27 Ottobre Ott 2012 1740 27 ottobre 2012

Il Cavaliere e l’ultimo atto di un uomo disperato

Il Cavaliere e l’ultimo atto di un uomo disperato

Berlusconi Graffiti

Neppure quello andato in onda in questo sabato di fine ottobre è l’ultimo atto della vita pubblica di Silvio Berlusconi. Se non era interamente vero che se ne era andato, non è interamente vero che è tornato. Berlusconi in realtà non sa che pesci pigliare. Nel ’94 cercò disperatamente di convincere Mario Segni a candidarsi a capo di uno schieramento moderato, e poi si decise a scendere in campo. C’era nella sua scelta di allora tutto ciò che abbiamo visto in questi anni: l’interesse personale, l’odio verso la parte avversa, l’ambizione di presentarsi come dominus della politica. Oggi ha dapprima tentato con Montezemolo e Casini di ripetere l’operazione Segni, poi ha adombrato un’investitura per Monti e di fronte ai tre rifiuti sta riproponendo la propria leadership dopo la sentenza di Milano. Il tempo tuttavia non passa invano neppure per lui. Quella volta tentò una carta che a tutti gli osservatori apparve impossibile ma che, letta col senno di poi, era ragionevole dal suo punto di vista.

Oggi il suo permanere in campo è visto con timore e tremore ma appare assai disperato. Forse già i risultati siciliani spegneranno l’ultima fiammella del berlusconismo. È paradossale che lo dica un non ammiratore di Grillo, ma un suo risultato travolgente in Sicilia manderebbe in soffitta tante aspirazioni fra cui quella finale del Cavaliere. Sicilia a parte, il Berlusconi furente indica come nella sua vicenda non sia possibile ipotizzare il pareggio ovvero la fuoriuscita morbida. Il sistema costituzionale italiano non prevede salvacondotti. I processi devono fare il loro corso e le condanne pesano sulle carriere politiche. Ieri sui diritti tv, domani sul caso Ruby. Berlusconi forse aveva sperato in un atteggiamento più favorevole della magistratura dopo l’annuncio del proprio ritiro. Non sappiamo come gli sia venuto in mente o come glielo abbiano fatto credere. La verità è che la sua uscita di scena dovrà avere una sanzione limpida, cioè da una netta sconfitta elettorale.

Quando perse nel ’96 addebitò giustamente la sconfitta al divorzio dalla Lega. Nel 2006 pareggiò all’ultimo minuto. Questa volta può perdere davvero con il suo partito ormai ridotto al lumicino. Qui c’è la sua doppia disperazione: accanto alle sentenze sente che è venuto meno l’appoggio popolare. Ora cerca di radunare attorno a sé il popolo di centro-destra chiamato alla armi dallo scontro con la magistratura. Solo la Santanchè può pensare che questa sia oggi una strategia. La sua vera carta vincente è la difficoltà che ha il campo a lui avverso di radunare uno schieramento forte, ampio, credibile. Nei prossimi giorni la partita sembrerà tornare a pendere dalle labbra di Berlusconi.

Probabilmente molti italiani già penseranno ad altro. Forse la sinistra dovrà per la prima volta fare finta che il Cavaliere non ci sia più. Vivremo ancora a lungo una stagione in cui Berlusconi ci sarà e non ci sarà, come quei vecchi bizzosi che non se ne vogliono andare, che non si ha la forza di cacciare, ma sul cui futuro nessuno scommetterebbe. Alfano e gli altri dirigenti della destra politica dovrebbero a questo punto fare la loro rottamazione. È comprensibile umanamente che siano grati al fondatore del loro partito, è comprensibile altresì che temano di perdere voti se si scostano da lui, ma solo prendendo il largo dal Cavaliere potranno recitare un ruolo nella politica italiana. Non si tratta di tradire Berlusconi ma di non farsi trascinare nel suo gorgo finale. Se tutti resteranno attorno a lui per la destra sarà una rovina storica. 

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