21 Ottobre Ott 2012 0944 21 ottobre 2012

La Libia post Gheddafi sopravviverà al risveglio delle minoranze?

La Libia post Gheddafi sopravviverà al risveglio delle minoranze?

Libia 2

SUFFIT (LIBIA) - Qui a Ovest di Tripoli sventola la bandiera della nuova Libia in cima alla torre di epoca romana che per la sua posizione strategica è stata l’ultimo baluardo delle forze lealiste del regime di Gheddafi nel comprensorio di Yefren. L’antica città in cima al Jebel Nefusa, la montagna a Sud di Tripoli, si liberò il 2 giugno 2011 dopo mesi di combattimenti. Proprio da queste montagne partì poi l’offensiva verso Tripoli in combinazione con l’altro fronte a Est della capitale libica guidato dalle milizie di Msrata che costrinsero Gheddafi a fuggire nella ridotta di Sirte. Ai piedi del monumento che ricorda la lotta di liberazione di Yefren sono accatastati centinaia di bossoli di pistole, mitragliatrici, mortai insieme agli scheletri di alcuni carri armati. Poco lontano riposano i corpi di oltre 40 “martiri” che furono catturati dalle forze di Gheddafi e poi barbaramente uccisi durante la prigionia. Dopo essere stati sepolti in una fossa comune, i cadaveri furono fortunosamente ritrovati alla fine della guerra grazie a un video scoperto su un cellulare preso a un soldato di Gheddafi. Si tratta purtroppo solo di una delle tante penose storie che la Libia del dopoguerra e di una rivoluzione ancora incompiuta offre, se non fosse che a Yefren vive una delle principali comunità amazigh che popolano il Jebel.

Gli amazigh, detti anche berberi, sono una minoranza le cui origini sono intrinsecamente legate alla storia di lungo periodo della Libia. Dopo le invasioni hilaliane che portarono intorno al XII secolo dell’era cristiana importanti contingenti di arabi in quella che è l’attuale Libia, gran parte degli amazigh si arabizzarono, salvo alcune comunità che furono sospinte a più riprese dagli eventi storici verso le montagne. Durante l’era di Gheddafi gli amazigh del Jebel furono sistematicamente colpiti dalla repressione del regime che arrivò ufficialmente a negare l’esistenza stessa di una minoranza amazigh in Libia. Nel Convegno internazionale organizzato nel 2010 dal Centro di Studi libici, custode della storia ufficiale nazionale, caddero molti tabù all’insegna della nuova fase di apertura verso l’esterno seguita alla firma del trattato con l’Italia nel 2008: si parlò anche degli ebrei di Libia, ma la posizione sugli amazigh rimase quella di sempre al punto che un cosiddetto studioso della questione venne appositamente invitato per fornire ogni genere di informazione e pseudo-documenti per dimostrare l’inesistenza di una storia e di una lingua amazigh in Libia a un pubblico attonito tra cui trovava posto anche chi scrive.

Proprio quella storia e quella lingua che per decenni erano state negate dal progetto gheddafiano di una Libia unica e unitaria priva di minoranze hanno trovato nelle pieghe della rivoluzione un nuovo grande slancio. Un po’ ovunque a Yefren, nei negozi, sulle case, nelle macchine, si vede la bandiera amazigh che riunisce virtualmente tutti i berberi del nord Africa. Per le strade sono apparsi cartelli ufficiali in triplice lingua: arabo, inglese e amazigh. Una vera rivoluzione se si pensa che Gheddafi non solo aveva proibito di utilizzare la lingua e la scrittura amazigh, ma aveva fatto di tutto per minare l’identità amazigh, sottraendo sistematicamente alle comunità locali le risorse necessarie al loro stesso sostentamento e innescando così un significativo flusso migratorio verso la capitale dove gli amazigh patirono un processo di arabizzazione indotta.

Sul vero e proprio risveglio culturale di una minoranza negletta per oltre quarant’anni, pesa l’ombra dell’incertezza politica di una nuova Libia ancora scossa da un forte fazionalismo interno. Nel Jebel questioni quali la sicurezza e l’ordine pubblico sono ampiamente acquisite in combinazione con una società civile che si sta dimostrando molto attiva in collegamento con una serie di associazioni che si propongono di fare da ponte tra le comunità amazigh della montagna e la diaspora di Tripoli. Se tuttavia in una dimensione locale il quadro socio-politico sembra molto incoraggiante è nel rapporto con il resto della Libia che sorge qualche perplessità: la nascita di una organizzazione di coordinamento politico tra le diverse espressioni della rivolta nel Jebel ha fatto suo il nome della montagna (Jebel appunto), rimandando così a una dimensione territoriale potenzialmente inclusiva di tutte le comunità amazigh e non presenti nella regione. Non manca però chi vorrebbe trasformare questo network politico e sociale in un vero partito etnico amazigh. La speranza è che dopo decenni trascorsi a rimuovere gli amazigh dalla storia della Libia, non siano proprio gli stessi amazigh attraverso un processo di auto-esclusione a erigersi ad entità separata e a parte rispetto al resto del paese.

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