28 Ottobre Ott 2012 1605 28 ottobre 2012

Le condanne dell’Aquila? “Gli scienziati imparino a comunicare”

Le condanne dell’Aquila? “Gli scienziati imparino a comunicare”

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«Questa condanna dei membri della commissione Grandi rischi, accusati di omicidio plurimo, può spiegarsi soltanto come la volontà di identificare un capro espiatorio per i morti del terremoto». Lo scrive il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica nel documento con cui esprime solidarietà ai ricercatori della commissione dopo la condanna di sei anni inflitta dal Tribunale de L'Aquila. «È dunque con un senso di profondo disagio», continua la nota, «che assistiamo a una supplenza, se non indebita almeno inadeguata, della giustizia nei confronti di prassi che andrebbero discusse e regolate in sedi istituzionali, scientifiche e in un libero dibattito fra scienziati e cittadini».

Pietro Greco è condirettore di Scienzainrete, «uno strumento del Gruppo 2003 per promuovere la cultura della scienza, senza scopo di lucro», e direttore della rivista Scienza&Società edito dal Centro Pristem dell’università Bocconi di Milano. Giornalista scientifico e scrittore, laureato in chimica, è membro del consiglio di amministrazione della Fondazione IDIS-Città della Scienza di Napoli. 

Una valutazione così netta - da parte di esponenti della comunità scientifica – non può far pensare ai cittadini di essere al cospetto di un’altra «casta», che non tollera interferenze, neppure quelle della giustizia?
Penso che una parte della comunità scientifica italiana fatichi a capire che la sentenza non mette sotto accusa la scienza e non attribuisce alla commissione Grandi rischi l’incapacità di prevedere il terremoto. L’accusa non è di «cattiva scienza» ma d’inadeguatezza della sua comunicazione. Gli sciami sismici in genere dissipano energia, evitando scosse importanti. In alcuni casi, ancorché rari, uno sciame sismico prelude a una scossa più forte. Non c’è modo di stabilirlo a priori. Al termine della riunione all’Aquila del 31 Marzo 2009, il rappresentante della Protezione civile alla fine di una breve riunione della commissione Grandi rischi aveva usato toni rassicuranti proprio in virtù della presenza dello sciame sismico ma omettendo, presumo in buona fede, di ricordare anche il piccolo margine d’indeterminatezza che tuttavia esiste ed è noto. Nel processo i parenti hanno sostenuto che, contrariamente a quanto erano solite fare e in ragione delle rassicurazioni ricevute, le vittime in quell’occasione avevano ritenuto di poter restare a casa. Con una comunicazione più precisa, magari si sarebbero salvati. 

Dunque la tesi dell’attacco alla scienza è insostenibile?
Non si può affermare che i giudici avrebbero sanzionato la loro incapacità di prevedere i terremoti, non è così. L’accusa alla Commissione è di aver comunicato male cose che si sapevano molto bene. Per questo penso sia un’accusa alla cattiva comunicazione della scienza, non alla scienza. Personalmente sono critico su questa sentenza per due ragioni. In primo luogo lascia perplessi che tutti abbiano avuto la medesima condanna, quando alcuni non sono intervenuti personalmente nell’attività di comunicazione ma solo in quella di consultazione all’interno della Commissione. Inoltre, mi pare che la pena sia sproporzionata. È la prima volta al mondo che è messa sotto accusa una «cattiva comunicazione della scienza». Se la responsabilità delle morti può essere attribuita anche a questa cattiva comunicazione, è pur vero che attiene soprattutto alla circostanza che le case non abbiano retto, perchè mal costruite. Condannare a sei anni di pena chi ha fatto comunicazione, e non aver ancora condannato nessuno di coloro che hanno responsabilità più dirette e importanti, lascia perplessi.

Lei si occupa anche di comunicazione della scienza, come valuta l’atteggiamento degli scienziati italiani in questo ambito?
La comunicazione della scienza è un’attività che li riguarda, importante, rispetto alla quale non possono scrollare le spalle. Sarebbe sbagliato se assumessero l’atteggiamento, umanamente comprensibile ma scientificamente non valido, di rifiutarsi di comunicare. E’ proprio questo il punto. Comunicare al pubblico i risultati delle proprie ricerche e delle proprie conoscenze oggi fa parte dei doveri dello scienziato, che deve anzi considerare gli effetti di ciò che comunica. In particolare per lo scienziato che lavora con fondi pubblici, altrimenti si cambia lavoro. Mi sembra una riflessione abbastanza lineare, che tuttavia alcuni scienziati faticano a fare propria.

La Procura dell’Aquila ha precisato di non aver «processato la scienza, ma pubblici funzionari che non hanno fatto loro dovere». Sarebbe forse opportuno codificare modalità e responsabilità dei «funzionari scienziati» rispetto alla comunicazione? In particolare in quei settori in cui c’è un impatto diretto e immediato sulla società? 
Certamente. E questo aspetto riguarda la responsabilità delle Istituzioni politiche, per non aver scritto regole chiare di comportamento in questi frangenti. Tra l’altro, dal mio punto di vista, manca un luogo in Italia in cui gli scienziati possano formarsi alla comunicazione del rischio, dove fare ricerca sulla comunicazione del rischio. Occorre un dipartimento di comunicazione che faccia ricerca scientifica e formazione proprio sulla comunicazione del rischio, e il luogo deputato a questo fine dovrebbe essere la Protezione Civile. Nonostante un recente periodo da alcuni considerato piuttosto buio, la Protezione Civile ha rappresentato una grande conquista e un fattore di civiltà nel nostro Paese. Purtroppo con questa importante carenza: non ha curato abbastanza la comunicazione.

Edwin Cartlidge, il giornalista che ha seguito la vicenda per Science ha dichiarato: «La mia prima reazione alla notizia del processo è stata di sorpresa. Com’è possibile accusare dei sismologi di non aver previsto un terremoto? Ma leggendo meglio i capi d’imputazione ho capito che la vicenda era molto più complessa di così». Anche noi riconosciamo alla magistratura il diritto di intervenire? 
Certo che ha diritto, e anche se le sentenze sono criticabili quella della magistratura non è un’intrusione. Siamo tutti sottoposti al giudizio della legge. La reazione non può essere di rifiuto dell’intrusione della magistratura. Gli scienziati, invece, devono imparare a fare comunicazione, fa parte del loro dovere professionale.

Nel suo editoriale, Nature sostiene che «Il giudice che ha emesso la sentenza dovrà spiegarci al più presto i motivi della sua decisione. E la comunità scientifica dovrà essere pronta a contestarli immediatamente».
Mi sembra un po’ forte e perentorio. Fuori luogo. 

Nello stesso editoriale è scritto anche che «la scienza non ha molta influenza sulla politica italiana, e il processo si è svolto in un silenzio da parte dell’opinione pubblica che sarebbe stato impensabile in altri paesi europei o negli Stati Uniti». 
Questo è vero. Non hanno fatto una bella figura i media italiani, che nel complesso non hanno seguito con attenzione questo processo, meno di quanto è avvenuto all’estero. Si è trattato di un processo importante, che entra in questioni nuove, su cui non c’è una giurisprudenza. E che riguarda la vita delle persone. I media italiani dovevano essere più attenti.

Non c’è responsabilità anche da parte della comunità scientifica per non aver coinvolto l’opinione pubblica, data l’importanza di ciò che stava accadendo?
Una parte della comunità scientifica ha preferito tacere, probabilmente nella speranza che la cosa evolvesse senza fare molto rumore. Questi atteggiamenti un po’ «furbetti» a mio avviso sono controproducenti. Meglio indicare con trasparenza le cose che non vanno. Gli scienziati devono essere più attivi, farsi carico fino in fondo del loro ruolo sociale. Chi è scandalizzato dalla sentenza può riflettere se questa non sia anche l’esito del non aver posto il problema all’attenzione dell’opinione pubblica. Non solo da parte dei media, che hanno le principali responsabilità, ma anche della comunità scientifica, che ha a sua volta una quota di responsabilità.

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