9 Novembre Nov 2012 1759 09 novembre 2012

Primarie, Bersani ha il partito dalla sua ma Renzi è risorto

Primarie, Bersani ha il partito dalla sua ma Renzi è risorto

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Se è difficile di questi tempi dar retta ai sondaggi, più per l’infedeltà di chi risponde alle domande che per colpa di chi le fa, è ancora più difficile dar retta ai sondaggi quando si occupano di primarie.

Ho visto ad “Agorà” pronostici assai favorevoli a Bersani contraddetti da Matteo Renzi che sostiene di averne altrettanti positivi per lui. La verità è che la partita per le primarie è del tutto aperta anche se credo che il segretario del Pd abbia un vantaggio consolidato. I tre protagonisti, più Puppato e Tabacci, si scontreranno lunedì sera nel primo e unico faccia a faccia televisivo organizzato da Sky. Vedremo che prova daranno. Quel che si può dire, avanzando qualche ipotesi, è che tutti e tre i più quotati, cioè Bersani, Renzi e Vendola stanno cercando di dare il colpo di reni finale.

Renzi sembrava appannato negli ultimi giorni dopo la conclusione della fase della rottamazione, vittoriosa per il ritiro annunciato di Veltroni e D’Alema ma piena di strascichi di antipatia in quel Pd che non voleva essere strattonato in malo modo. Renzi, appena portato a casa il risultato, è sembrato improvvisamente afflosciato. Da tre giorni invece ha ripreso a comparire sui media e in tv con rinnovata grinta e una ossessione: quella di apparire di sinistra sia battezzando come tali le proprie proposte sia dicendo cose di sinistra.

Questo indica che ha capito che quello è il suo tallone d’Achille e che una eccessiva conflittualità con quelli che esistevano politicamente prima del Pd potrebbe nuocergli gravemente. La sua carta maggiore resta comunque la giovane età e quell’aria di politico non professionista che lo porta a dire che, in caso di sconfitta, non vorrà premi di consolazione né tenterà nuove avventure. Fa capire che se perde starà fermo uno o più giri e questi sono argomenti che hanno una certa forza.

Bersani invece gioca sempre più la carta dell’affidabilità e con il convegno annunciato fra qualche giorno dei progressisti dei maggiori paesi convocati da lui a Roma conta di presentarsi come l’unico portavoce di relazioni internazionali utili per governare. Bersani, da quando D’Alema e Veltroni si sono fatti da parte, è più libero di muoversi e con l’annuncio del ritiro dalla competizione per la segreteria del partito, ovvia sia nel caso di vittoria alle primarie sia nel caso di sconfitta, ha dato il segno che dopo di lui verrà una giovane generazione e quindi cerca di intestarsi il rinnovamento in atto rispetto a quello promesso da Renzi.

La sua debolezza sta nel quadro politico di riferimento con gli sgambetti che sulla legge elettorale gli sta facendo Casini e l’incombere del Monti bis. Dalla sua ha il nocciolo duro del partito e la forza dell’usato sicuro. Gli manca tuttora quel “quid” di inventiva che i suoi suggeritori non gli hanno imposto e che invece sarebbe necessario.

Vendola è tornato a fare Vendola, avendo come compito principale quello di attrarre dall’orbita grillina gli antagonisti storici. Si sta muovendo con saggezza e circospezione come quando esclude future confluenze nel Pd ma anche a lui sta mancando il colpo d’ala. A mano a mano che le primarie si avvicinano, cioè, i tre concorrenti si fanno più prudenti e attenti più a tranquillizzare che stupire. Può essere una grande risorsa o l’errore capitale.

I vecchi si stanno in parte defilando. Lo fa soprattutto Veltroni, che si è chiamato fuori dopo la clamorosa auto-esclusione, mentre D’Alema sta girando il paese rinvigorendo la sua area come ha dimostrato nell’incontro pugliese con i suoi sostenitori ai quali ha detto di voler continuare a fare politica dedicandosi alla costruzione di un partito rinnovato e vero. Il Pd si avvia così a scegliere il suo leader in un clima appena attenuato ma sempre rivelatore di profonde divisioni. Il partito cresce nei sondaggi perché è rimasta l’unico offerta politica che fa argine all’antipolitica.

Nel suo campo si affollano anche giocatori strani. È il caso del “Fatto”, che sembra aver scelto Renzi, su suggerimento di Flores D’Arcais, vecchio trotzkista entrista, ed è il caso di quei mondi ex dipietristi, da Donati a De Magistris, che invece pendono a favore del segretario del partito. L’idea che se ci sarà una forte partecipazione questa favorirà il sindaco di Firenze è invece una suggestione campata per aria. Molto probabilmente giocheranno altri fattori. La debolezza di Renzi sta nella riproposta del partito a vocazione maggioritaria a cui non crede più alcuno. La debolezza di Bersani è nel non riuscire a costruire un arco di forze con cui allearsi.

Se dovessi scommettere, direi che Bersani è ancora il gran favorito, che Vendola può prendere più voti di quelli che i sondaggi gli danno, ma so che Renzi ha scavato come una vecchia talpa. Il casino nel Pdl affida al Pd maggiori responsabilità, anche se resto dell’opinione che chi si illude che la prossima partita sarà fra il Pd e Grillo sottovaluta la volontà di sopravvivenza del mondo di destra e la capacità di Berlusconi di sparigliare.

Berlusconi sparando sul proprio quartier generale sta raccogliendo tanta tempesta ma, secondo me, anche tanti consensi fra la sua gente che non ha alcuna stima dei dirigenti del Pdl. Il vecchio Cavaliere vuole giocare ancora. Non si rende conto che la sua arma totale contro la sinistra questa volta sta nel proprio ritiro, che permetterebbe nuove aggregazioni nel suo mondo, piuttosto che nella ricerca disperata di un nuovo ruolo per sé. Probabilmente farà qualche mossa spettacolare. Quelli del Pd (ma anche Grillo) sono avvisati.  

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