25 Ottobre Ott 2012 1615 25 ottobre 2012

Sorpresa: in Irlanda la cura della Troika funziona

Sorpresa: in Irlanda la cura della Troika funziona

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C’un posto al mondo in cui la cura della troika, il tanto vituperato mix fra austerity e imposte, funziona. In Irlanda il pericolo non è ancora finito, ma i primi frutti si stanno vedendo. I target fiscali per il 2012 saranno raggiunti, ha spiegato Craig Beaumont, capo della missione in Irlanda del Fondo monetario internazionale (Fmi). La strada da fare è molto lunga, ma la luce in fondo al tunnel si vede indistinta. Ed è per questo che Germania, Francia e Fmi spingono per alcune concessioni sotto il profilo finanziario, il settore ancora in dissesto.

«Stiamo dimostrando unità e forza». Con queste parole, il premier irlandese Enda Kenny ha rincuorato ancora una settimana fa i suoi cittadini. In effetti anche i funzionari di Commissione Ue, Banca centrale europea (Bce) e Fmi sono rimasti piacevolmente stupiti dalle performance dell’ex tigre celtica. Complici le azioni della Bce e del loro effetto lenitivo, il rendimento dei titoli di Stato irlandesi con scadenza a dieci anni è tornato a livelli accettabili, sotto quota 4,8 per cento. Giusto per avere un metro di paragone, alle 16 di oggi i bond italiani a dieci anni sono stati negoziati sul mercato obbligazionario secondario a un tasso d’interesse del 4,83%, contro il 4,72% degli irlandesi. Eppure, Dublino ha ricevuto un bailout da 85 miliardi di euro nel novembre di due anni fa. «L’accesso ai mercati è un aspetto che sarà raggiunto pienamente nel 2013, gli investitori hanno già dimostrato di credere negli sforzi irlandesi», ha detto il Fmi. E pure la banca elvetica UBS, come anche l’olandese Rabobank, hanno la stessa visione.

Il deficit pubblico, stando alle stime del Fmi, calerà sotto quota 7,5% del Pil nel corso del 2013, in linea con quanto si era immaginato. Tre le note stonate. In primis la disoccupazione, che resterà oltre il 10% almeno fino al 2014. Poi la crescita economica. István Székely, l’uomo della Commissione europea nella troika, ha rimarcato che il Pil irlandese è stato rivisto al ribasso per via degli sviluppi del commercio internazionale e dell’incertezza nell’eurozona. «Gli investimenti sono difficili, perfino in Paesi business-oriented come l’Irlanda», ha detto il funzionario. Infine, il capitolo finanziario. È ancora da risolvere la questione del bailout bancario effettuato dalla Banca nazionale irlandese. Stando a quanto afferma il Fmi, i 24 miliardi di euro erogati tramite i programmi di assistenza dovranno essere messi fuori bilancio. «Un precedente pericoloso», hanno sottolineato i Lloyds londinesi.

Sono due i fattori di rischi. La dipendenza dal finanziamento della Banca centrale europea, da un lato. E il contagio della crisi dell’eurozona, dall’altro. Sul primo fronte, gli sforzi contabili sono stati elevati. Per fare fronte alle malversazioni finanziarie degli istituti bancari irlandesi è stata creata la National asset management agency (Nama), una bad bank statale dentro cui sono stati inseriti gli asset ormai deteriorati. E poi si è preso ciò che si poteva dalle armi in mano alla Bce. Via libera quindi all’Emergency liquidity assistance (Ela), il programma emergenziale che permette alla banca centrale nazione l’acquisto diretto di bond governativi, per sostenere Tesoro nazionale e banche del Paese, pur accollandosi il rischio di possibili perdite. Tramite questo programma sono stati immessi oltre 51 miliardi di euro di liquidità, solo nel corso del 2011. E poi c’è stato il ELG (Eligible liabilities guarantee), uno schema che ha permesso alle banche irlandesi di emettere obbligazioni con garanzia statal fornendo come collaterale le proprie passività di bilancio. Anche in questo caso, ne è stato fatto largo uso. Secondo le stime di Goldman Sachs, circa 54 miliardi di euro in totale. Infine, le promissory note, o cambiali, emesse per sostenere il sistema finanziario, dopo il crac di Anglo Irish Bank e Bank of Ireland. Oltre 30 miliardi di euro in cambiali che il Fmi vorrebbe ristrutturare per poter alleviare gli sforzi del governo irlandese. Un parere positivo è arrivato anche dal cancelliere tedesco Angela Merkel a margine dell’ultimo Consiglio europeo. «L’Irlanda è un caso speciale», ha detto la segreteria della Merkel, sottolineando che quanto fatto finora da Dublino in tema di consolidamento fiscale non può essere sottovalutato. Anzi.

Per Berlino, aprire all’Irlanda significherebbe dimostrare che la Germania non ha intenzione di distruggere l’eurozona, ma solo di far riportare tutti coi piedi per terra. Meno debito, meno deficit, meno spesa pubblica? Allora arriva in premio una concessione fiscale. «Un allentamento tanto facile quanto produttivo per le dinamiche politiche future», ha rimarcato la banca francese Crédit Agricole in una nota. La posizione della Merkel avrebbe già trovato il supporto di François Hollande, presidente francese, e dopo i buoni dati dell’ottava missione della troika sono attese altre adesioni.

E poi c’è la vulnerabilità al contagio esterno. Se è vero che l’Irlanda è stata la seconda nazione europea oggetto di un bailout sovrano dopo la Grecia, è altrettanto vero che, numeri alla mano, è quella in cui l’accesso ai mercati sembra essere più vicino. Come rimarcato da Deutsche Bank, l’unica incognita è l’evoluzione della crisi dell’eurozona. Per ora le misure della Bce e dell’Ue, rispettivamente nascita delle Outright monetary transaction (Omt) e attivazione dello European stability mechanism (Esm), hanno tranquillizzato gli investitori finanziari in vista del full bailout spagnolo, atteso entro la fine dell’anno. Ma cosa succederà quando entreranno in azione Omt e Esm, nessuno lo sa.

La ricetta di austerity e tasse è stata digerita nel migliore dei modi da Dublino. Del resto, i problemi maggiori erano sul piano bancario. E proprio per questo, in fase di negoziazione del pacchetto di aiuti, l’Irlanda non ha ceduto su una delle misure che la troika voleva imporre: l’innalzamento della corporate tax, vera manna dell’economia irlandese. Il lavoro non è finito, ma i segnali si vedono. Ancora una volta, però, non si può non notare come lo stile dogmatico della troika sia un arma a doppio taglio. Può funzionare solo in alcuni casi, come quello di Dublino, in cui i fondamentali economici sono in grado di garantire un minimo livello di crescita. Tutto l’opposto della Grecia, quindi.
 

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