edison. La lotta sui diritti per l’utilizzo e per il brevetto lo travolse e lo tenne impegnato per oltre dieci anni, insieme alla guerra per la distribuzione dell’elettricità. Sostenitore di un sistema a corrente continua (direct current DC), Edison si contrappose a quello a corrente alternata (alternate current, AC). Fu una campagna mediatica. Cercò di evidenziare i pericoli del sistema AC con slogan, convegni, incontri e dimostrazioni. Uccise anche l’elefante Tapsy, che aveva destato scalpore all’epoca per aver ucciso e calpestato sei uomini, con l’utilizzo di cariche a corrente alternata. In modo paradossale, per dimostrare gli effetti dell’Ac, Edison inventò la sedia elettrica.

Un paradosso, perché l’orgoglio di Edison era di non aver «inventato nessuna arma», e di non aver «contribuito al progresso della distruzione dell’umanità». Tra i suoi brevetti, c’è la prima cinepresa, chiamato “cinetoscopio”, la fluoroscopia (anche se aveva paura dei raggi X e delle conseguenze delle radiazioni), il microfono a carbone (in uno nei telefoni fino al 1980). Suoi anche molti contributi per l’evoluzione dell’automobile. Era molto amico di Ford, e per un certo periodo anche vicino di casa.

Dopo Edison, insomma, il mondo non è stato più lo stesso. Elettricità e luce, suoni e colori. Tutto creato dando spazio e materia all’invenzione, badando all’approccio pragmatico della sua realizzabilità commerciale. Inventare, ma anche vendere. Ancora oggi le sue parole sono, e devono essere, un modello per imprenditori e innovatori. Guardando al suo metodo di lavoro, si capisce che non c’è da aver paura dell’insuccesso, perché Edison è stata la persona che ne ha collezionati di più. Tentava, provava, sperimentava, e continuava a provare finché non riusciva. «Se ho fatto una cosa in 10mila modi diversi, e non ha funzionato, non ho fallito», diceva. «Non sono scoraggiato. Perché ogni prova andata male, è un passo in avanti», diceva. 

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